A ciascuno il suo peluche

A ciascuno il suo peluche

di Mariateresa Truncellito

Compirà cent’anni nel 2002 ma, alla faccia di videogiochi e diavolerie interattive, è ancora il dono più amato dai giovanissimi: l’orsacchiotto di pezza, compagno di giochi, di segreti e di... nanna per intere generazioni di bambini. E, spesso, amico fedele di tutta la vita, conservato gelosamente anche quando è ridotto a un cencio. Non a caso, anche il bambino-robot rifiutato dai genitori in A.I., Intelligenza Artificiale, l’ultimo film di Steven Spielberg, parte per il suo viaggio in cerca della mamma con Teddy, un super-orso parlante che farebbe felice moltissimi bambini veri...

«I bambini imparano ogni giorno centinaia di cose nuove e, per assimilarle, hanno bisogno di discuterne con qualcuno», ha scritto Tilde Giani Gallino, psicologa dell’età evolutiva e autrice di In principio era l’orsacchiotto (Mondadori). «Uno che sa ascoltare il bambino con grande attenzione, che non lo irride o riprende per i piccoli errori di lingua che può commettere. Qualcuno che non lo interrompe, che è fidato e sa mantenere segrete le cose che il bambino gli ha raccontato. E che sia sempre disponibile a vivere con lui storie immaginarie». Quale adulto saprebbe fare meglio di un peluche?

A proposito di pupazzi parlanti, qualche anno fa centinaia di genitori sono impazziti per riuscire a procurarsi il Furby, il sofisticato bambolotto peloso elettronico che imparava a mangiare e a parlare. Ma il "vecchio" peluche col musino tenero e le zampe rigide resiste senza temere le mode. «Soprattutto gli occhi degli orsi sono affascinanti», scrive Sandra Petrignani nel suo delizioso Il catalogo dei giocattoli (Baldini & Castoldi). «Tristi e rotondi, suggeriscono fedeltà... Questo gioco fa compagnia sotto le coperte, riscalda e protegge, ma a sua volta chiede, con la tragica espressione dello sguardo, calore e protezione». Fra i tanti peluche che popolano la cameretta di un bimbo, è facile scoprire il preferito. «Basta annusarlo. Inebria l’odore di un orso abituato a dormire nello stesso letto del suo padroncino: è l’odore di quel tale bambino e insieme l’odore universale dell’infanzia...».

Oggi la scelta del soggetto da abbracciare è davvero vastissima, perché il mondo dei peluche si è densamente popolato: tigrotti, gattini, cagnolini, tartarughe, delfini, mucche e persino aragoste o serpenti, ma la sostanza non cambia. Teneri, simpatici, buffi, a Natale i peluche vivono il loro momento d’oro: trionfano nelle vetrine e conquistano centinaia di acquirenti. Si regalano ai bambini, ma anche all’amica del cuore o al fidanzato, per manifestare affetto e amore. È un dono che diventa unico, personale, perché è capace di suscitare emozioni e risvegliare ricordi. Perciò, non sono pochi gli adulti che, con la scusa dei figli, comprano i peluche soprattutto per sé. Senza contare i collezionisti che, invece, non cercano proprio nessuna scusa per arricchire la loro raccolta di pupazzetti morbidi.

Per la gioia dei collezionisti

L’orsetto di peluche, il teddy bear in inglese, è per molti un oggetto ambitissimo. Che vale di più quanto più è vecchio (e magari spelacchiato) e quindi raro. Infatti, dopo essere stati tanto coccolati, i peluche quasi sempre finiscono vittime di una lavatrice troppo energica e ben pochi sfuggono alla furia di una mamma che ha deciso di fare piazza pulita di tutto ciò che è malconcio o impolverato. I pochi, fortunati sopravvissuti diventano preda delle case d’aste, dove raggiungono anche quotazioni di vari milioni di lire. Il record è di un orsetto Steiff biondo e castano del 1920: messo all’asta nel 1989 con un prezzo di 2 milioni da Sotheby’s, a Londra, fu aggiudicato a un nostalgico collezionista per quasi 130 milioni di lire!

Ma non è solo il vecchiume ad alzare il prezzo: negli Stati Uniti, una delle ultime manie collezionistiche sono i Beanie Babies, animaletti di pezza che in negozio costano poco più 10 mila lire ma che, una volta usciti dalla produzione, in Internet (www.ty.com) si vendono anche a 8-10 milioni, fino a punte di 18 milioni (per il cammello Humphrey). Artefice della magia è Ty Warner che, dal suo ufficio dell’Illinois, fa sparire i pupazzi dai negozi il più rapidamente possibile, gonfiandone le quotazioni... Non c’è da stupirsi se i più colpiti dalla pupazzo-mania sono gli inglesi e gli americani. In Gran Bretagna e in America gli orsacchiotti non sono giocattoli qualsiasi, ma “gioielli” di famiglia tramandati di padre in figlio. Non solo: oltre a collezionarli, i grandi si divertono anche a fabbricarli con le proprie mani, frequentando corsi specializzati per “teddy-bear artist”. Basta tanta passione e un minimo di abilità con ago e filo per realizzare piccoli capolavori. Che i più ambiziosi espongono in una fiera specializzata, il Festival of Artist Bears, il 4 giugno, a Stratford-upon-Avon, la città natale di William Shakespeare.

