Alessandra Venere: Sono bella oltre misura

di Mariateresa Truncellito

Bella come un angelo. Chi vi viene in mente: una top anoressica o Marilyn Monroe? Guardate il viso dolce di Alessandra, studiosa degli angeli per passione e modella grandi forme per professione. Le sue misure sono 103-82-103, per 1,76 di altezza. Sul peso, tace. «La domanda è indiscreta. Vado a cicli». E sulla taglia è vaga: «Dalla 46 alla 50». Ma non per colpa sua: «In Italia, le misure degli abiti sono un concetto relativo. Cambiano a seconda della marca». E non c'è bisogno di essere una donna dalle forme felliniane per sperimentarlo. Alessandra Venere è “l'angelo” delle ragazze plus-size. Come dire: morbide, con le curve. Vere. L’italiano “taglia forte” si addice molto di più a una vecchia signora. Alessandra è invece giovane e bellissima: e nel suo corpo si sente benissimo. Originaria di Mantova, vive nell’hinterland milanese, ha 32 anni, è sposata e da tempo lotta per far accettare la sua linea giunonica nel mondo che più sottile non si può: quello della moda.

Morbida e sportiva

Ha mai sognato di essere magra? «Mai. E non ho mai fatto una dieta. Ho sempre avuto un ottimo rapporto col cibo e sono sempre stata a mio agio nel mio corpo. Forse perché ho praticato molto sport: nuoto, ginnastica, judo, ciclismo agonistico, danza moderna, pallavolo, pallacanestro...». Alla faccia di chi pensa che le donne formose siano pigre e poco toniche. «Mai avuto complessi, neppure da teen ager. Certo: con alti e bassi. Perché, per esempio, non piacevo ai coetanei. E a volte soffrivo per cotte non ricambiate. Già a 14-15 anni attiravo soprattutto sguardi adulti». A 17 anni, il grande amore: quello che sarebbe diventato suo marito. «Aveva 23 anni. E amava moltissimo le donne con le curve...».

Proposte indecenti

Entrare a tutti i costi nel mondo della moda, combattendo contro la moda riservata alle donne grissino: come le è venuto in mente? «In realtà il mondo della moda non mi era sconosciuto». Alessandra lo aveva già frequentato da ragazzina. Ma come indossatrice “normale”. «Era il 1983: avevo 14 e studiavo ragioneria. Quasi per scherzo ho partecipato a un concorso indetto da Ragazzeria, una linea giovane del marchio Prenatal. Ho vinto. E ho comiciato a sfilare, in eventi e presentazioni. Ero più magra di adesso. Ma il mio seno, già prorompente, in quel periodo era fuori moda. “Se vuoi continuare a lavorare devi fartelo ridurre”: quante volte ho sentito questo ritornello! Dopo tre anni, non ce l’ho più fatta e ho chiuso con la moda».

Mentre il suo corpo “esplode”, Alessandra completa gli studi e si mantiene con lavori occasionali: hostess in fiere e congressi, l’educatrice in colonie per bambini, commessa. «Dopo il diploma, sono stata assunta come segretaria di direzione in una grossa azienda commerciale. I miei, molto tradizionalisti, erano contenti: un posto fisso, finalmente». Alessandra meno: la realtà provinciale le sta stretta. E, soprattutto, le vanno stretti i colleghi che non le risparmiano complimenti pesanti, apprezzamenti decisamente volgari. E proposte indecenti. «Da questo punto di vista, posso testimoniare che il mondo della moda non è peggiore di tanti altri. Certo, le colleghe meno appariscenti se la passavano meglio di me. Con le mie misure, nascondere le curve è impossible». Ma anche ingiusto: «Mia madre aveva una sartoria e mi realizzava vestiti che disegnavo io stessa. Ho sempre odiato i maglioni larghi, le gonne senza forma che infagottano, le giacche a sacco stile vecchia signora. Abiti che mi rendono più simile a una barile che a una giovane donna. Mi sta meglio un golfino che segue morbidamente le curve, un tubino lungo con uno spacco malizioso».

Porte in faccia

Alessandra lavora per varie aziende. Nell'ultima ditta, a gestione milanese, si trova bene. «Purtroppo c'è stato un crac finanziario e ho perso il lavoro. Ne ho approfittato per realizzare un sogno, un viaggio coast to coast negli Stati Uniti. Una folgorazione: era il 1995 e in America quelle come e più di me spopolavano sulle passerelle e sulle riviste di moda. Per capirne di più ho contattato due note agenzie, la Ford e la Wilhelmina. Scoprendo che si rivolgevano a un mercato enorme. Così mi sono detta: perché da noi no? In fondo le donne italiane sono più simili a me che alle nordiche emaciate e scheletriche adorate dagli stilisti».

