Dimmi che lavoro fai... ti dirò di cosa soffrirai

di Mariateresa Truncellito

Dimmi di quali malattie soffri e ti dirò che lavoro fai: in Francia, un'inchiesta del Centro di ricerche, studi e documentazioni in economia della salute ha dimostrato che i nostri cugini d'oltralpe sono colpiti da patologie differenti a seconda della professione esercitata. In particolare, tra i quadri sono molto diffusi i problemi della vista, della pelle e di prostata. Gli impiegati invece soffrono soprattutto di insonnia e di nervi, mentre gli operai subiscono malattie cardiovascolari e digestive.

Le condizioni di salute e il ricorso ai servizi sanitari degli italiani sono analizzate nell'indagine Multiscopo sulle famiglie n.10, curata da Linda Laura Sabbadini per l'Istat, l'istituto di statistica specializzato nel fotografare numericamente il Paese. Dati analoghi a quelli della ricerca francese li troviamo in una tabella che mette in relazione le malattie croniche dichiarate con la professione esercitata. Ci sono alcune patologie diffuse in tutte le categorie: l'ipertensione e le malattie cardiovascolari, l'artrite, le allergie, l'ulcera. Con alcune differenze: per esempio, i più colpiti dal diabete sembrano essere imprenditori, lavoratori in proprio e liberi professionisti; ai vertici della classifica degli ipertesi ci sono i dirigenti, mentre l'ulcera sembra affliggere di preferenza i graduati e i militari di carriera (che però sono coloro che dichiarano in misura minore diabete e malattie cardiache).

Un'altra serie di dati interessanti riguarda le visite mediche specialistiche: guida la top ten dei più consultati, per tutte le professioni, l'odontoiatra. I dirigenti, poi, vanno soprattutto dal cardiologo e dall'oculista. Quest'ultimo, insieme all'otorinolaringoiatra, è il più consultato anche dai militari di carriera. L'ortopedico invece visita imprenditori, liberi professionisti e operai. Gli impiegati (tra i quali, evidentemente, ci sono molte donne) sono coloro che vanno più spesso dal ginecologo. Il dietologo, chissà perché, è frequentato soprattutto dai lavoratori in proprio.

In realtà i dati statistici non rivelano differenze eclatanti: è vero che la percentuale di dirigenti che va dal cardiologo (16 su 1000) è doppia rispetto a quella degli operai (8,3 su 1000), come pure la percentuale di imprenditori (121,1 su 1000) che ha richiesto cure per i denti, rispetto agli impiegati (53,5). In compenso artrosi e artrite colpiscono in modo indiscriminato. Abbiamo quindi cercato di leggere meglio i numeri, con l'aiuto di alcuni esperti che, ogni giorno, vedono sfilare decine di pazienti nei loro ambulatori. Possiamo anticipare la conclusione: sono tutti d'accordo sul fatto che sulla nostra salute non ha tanta influenza il lavoro che svolgiamo. A parte naturalmente i pericoli insiti in determinate professioni, come i rischi di incidente per un pilota di Formula uno, di intossicazione per un chimico o di caduta per un ingegnere edile, ciò che conta veramente è l'ambiente di lavoro, e più in generale, il modo in cui svolgiamo la nostra attività.

L'urgenza del tempo fa male al cuore

«Numerosi studi hanno dimostrato che l'atteggiamento di fronte al lavoro è fondamentale nel rischio di malattie coronariche, come l'infarto», spiega il professor Paolo Pancheri, ordinario di psichiatria presso l'università La Sapienza di Roma e autore di un trattato di medicina psicosomatica. «Ci sono 4 fattori pericolosi: innanzitutto l'"urgenza del tempo", cioè la sensazione di non aver abbastanza spazio per fare tutto e ritrovarsi ogni sera con qualcosa in sospeso. L'incapacità di delegare i compiti; uno stile aggressivo nell'affrontare i problemi e i rapporti con i colleghi. Infine, la competitività spinta». Sono variabili che predispongono all'ipertensione e che possono interessare qualunque persona, «anche se ci sono certe attività dove questi atteggiamenti sono più frequenti. Quelle dirigenziali, ma anche le libere professioni: avvocati, giornalisti, agenti di borsa». La routine, gli orari fissi, la mancanza di responsabilità sono dunque più salutari? «Diciamo che chi ha un lavoro con tali caratteristiche potrebbe essere facilitato nel considerarlo solo una parte della sua vita. E nel dare quindi più importanza alla famiglia o al tempo libero. Viceversa, le persone dotate delle quattro variabili che abbiamo descritto, amano il loro lavoro, ne sono protagonisti. Per questo corrono maggiori pericoli». D'altra parte, la psiche ha un ruolo importante anche nelle malattie allergiche e a carico dell'apparato digerente, come l'ulcera. «Queste colpiscono per lo più un individuo frustrato. Gli organi vitali, come stomaco, cuore, polmoni; sono innervati dal sistema neurovegetativo, che funziona indipendentemente dalla volontà, pur essendo collegato alla corteccia cerebrale, sede del pensiero. A volte le reazioni neurovegetative diventano una forma di sfogo per l'organismo. Un'anormale secrezione del succo gastrico può essere la reazione di chi subisce ingiustizie sul lavoro». Non sarebbe dunque un caso che i militari di carriera, che devono obbedire a ordini che non si possono discutere, siano tra i più afflitti dalle patologie gastroenteriche.

