Come cambia il galateo

di Mariateresa Truncellito

Non spruzzare nel viso i circostanti nel tossire. Non urlare come un asino sbadigliando. Non fare, in compagnia, cose laide... Questi erano gli ammonimenti di monsignor Della Casa nel Cinquecento: il suo Galateo, un vero bestseller dell’epoca, alla lunga riuscì a sradicare quelle rustiche abitudini. Ma, dopo mezzo millennio, possiamo davvero esserne certi? Forse no. «In tanti anni da pendolare sulla A4 ne ho viste di tutti i colori», dice Cristina Parodi, ultima arrivata tra le moderne maestre di buone maniere. «Dalle code mostruose alle colorite avance dei camionisti. Ma fra tutte c’è una sola cosa che non riesco proprio a tollerare: vedere gli uomini che fanno la pipì nelle piazzole di sosta o sulla corsia d’emergenza».

Insomma: per certe cose, il tempo sembra passare invano. Certo nella società di oggi, dove tutti andiamo per le spicce, travolti come siamo dalla frenesia quotidiana, le buone maniere spesso appaiono un impaccio, un’affettazione superflua, buona al massimo per le grandi e grandissime occasioni, quando c’è del tempo da perdere. Ma, per pensarla diversamente, basta cambiare prospettiva: alzi la mano chi, vittima della maleducazione altrui, non ha mai imprecato contro la nostra epoca rozza e cafona.

Sarà per questo che le librerie traboccano di manuali di bon ton. La giornalista Cristina Parodi, che da sempre si distingue per la sua conduzione garbata, i modi signorili, l’assenza totale nelle pagine del gossip dei rotocalchi rosa, ha deciso di farne una missione. Il suo Galateo moderno è una sorta di piccola enciclopedia per la gente per bene del Duemila: dopo i volumi dedicati agli affari di cuore e alla comunicazione, ha appena pubblicato un vademecum sui viaggi e le vacanze. Mentre è arrivato alla ottava edizione il prezioso Non si dice piacere, di Sibilla della Gherardesca, che forte di una lunga esperienza di vita e di lavoro tra la “bella ggente” (nobili, moda, pr, che purtroppo, spesso non lo sono affatto) invece si è concentrata, con ricchezza di coloriti aneddoti personali, sulle «buone maniere in azienda come fattore di successo». Un’altra gentildonna, la contessa Barbara Ronchi Della Rocca, ha scritto parecchi libri sul tema, guardandolo da varie angolazioni: tra gli altri, Il passaporto delle buone maniere. Perché nell’era dei viaggi di massa, la gente spesso dimentica (o ignora) il vecchio detto «paese che vai, usanze che trovi». Così, tanto per tornare ai tempi di monsignor Della Casa, può capitare di essere guardati con riprovazione se davanti a un giapponese ci scappa uno starnuto, atto di scortesia estrema nel paese del Sol levante.

A ogni epoca il suo galateo

«In questo mondo di sempre maggiore competitività nel campo del lavoro, tanti sono laureati, hanno conseguito un master», sottolinea Sibilla Della Gherardesca. «Ma quanti veramente hanno quei tratti distintivi per ottenere l punteggio massimo nella scala dei valori? Proprio sul piano della competitività, una delle poche cose che può distinguere una persona è la buona educazione, il sapersi comportare in pubblico, il fatto di essere civili». Insomma: è inutile conoscere tre lingue, avere due lauree e aver girato il mondo se poi non si sa stare a tavola. Conferma Cristina Parodi: «C’è voglia di buone maniere, di educazione. Forse per ritrovare sicurezze che il tempo in cui viviamo non offre. Ma di fronte ai cambiamenti continui della società e del costume, di fronte alle invenzioni della tecnologia, come i cellulari e le e-mail, bisogna modificare le abitudini della nostra vita sociale e adattarle alle nuove esigenze».

Con lo stesso proposito, nel 1877, la Marchesa Colombi dava alle stampe il suo La gente per bene (nel giro di pochi anni sarebbe arrivato niente meno che a 27 edizioni!). L’autrice, ovvero Maria Antonietta Torriani, redattrice del Giornale delle donne e moglie di Torelli-Viollier, il mitico fondatore del Corriere della Sera, nel suo libro annotava i cambiamenti sociali avvenuti nella borghesia italiana di fine secolo. «Nei galatei antichi non si troverà nulla sullo scambio delle carte da visita, sulle partecipazioni di matrimoni, sul contegno da tenere in viaggio...». Resta intramontabile lo spirito del galateo: «i veri sentimenti a cui devono ispirarsi le leggi della cortesia? Non fate ad altri quello che non vorreste fosse fatto a voi», ammonisce la Contessa.

