Nicoletta Nutrito al Camel Trophy: Vivrò un'estate da Indiana Jones

di Mariateresa Truncellito

Chiudete gli occhi e immaginate l’italiano che, dal 30 giugno al 21 luglio 2000, parteciperà al prossimo Camel Trophy alle Isole Fiji e Tonga, Sud Pacifico: grande e grosso, muscoli guizzanti, barba di una settimana, cranio rasato, pelle segnata dal sole? Adesso apriteli: Nicoletta Nutrito, 23 anni, bolognese, è uno scricciolo di 56 chili per poco più di un metro e 70, ha lunghi capelli biondi e viso da bambola. L’“uomo” Camel Trophy è lei. È la prima donna del nostro Paese che riesce a vincere le durissime selezioni che danno il diritto di vivere uno dei viaggi-avventura più straordinari del mondo.

L’edizione 2000 (la ventesima) si annuncia davvero emozionante, perché da gara “terrestre” diventa “marina”: messe da parte le tradizionali jeep, il Camel Trophy si snoderà lungo le rotte delle grandi navigazioni del Seicento. A bordo di gommoni a chiglia rigida. Le gare si svolgeranno tra foreste tropicali, ecosistemi vulcanici dalla vegetazione unica al mondo, montagne a strapiombo nell’oceano, spiagge inecontaminate. Elemento unificatore, il mare, che ospita una delle più straordinarie barriere coralline del pianeta, con centinaia di specie di pesci e una varietà infinita di coralli.

Secchiona sportiva

Per questo “sogno” Nicoletta ha sbaragliato 40 agguerritissimi concorrenti (tra i quali 12 donne). O meglio: 39. A pari merito con Nicoletta, si è infatti qualificato Matteo Poli, milanese, 27 anni, che sarà l’altra metà della squadra. Seconda classificata, un’altra milanese, Barbara Mantelli (27 anni), che sarà la riserva: se Matteo dovesse rinunciare, l’equipaggio italiano sarà tutto “rosa”. «Incredibile. È quello che ho pensato anch’io, quando ho sentito scandire il mio nome dall’altoparlante, domenica 26 marzo, al termine delle prove» ride Nicoletta, commentando il suo aspetto fresco e sbarazzino. «C’erano concorrenti fisicamente più dotati di me, che, probabilmente, hanno ottenuto delle migliori prestazioni atletiche. Ma, per fortuna, ha contato moltissimo anche la testa, la strategia». E quanto a cervello, la ragazza ne ha da vendere: diplomata al liceo scientifico, si sta laureando in ingegneria gestionale, con largo anticipo rispetto ai suoi compagni di corso. E sta per affrontare uno stage in un’azienda belga. Insomma: una vera secchiona. Che però trova il tempo di praticare molto sport, il suo hobby favorito. «Mountain bike, arrampicata, trekking, surf da onda, snow board, corsa: mi piacciono soprattutto le attività all’aria aperta. Ho cominciato quando ero piccolissima: ero una bimba molto vivace, incontenibile. Per offrirmi una valvola di sfogo, i miei genitori mi hanno iscritto a un corso di pallavolo: l’ho praticata, a livello agonistico, fino a 15 anni. E poi non ho mai rinunciato, neanche sotto esame, a un paio di ore di sport tre-quattro volte la settimana».

Selezione durissima

Questa “routine” è stata la sua preparazione in vista delle selezioni per il Camel Trophy. «Anche perché ho saputo che ero tra i candidati solo un paio di settimane prima delle prove». Del resto, Nicoletta si era iscritta alle selezioni senza troppa convinzione. «Ho trovato il tagliando di partecipazione su una rivista. D’impulso, l’ho spedito: mi ha incuriosito il fatto che l’annuncio sottolineasse che non era necessario essere dei “superman”, ma dimostrare entusiasmo e impegno, e, soprattutto, essere innamorati dello sport e della vita all’aria aperta. E io lo sono».