L'ulcera di famiglia

Però, sul legame tra stress e malattie dell'apparato digerente, non tutti sono d'accordo. Secondo il professor Gian Mario Merli, gastroenterologo di Milano, «Lo stress, e quindi i ritmi e gli stili di vita legati a una professione, possono essere solo una concausa. Certo non hanno quell'importanza determinante che spesso viene loro attribuita nel provocare ulcere o gastriti». L'ulcera duodenale, la più comune, è dovuta a uno squilibrio tra la quantità di succo gastrico e la resistenza delle pareti dello stomaco. «In senso assoluto, non si sa da che cosa sia provocata. Si conoscono però numerosi fattori che concorrono al suo manifestarsi: innazitutto l'ereditarietà. Non è detto che una persona con un lavoro molto impegnativo debba ammalarsi di ulcera, ma può succederle se è geneticamente predisposta». Per quanto riguarda gli stili nutrizionali, anche chi ha una vita movimentata dai ritmi frenetici del lavoro deve sforzarsi di avere un'alimentazione più varia possibile. E la regola vale anche per chi è malato di ulcera: «Persino durante la fase acuta, non è necessario seguire una rigida dieta», spiega il professor Merli. «Si può mangiare di tutto, normalmente, e bere un bicchiere di vino, ai pasti. A parte le intolleranze individuali, gli unici alimenti proibiti sono le spezie e il caffè, e quelli da ridurre cioccolato e grassi».

Lo stress è uguale per tutti

Abbiamo citato più volte lo stress, una delle sindromi che spesso sono collegate al lavoro. Insonnia, mal di testa, vertigini, disturbi digestivi, sono i sintomi che la preannunciano. In genere si crede che riguardi professioni impegnative, di alto livello, che comportano grandi sfide e responsabilità. «È un luogo comune: lo stress dipende da numerosi fattori. E colpisce, allo stesso modo, il manager come l'operaio». È l'opinione della dottoressa Mariagrazia Cassitto, psicologa del lavoro presso gli Istituti clinici di perfezionamento di Milano. Più della professione, pesa un'inefficiente organizzazione del lavoro, livelli di carriera che non rispondono alle aspettative, conflitti con i colleghi. Ma non solo. «I turni di notte dei conducenti di taxi o di mezzi pubblici, i tempi prestabiliti di chi lavora alla catena di montaggio, la necessità di fermarsi fino a tardi in ufficio per il manager, i viaggi improvvisi e continui dei giornalisti: sono tutti aspetti di un medesimo modo di lavorare caratterizzato da bioritmi sconvolti. Il 70 per cento delle persone sopporta questi disagi abbastanza bene in gioventù. Soprattutto se la professione apre prospettive di carriera: la forte motivazione neutralizza lo stress. Ma alla lunga possono manifestarsi affaticamento, difficoltà a svolgere compiti abituali, mancanza di concentrazione». La resistenza è soggettiva: «C'è chi cede dopo una decina d'anni, chi invece sopporta stress notevoli per tutta la vita e va in crisi solo al momento della pensione». Anche se la risposta individuale è fondamentale, la dottoressa Cassitto ammette che vi siano professioni più a rischio. «Per esempio tutte le attività legate all'ambito sanitario. Non tanto perché si ha a che fare con la sofferenza e con la malattia, ma perché si devono affrontare anche fallimenti. E subire insuccessi è un fattore fortissimo di stress». Prima di correre da uno specialista, quando la situazione è ingestibile, ciascuno può tentare una forma di prevenzione. «Chiedersi innanzitutto se è proprio vero che abbiamo mal di stomaco solo perché mangiamo tutti i giorni al ristorante. Considerarlo invece la spia di una situazione di lavoro che non è vissuta con serenità. È importante avere il polso della situazione personale, oltre che di quella dell'azienda: comprendere e accettare i propri limiti, e convincersi che la vita non è fatta solo di lavoro».