Tornata dalla vacanza, Alessandra realizza a proprie spese book fotografico, composit (una sorta di depliant con foto e misure), per cominciare un costoso pellegrinaggio dalle maggiori agenzie di moda. E prende le prime porte in faccia . «Le modelle over-size non esistevano, neppure come concetto. Gli agenti cascavano dalle nuvole. Qualcuno è stato anche molto scortese: “Ma cosa credi di essere, lascia perdere, da noi non decolleranno mai...”». Qualcun altro le elargisce sorrisini di circostanza, promesse non mantenute e ne approfitta, rubandole le idee: «C'è chi ha aperto un ramo dedicato alle plus: ma con ragazze straniere, perché c'è un'esterofilia fortissima. Spesso non sono neanche vere over size: portano la taglia 42-44, non sono altissime e quindi sono solo un po' più “normali” rispetto alle modelle scheletriche che affollano le passerelle. Magari hanno anche un gran seno... di silicone».

Manichino vivente

Alessandra non è una che si scoraggia facilmente. «Mi sono rivolta direttamente ai produttori d'abbigliamento “conformato”. Alcune ditte mi hanno richiamato, proponendomi di lavorare. Di fatto mi hanno preso le misure per realizzare bustini in gesso sui quali modellare i loro capi. Poi me li hanno fatti provare prima della produzione in serie. E buona notte. Insomma: ho fatto il manichino vivente. Al massimo, ho fatto sfilate interne, destinate a compratori stranieri. Pagata niente o pochissimo».

Nel 1998 la grande illusione: un'azienda produttrice apre a Milano un'agenzia specializzata per plus-size. Forse le cose cominciano a girare per il verso giusto. «Avevo tutti i requisiti: misure, esperienze, faccia. Vista e presa». Tutto bene, allora? Macché: «In tre anni ho lavorato solo due volte, guadagnando in tutto 800 mila lire. In compenso, ho speso un paio di milioni in scarpe con tacchi vertigionosi, lingerie, parrucchiere e truccatore, perché la “agenzia” pretendeva che le sue ragazze provedessero da sole a tutto ciò. Non mi hanno pagato neppure la cena... È stata solo una geniale trovata pubblicitaria, che ha incrementato non poco i fatturati dell'azienda».

Come un fenomeno da baraccone

Alessandra tiene duro e non smette di studiare: frequenta un corso di teatro, recita in una compagnia locale e compare in alcuni film, come Tutti gli uomini del deficiente della Gialappa's Band, Honululu Baby di Maurizio Nichetti, e nel telefilm Nebbia in Val Padana con Cochi e Renato. «Particine, comparasate con mini-battute, sfondi. Spesso tagliati. Ma non coltivo particolari ambizioni artistiche». La pubblicità la attira di più: Alessandra è apparsa in campagne L'Oreal, Standa, Tecnogym, Seven. Ma non è andata sempre bene. «C'è chi mi ha dato addirittura della pazza: “Impossibile proporre alla gente l'immagine di una vera over-size!”. Eppure era un produttore di abiti per donne dalla 46 in su...».

L'esperienza negativa nel mondo della pubblicità si ripete più volte. «I creativi mi vedono bene sono nel ruolo della madre di famiglia, della cuoca che gira il minestrone, della cassiera al supermercato. O nelle parodie: la cicciona col tutù. Guai a immaginarsi in altre situazioni. C'è chi mi ha addirittura cacciato via, senza rispetto neppure per il tempo che avevo perso e i chilometri che avevo fatto: un'agenzia con cui collaboro mi aveva proposto per la pubblicità di un prodotto dolciario, perché riteneva adatto il mio viso pulito. Il responsabile del casting mi ha inveito contro come se fossi stata un fenomeno da baraccone». Impossibile associare una donna grassa a un dolce...

La bellezza è luce

E pensare che Alessandra è molto amata dal pubblico. «Durante le sfilate - ma anche per la strada - ricevo gran sorrisi. Soprattutto dalle donne. Perché sono vera. I giornali sono pieni di modelli fisici irrangiungibili e deprimenti. Il mio sogno? Creare una linea in conformato per le giovani donne formose, con “forme”, curve appunto, come dice la parola che le faccia sentire belle, desiderabili e, soprattutto, normali. Perché la bellezza non è uno standard di misure, è la luce che emana dalle persone».

Alessandra va al di là della apparenze anche nella sua più grande passione: lo studio degli angeli. «Sin da piccola, la gente che vuole farmi un complimento dice che sono un “angelo”: per il mio viso, la gestualità. Ma anche per il mio aspetto fisico. Così, per gioco, durante l'adolescenza ho cominciato a collezionare oggetti, statuine e ciondoli che rappresentano angeli. Ma non a casaccio: devono trasmettermi un'emozione. Il pezzo a cui sono più legata è un ciondolo alato comprato a New York; quelli di maggior valore sono due angeli dell'Ottocento in marmo. Il più strano? Forse un angelo cimiteriale dei primi del Novecento. Ci sono figure addirittura parlanti, capaci di ipnotizzarmi. Altre invece mi lasciano indifferente. Perché? Ho sentito il desiderio di documentarmi, e così sono diventata una studiosa: ho fatto diverse trasmissioni radiofoniche sulla comunicazione angelica. Perché gli angeli ci accompagnano, ci amano e parlano con noi, sempre. Ma è necessario essere molto sensibili per "sentirli", capaci di partecipare alle sofferenze altrui, lasciarsi andare alle emozioni. A me hanno salvato addirittura la vita, in più di un'occasione».

da «Bella» (Edit), 2 maggio 2000