Ciò che cambia è l’applicazione pratica. Così appaiono irresistibili le pagine dedicate all’educazione delle fanciulle. «Si impazientano di esserci ancora, come se la casa paterna fosse un albergo, o un ponte fra il collegio e la casa coniugale, da traversarsi in fretta... Sovente ho udito una giovinetta dire: “Quando sarò a casa mia farò questo e quell’altro”; e intendeva: quando sarò maritata. Che impressione doveva fare al babbo, alla mamma, l’udire che la loro figliola in mezzo a loro non si sentiva a casa sua! Una signorina educata non dovrà mai dimostrare che desidera dar loro quel dolore... Le giovinette escono dalle scuole dotte come tanti piccoli professori. Se la mamma non sa parlare perfettamente in buona lingua, la figlia deve sempre parlare il dialetto quand’è presente lei... Non posso credere che esista nel mondo incivilito una signorina che sieda al suo posto a tavola prima che siano seduti il babbo e la mamma. Ma dato il caso che fra le mie lettrici vi fosse una piccola ostrogota, la quale si trovi una simile macchia sulla coscienza, non lo dica a nessuno per carità, e si sorvegli bene per l’avvenire». I galatei moderni in tema di condotta degli adolescenti preferiscono stendere un velo di pietoso silenzio.

Quando era sconveniente dare del tu al fidanzato

Allo stesso modo, appaiono lontanissime da noi (e dal mondo che la tv ci porta in salotto tutte le sere e per strada tutti i giorni) i consigli destinati alla “signorina matura” («Una signorina che a 25 anni vestisse come la sua sorellina uscita appena dall’adolescenza, sarebbe una caricatura») e alla “zitellona” («A trent’anni una signorina deve adottare il vestire, le abitudini, il contegno, il linguaggio di una signora maritata. Si asterrà assolutamente dal ballare, sotto pena di ridicolo»).

Anche il “galateo dei fidanzati” oggi è del tutto sorpassato: nel suo Questioni di stile, Barbara Ronchi Della Rocca si limita a consigliare ai genitori «cordiale indifferenza» nei confronti del primo amore del figlio/a, nessun commento negativo sul look, piercing e quant’altro, nessuna richiesta di particolari in merito al primo bacio o al primo litigio. Viceversa, la marchesa Colombi raccomandava: «la fidanzata non accetta nessun dono; tutt’al più, se i genitori si tengono sicuri che tutto procederà bene, possono permettere fra i due giovani lo scambio delle foto. E la gioia di poter vedere il fidanzato in casa sua, una signorina dovrà pagarla con una rinuncia assoluta ai balli, ai teatri, alle conversazioni numerose. Una signorina non riceve il fidanzato quando è sola. Il loro modo di trattarsi dev’essere affettuoso, amichevole, ma mai confidenziale. Bisogna darsi del lei, e non anticipare le espansioni reciproche. Un matrimonio può andare a monte, e allora tutte quelle familiarità anticipate rendono più difficile la situazione. Come si fa a incontrare come un indifferente, senza arrossire, senza confondersi, un uomo a cui si è dato del tu?».

Bianco o non bianco?

Viceversa al matrimonio, da sempre, sono dedicati ponderosi capitoli in tutti i manuali di galateo. Nell’Ottocento le partecipazioni (dette “circolari”) si mandavano otto giorni prima della cerimonia. «Alla destra l’invito a nome dei parenti della sposa, a sinistra quello dei parenti dello sposo. L’uso di fare da sé, nato pochi anni or sono, è già quasi abbandonato. Perché metter da parte i genitori?», ammonisce la marchesa Colombi. «Gli sposi si emancipano già col matrimonio; perché togliere ai genitori quell’ultimo atto di tutela? Finché una sposa ha i genitori, qualunque sia la sua età, sono loro che la maritano e tocca a loro annunciarlo alla società».

Di avviso totalmente diverso Cristina Parodi, che oggi consiglia «Se la coppia non è più giovanissima, e mi riferisco agli ultratrentenni, sembra ridicolo che siano i genitori a fare l’annuncio del matrimonio. Meglio un semplice cartoncino, in cui gli sposi annunciano direttamente le loro nozze». Nel Duemila la semplicità la fa da padrona anche in tema di abito da sposa: «È fondamentale che sia in armonia col tipo di donna che dovrà indossarlo (niente pizzi per la sportivissima) e col tono del ricevimento: intimo, ricercato, formale. L’abito dovrà soprattutto esaltare le doti fisiche della sposa, nascondendo i difetti». A sorpresa, nel secolo scorso, il bon ton era meno severo: «Le spose che hanno passato i 25 anni non si vestono di bianco. E ora l’indifferenza scettica da cui siamo dominati va abolendo quel costume anche nelle giovani. Non posso fare a meno di dire che fanno male. Perché togliere una parte di solennità a quella cerimonia che è la più importante della sua vita?».