Le meravigliose storie di Teddy

L’anno di nascita e la patria del primo teddy bear (e quindi dei peluche) sono oggetto di animate discussioni: tanto gli Stati Uniti quanto la Germania infatti si vantano di aver dato i natali a una tale star. Secondo gli americani, il papà e la mamma dell’orsacchiotto sono Morris e Rose Mitchom, titolari di un negozio di caramelle a Brooklyn.

Il 14 novembre 1902, Theodore (Teddy) Roosevelt, 26° presidente degli Stati Uniti, stremato dalle discussioni politiche per definire i confini di Mississippi e Louisiana, decise di concedersi una battuta di caccia lungo il fiume Little Sunflower, nel Mississippi. Gli amici, per cercare calmargli i nervi, catturarono un cucciolo di orso e lo legarono a un albero: il presidente così non avrebbe potuto mancare il bersaglio e sarebbe tornato al tavolo delle discussioni pacificato da un magnifico trofeo. Ma Roosevelt si rifiutò di colpire un orsacchiotto indifeso e ordinò che venisse liberato. Il disegnatore satirico Clifford Berryman del Washington Post immortalò l’evento in una vignetta che suggeriva come, anche in merito alla faccenda politica dei confini, un presidente così retto non poteva essere convinto a prendere una decisione sbagliata. La vignetta venne ripresa da tutti i giornali e la popolarità di Roosevelt crebbe enormemente. Il “Teddy’s Bear”, cioè l’orsetto di Teddy, sarebbe diventato il suo simbolo e lo avrebbe aiutato anche a essere rieletto, nel 1905. Ma l’orsacchiotto avrebbe portato fortuna anche a Mr Mitchom e a sua moglie, che copiarono dalla vignetta il cartamodello per un orsetto di pezza da esporre in vetrina. Il pupazzo piacque così tanto ai piccoli clienti del negozio di caramelle che, nel giro di un anno, i Mitchom lo chiusero per fondare la Ideal Novelty and Toy Company, la più grande fabbrica di orsacchiotti degli Stati Uniti.

Più o meno nello stesso periodo, in Germania Richard Steiff, giocattolaio, andava allo zoo di Stoccarda in cerca di un’ispirazione per un nuovo balocco. Fu particolarmente colpito da un gruppo di orsi ammaestrati, che gli suggerirono l’idea di un orsacchiotto che stesse in piedi, come un bambolotto. Richard preparò alcuni schizzi e li passò a sua zia, Margarete Steiff, una giovane poliomielitica molto brava nel taglio e cucito. L’orsetto fu presentato per la prima volta alla fiera del giocattolo di Lipsia, nel 1903. All’inizio, nessuno sembrava interessato. Poi, l’ultimo giorno, proprio quando Richard stava smontando lo stand, si avvicinò un compratore americano che, appena vide l’orsacchiotto, ne ordinò diverse migliaia. Naque così il Teddybär Steiff, che è ancora tra i più amati al mondo.

Non è finita: nel 1901 al trono di Gran Bretagna era salito Edoardo VII, figlio della regina Vittoria, noto per la sua passione per i giochi e familiarmente chiamato "Teddy". Alcuni esperti giurano che il nome dell’orsacchiotto più famoso del mondo si debba al sovrano inglese e a nessun altro... Chissà: di certo, i sudditi di sua maestà britannica sono tra i suoi fan più entusiasti. E fu uno scrittore inglese, A.A. Milne, che nel 1926 diede alle stampe il primo romanzo che ha per protagonista un bimbo e il suo orso di peluche: Winnie-the-Pooh, uno dei più grandi classici della letteratura per l’infanzia.

Una fiaba italiana

E in Italia? Anche noi abbiamo una storia vera sui peluche che somiglia tanto a una favola. Trudi Muller portava ancora i calzettoni e le trecce quando, per gioco, in collegio cominciò a confezionare i primi peluche da regalare a familiari e amici. Nel 1955, insieme con il marito Antonio Patriarca, decise di trasformare il suo hobby in un’attività professionale: da allora, la Trudi Giocattoli di Tarcento (Udine) ha realizzato 3 mila soggetti diversi ed è diventata la più importante azienda italiana di "soft-toys".