Per la verità, Nicoletta è stata stuzzicata anche dall’idea di poter mettere alla prova le sue capacità fisiche e stretgiche. Le selezioni sono avvenute all’Isola d’Elba e sono durate ben 4 giorni, dal 23 al 26 marzo. Intensissimi. «Senza allenamento, non ce l’avrei fatta: in effetti, i giudici mi hanno spiegato che nella scelta del candidato sarebbe stato determinante la capacità di dosare le proprie forze, per riuscire a “reggere” fino alla fine delle selezioni. Le prove sono state molto faticose: abbiamo dovuto dimostrare di saper stare a nostro agio sulla terra ferma come nell’acqua: nuoto di resistenza, apnea, immersione con respiratore e “paddle skiing”, uno sport che viene previsto quest’anno per la prima volta. In pratica, si tratta di cavalcare le onde seduti su una tavola da surf, controllandola coi movimenti del corpo e con ı’aiuto di una pagaia: ci servirà, durante la gara, per raggiungere atolli e isolotti circondati dalla barriera corrallina, non avvicinabili quindi col gommone».

La prova più difficile? «Benché si tratti del mio sport preferito (lo pratico quasi tutte le domeniche), la gara con la mountain bike è stata davvero estenuante: un percorso molto accidentato, che esigeva grande concentrazione, lungo 46 chilometri, da compiere in un tempo massimo di tre ore. Del resto, credo che le prove che mi aspettano durante il Camel Trophy saranno altrettanto impegnative, visto che si svolgeranno per lo più sulla sabbia o su rocce vulcaniche. In compenso, per me è stata una passeggiata l’arrampicata: 15 minuti per scalare una “torre” di plastica alta 12 metri». Qual è stato invece l’“esame” più divertente? «Orienteering: non avevo neppure una vaga idea di che cosa fosse. In pratica, dopo che un istruttore ci ha fornito alcune nozioni elementari per leggere le mappe e usare la bussola, abbiamo dovuto raggiungere alcuni luoghi prestabiliti, ciascuno con un diverso punteggio. In pratica, bisognava valutare quale fosse il percorso più conveniente per guadagnare il massimo punteggio entro tre ore e mezzo. In questa prova, abbiamo anche effettuato una discesa in corda doppia, su una parete rocciosa. Un assaggio di quello che ci toccherà sulle scogliere a picco sul mare: avete presente le scene del film Rapa Nui?».

Naturalmente, i concorrenti si sono cimentati alla guida di quello che sarà il principale mezzo di trasporto sull’Oceano: il gommone (Rib) con motore fuoribordo, che dovranno saper pilotare in qualsiasi condizione di tempo e di mare. «Ci è stato chiesto di seguire una rotta utilizzando la strumentazione di bordo, che si avvale di un sistema satellitare. E abbiamo persino dovuto simulare il salvataggio di un uomo caduto in acqua!». Per finire, la prova più complessa: un piccolo Camel Trophy, della durata di sette ore. «Divisi in 4 squadre, ci siamo organizzati in totale autonomia: nella ripartizione delle prove, ancora per terra e per mare, nelle scelte strategiche e nei trasferimenti da un luogo all’altro».

Desiderio di avventura

Durante le selezioni, Nicoletta ha assaggiato il... rancio del Camel Trophy: cuscus, paella, riso e altri cibi rigorosamente liofilizzati. «Nessun problema, anzi: li ho trovati gustosi. E poi, per una come me, del tutto incapace in cucina, sono comodi anche in città: basta aggiungere un po’ d’acqua e sono pronti. Non sono una fanatica delle diete, vado matta per le lasagne che cucina mia mamma. Ma mi adatto. Soprattutto se ho la possibilità di realizzare, gratis, un sogno».

Nicoletta coltivava da anni il desiderio di un’avventura in un paese lontano. Perché viaggiare è un’altra delle sue passioni. «È vero. Ma i viaggi-avventura costano moltissimo, perché occorrono attrezzature, organizzazione eccellente, compagni di viaggio esperti. Io ho girato il mondo da sola e, soprattutto, sempre in grande economia. In Irlanda, per esempio, ho lavorato in un centro-vacanza per disabili in cambio di vitto e alloggio. Negli Stati Uniti ho fatto la guardia forestale volontaria. Poi ci sono tornata grazie a una borsa di studio universitaria e ci sono rimasta per un anno intero. Così ho potuto girare l’America, Hawaii, Messico e Costa Rica compresi. Per sei mesi, sempre grazie ai programmi di scambio per universitari, ho vissuto a Parigi».

Lo spirito del Camel Trophy privilegia le emozioni individuali e il divertimento, rispetto all’agonismo. Perciò si è sempre svolto in zone remote del mondo, ancora poco esplorate. «Sono eccitata all’idea che potrò godere di un privilegio davvero raro: visitare l’arcipelago delle Lau Island, una riserva naturale incontaminata, assolutamente “off-limits” per gli esseri umani».


da «Bella» (Edit), 2000