Aggressivi e depressi

Torniamo ai dati Istat: tra i principali frequentatori del neurologo, dello psicologo e dello psichiatra ci sono i dirigenti, gli imprenditori, ma anche gli impiegati e i lavoratori dipendenti. «Anche l'ansia e la depressione sono malattie che possono colpire chiunque», conferma il dottor Renato Gilioli, responsabile del servizio di neurospicologia degli Istituti clinici di perfezionamento. «I più predisposti sono coloro che hanno un carattere aggressivo, con una forte spinta al successo e all'autoaffermazione». Ma ci sono anche componenti oggettive, più legate alla professione. «Chi ha maggiori responsabilità è più coinvolto nelle situazioni e quindi più facilmente può avere paure, ansie di non riuscire a raggiungere gli obiettivi». Allo stesso modo, un ambiente di lavoro molto competitivo, è fortemente ansiogeno. Ma anche un clima troppo rilassato può essere causa di problemi nervosi. «Uno dei peggiori settori, da questo punto di vista, è quello pubblico, dove spesso l'organizzazione è carente. Parecchi dipendenti lamentano la mancanza di riconoscimento dell'impegno, che non viene abbastanza valorizzato. Mentre nel settore privato le persone sono sottoposte a sfide alle quali non si sentono adeguate, nel pubblico accade il contrario: si è spesso privi di stimoli. E ciò può contribuire a spiegare l'elevato assenteismo o il cattivo funzionamento di certe istituzioni». L'altra faccia dell'ansia è la depressione. «La prima, più comune, può sfociare nella seconda. Cio` accade per esempio agli attori, o più in generale, a chi ha una professione legata all'arte. Gli artisti sono dotati di intensa emozionalità. Partecipano agli avvenimenti della vita con una forte risonanza interiore. E per questo possono andare incontro a disturbi dell'affettività più facilmente di individui freddi, meno coinvolti». Il dottor Gilioli sottolinea la necessità di leggere le statistiche con una certa cautela. «Le persone che hanno un migliore livello culturale sono in genere più attente ai segnali del corpo e consultano più di frequente gli specialisti. Sono meglio informate, hanno meno tabù e hanno maggiori disponibilità economiche. Ma anche tra i disoccupati le sindromi ansioso-depressive sono di sicuro molto diffuse. Non a caso il farmaco più venduto nel nostro Paese è proprio un ansiolitico. Ed è una medicina a pagamento».

Buone notizie per il cuore

È dello stesso parere il dottor Renzo Zanettini, cardiologo. Se i dirigenti che hanno dichiarato l'ipertensione (52,6 su 1000) sono il doppio degli operai (25 su 1000), i dati relativi all'incidenza di malattie coronariche sono abbastanza vicini (16,9 contro 12,1). «Il ricorso alla diagnostica, e quindi la consapevolezza di certe malattie, è superiore nelle classi sociali più elevate. Probabilmente sono molto più numerosi tra i digirenti che tra gli operai coloro che si controllano periodicamente la pressione». I fattori di rischio delle malattie cardiovascolari riconosciuti sono la familiarità, che però si distribuisce in modo omegeneo in tutti i livelli sociali, e alcune caratteristiche comportamentali, come la dieta e l'attività fisica. Buone notizie quindi, su questo fronte: «La figura del dirigente stakanovista è molto cambiata, negli ultimi dieci anni: c'è più attenzione alla salute, al fisico, all'alimentazione. E, contemporaneamente, gli studi epidemiologici mostrano che le malattie cardiache sono in diminuizione, nei Paesi occidentali. I motivi sono vari, innanzittutto i progressi nei metodi di diagnosi e di cura. Ma sicuramente hanno avuto un certo peso anche le campagne di prevenzione di massa e la diffusione della cultura salutista».

Troppo seduti

Abbiamo già sottolineato che la maggior parte degli intervistati ha dichiarato, come patologie croniche, artrosi e artrite. I dolori reumatici e articolari quindi non colpiscono solo gli operai, ma anche gli imprenditori e i manager. «Le malattie degenerative a carico dell'apparato locomotore sono in effetti tra le più diffuse, conferma il professor Antonio Grieco, direttore dell'Istituto di medicina del Lavoro Luigi Devoto di Milano. «Fino a una decina di anni fa c'era la convizione che si trattasse di malanni riservati a chi era costretto a sforzi fisici pesanti. Ricerche più recenti hanno invece mostrato che non risparmiano neppure coloro che vivono un eccesso di sedentarismo. E sono tanti: con una certa approssimazione, circa 11 milioni di persone lavorano in ufficio o ambiti assimilabili. I progressi della tecnologia hanno fatto sì che, praticamente, non ci si alzi più dalla sedia». E lo stesso accade nel tempo libero. «Davanti alla tv, in automobile, a casa di amici, al cinema, nella pausa del pranzo: l'homo erectus si sta trasformando in homo sedens. E non è fatto per questa condizione: ecco perché ne subisce le dolorose conseguenze». Per fortuna, si può rimediare con un po' di buona volontà: «Invece di delegare tante operazioni agli altri o di farle col telefono, facciamole di persona: andiamo a prendere le pratiche che ci servono, andiamo a chiamare una per una le persone convocate per una riunione e così via. Invece di passare la pausa sfogliando una rivista o giocando col computer facciamo due passi». Chi passa molte ore in auto dovrebbe cercare di sgranchirsi le gambe almeno ogni tanto: mentre il benzinaio fa il pieno o bevendo un caffè. «Non è invece una scelta sana quella di relegare l'attività fisica solo al week-end. Dopo che l'organismo è stato fermo per tanti giorni, può essere addirittura dannoso». Per chi invece è costretto a stare in piedi a lungo, per esempio i farmacisti, «bisogna innanzittutto convincersi che stare sempre in piedi fa male e poi cercare di sedersi almeno mentre si fanno operazioni che lo consentono, come spuntare le ricette o riempire i cassetti».


da «Class» (Class Editori), 1999