Ma, sul tema, la più anticonformista di tutte è Brunella Gasperini, giornalista di Annabella, scrittrice e autrice, nei disinibiti anni Settanta, di uno spassosissimo Il galateo (in realtà, è più corretto definirlo un “controgalateo”). «Secondo alcuni, l’abito bianco è ancora simbolo di quel candore: cioè, figuriamoci, della verginità. Quindi, a sentir loro, solo le spose illibate sarebbero degne di portarlo. Ma che storie sono? Primo: l’abito bianco non è simbolo di un bel niente. Secondo, la sposa non è sola al mondo: ha parenti che la credono del tutto degna di quel vagheggiato vestito. E perché lei dovrebbe deluderli?».

Prima di tutto la naturalezza

La più celebre maestra di bon ton di casa nostra, oltre che ispiratrice della posta del cuore di tutti periodici femminili, è stata Colette Rosselli, la moglie di Indro Montanelli, che con lo pseudonimo di Donna Letizia ha educato generazioni di lettrici. Il suo Saper vivere, uscito nel 1960, è stato a lungo la “bibbia” dei beneducati, tanto da meritare un aggiornamento, nel 1990. In Il nuovo saper vivere di Donna Letizia, Colette Rosselli scriveva: «Molti uomini considerano le buone maniere come un soprabito da indossare al momento di uscir di casa e da appendere all’attaccapanni appena rientrati. Ecco il cav. Rossi: amabilissimo in società, servizievole in ufficio, brillante al caffè. Tra le pareti domestiche, musone, taciturno, iracondo. Maleducato, insomma. Colpa anche della signora Rossi (consorte) che fin dall’inizio non ha saputo farsi rispettare. E colpa soprattutto della signora Rossi (madre): beneducati non si nasce, si diventa. Ma perfettamente educati si è solo il giorno in cui le buone maniere sono diventate un riflesso istintivo».

E se non ci si riesce? «Come per praticare la virtù bisogna spesso far violenza a noi stessi, così il galateo ci impone spesso di far tacere le nostre inclinazioni e sacrificare i nostri gusti», ammoniva Isabella Zorzi nel suo Manuale di buona educazione per le signorine italiane, scritto nel 1930 e consegnato alla figlia Ottavia nel giorno delle nozze. «L’arte di piacere agli altri è in gran parte quella di saper esercitare un costante dominio sopra noi stessi. Ecco perché le persone impulsive hanno raramente finezza di modi». Un’opinione largamente condivisa anche ai nostri giorni: «Diffido sempre di chi rifiuta la buona educazione in nome della spontaneità», ribadisce Barbara Ronchi Della Rocca. «Non sa, o finge di non sapere, che la sensibilità e il rispetto per gli altri sono inscindibili dalle buone maniere».

Il vero signore, così, si riconosce a tavola. Ma anche qui, le cose sono parecchio cambiate. Infatti, nel 1930 Isabella Zorzi spiegava: «C’è chi sostiene di masticare a bocca chiusa. Per dire il vero, la faccia di chi segue tal regola, diventa in quei momenti così brutta... che è meglio trasgredirla abolirla addirittura! Gli asparagi si prendon colle dita... in famiglia. Non mai alla mensa altrui: si adoperi sempre il coltello per staccare la parte mangiabile. Una persona di gran confidenza può versarsi il vino, chiedendo brevemente il permesso, e offrendone prima al suo vicino; ma tale atto sarebbe sconveniente a una donna. Non è ben fatto, ricevendo dalle mani della signora la tazzina di caffè o altro, di passarla ad altra persona in segno di riguardo, perché sembra tacito biasimo a chi ci ha servito».

Diverse le attuali raccomandazioni di Sibilla Della Gherardesca: «Non si dice “Buon appetito” all’inizio del pasto. Basta un sorriso. Il tovagliolo si appoggia sulle ginocchia. Si sta seduti dritti sulla sedia, portando sempre la forchetta alla bocca e non viceversa, i gomiti mai sul tavolo, tenendo le braccia il più vicino possibile ai lati del busto. Non toglietevi le scarpe sotto il tavolo. E, soprattutto, spegnete il vostro cellulare! In alcuni casi si possono usare anche le mani: per spezzare il pane, per il pinzimonio, per gli asparagi, per i frutti di mare, per le chele dei crostacei, per la frutta di piccola dimensione, ma anche per le arance non troppo sugose».

Ci piace concludere con le considerazioni di Brunella Gasperini: «Alla base di tutto c’è una sensata naturalezza. Nessuna persona normale sta a guardare come tenete il coltello o come mescolate il brodo: se lo fa, non è una persona intelligente e non è neanche beneducata. Oggi comunque è infinitamente meglio commettere qualche disinvolto errore di galateo (nessuno ci farà caso) che avere il terrore di commetterne: questo lo noteranno tutti».

da «Bella» (Edit)