Ogni anno oltre due milioni e mezzo di peluche italiani raggiungono i lettini dei bambini di tutto il mondo: tra cani, gatti, animali acquatici, bestie esotiche, animali del bosco e della fattoria, caricature, ci sono anche i peluche Disney e quelli ispirati alla saga di Harry Potter. Più di 200 nuovi soggetti all’anno, studiati nei minimi particolari: materiali, colori, lunghezza del pelo, espressione del musetto completata dal ritocco di un visagista. Fino agli anni Sessanta, in Italia i peluche non raccoglievano certo il successo che hanno oggi. Erano pupazzi un po’ pungenti, imbottiti di paglia, con gli occhietti di vetro o di lamiera. La signora Trudi ebbe un’idea geniale: sostituire la paglia con l’ovatta e applicare ai peluche l’innovazione tecnologica che aveva permesso di realizzare i tappeti a pelo lungo. Il peluche diventa così l’orsetto morbido morbido che si può coccolare, abbracciare e, per la gioia delle mamme, lavare con acqua e sapone. E sono sempre le vicende personali della signora Trudi a ispirare i peluche in miniatura (7 centimetri) nati negli anni Settanta, mentre la geniale creatrice era costretta a letto a causa di un incidente e poteva tagliare e cucire solo piccoli animaletti. Che oggi, insieme con gli orsi giganti alti ben un metro e novanta, soddisfano le esigenze dei bambini di tutte... le misure. Anche i più cresciuti.


 


Natalia Estrada

«Mia figlia adora tutti i peluche. A me invece piacciono strani: il polipo, l’ornitorinco, l’aragosta. Ho visto persino delle cozze di peluche Li amavo anche da piccola, però ero allergica alla polvere e ogni tanto ero costretta a tenerli per un po’ di tempo fuori dalla cameretta. Una volta, a un fidanzato ho regalato un enorme ranocchio, impossibile da nascondere. Volevo che rappresentasse anche un messaggio minaccioso per una eventuale rivale che si fosse infilata in casa del mio innamorato».

Antonella Appiano

«Quando ero bambina il mio migliore amico era l’orsetto Blu: era brutto, spelacchiato, gli mancava anche un occhio.. ma la mamma non è mai riuscita a sostituirlo! Non so che fine abbia fatto. Conservo invece un peluche che mi ha regalato il mio primo ragazzo: è il lupo di Cappuccetto Rosso travestito da nonna, con la camicia da notte e la cuffietta».

Federica Panicucci

«Da piccola dormivo con un orsetto che conservo ancora, anche se ormai non ha più neanche le sembianze di un peluche. In generale però non li amo: alcuni sono bellissimi e realistici, nelle vetrine fanno un effetto spettacolare, li guardo con piacere, ma non spenderei mai dei soldi per comprare un peluche. In compenso, i fan me li regalano molto spesso: sono segno di tenerezza, messaggi d’affetto che mi fanno tantissimo piacere. Ma sono così inutili... Oddio, che cinismo!»

Mariateresa Ruta

«Casa mia è invasa dai peluche: il delfino di un metro e mezzo, il castoro minuscolo, la pecora col pelo riccio e quella col pelo liscio, la renna, gli orsetti che ballano... Rifare i letti è una vera impresa, perché ogni volta bisogna rimettere a posto tutti i pupazzi. È colpa mia: ogni volta che partivo per un viaggio di lavoro regalavo a Guenda e a Gianamedeo un peluche perché si sentissero meno soli. Ma anch’io da bambina li ho amati molto: a Torino, dai miei, ho una tartaruga dei primi anni Sessanta. E ho un ricordo tenerissimo, di quando io e Amedeo Goria eravamo fidanzati: per Natale mi regalò una borsetta da sera che racchiudeva un orsetto bianco con un fiocco rosso...»

Francesca Senette

«Adoro i peluche. In particolare Mimì, un orsetto col fiocco rosa. Non mi vergogno a dire che dorme con me e, durante il giorno, presidia il mio letto. Me ne sono innamorata a prima vista, in un negozio dove ero entrata per comprare un libro. La verità è che i peluche mi piacciono più adesso: da piccola preferivo la Barbie, perché potevo cambiarle i vestiti e tagliuzzarle i capelli... Oggi invece, soprattutto d’inverno, quando c’è tanta voglia di coccole sotto un piumone, donare o ricevere un peluche è un gesto affettuoso, che ci ricorda il nostro lato infantile. Perciò li regalo agli amici: perché tutti, grandi e piccoli, uomini compresi, abbiamo bisogno di tenerezza».

Roberta Lanfranchi

«Ho ancora un cagnolino grigio che si chiama Poldo e che mi è stato comprato addirittura alla mia nascita, dai miei genitori. Ha dormito con me per tanto tempo ed è molto malridotto... ma guai a chi me lo tocca! Compro spesso peluche, con la scusa di regalarli a mio figlio Matteo che, però, a 4 anni non li apprezza molto. Eccetto Cucciolo dei Sette Nani: è alto come lui e se lo tira dietro per tutta la casa. Gli parla, lo mette seduto sul divano e guarda insieme a lui i cartoni animati in tivù».

Cristina Parodi

«I peluche? Li aborro! Prendono un sacco di polvere e non servono a nulla. Purtroppo i miei figli li ricevono in regalo (non da me!) e li adorano: io li chiudo in grandi ceste per non averli in giro e loro si divertono a tirarli fuori e a sparpagliarli ovunque. Dopo le feste di Natale, cerco sempre di regalarne almeno una parte a bambini meno fortunati dei miei e di buttare quelli più rovinati. I peluche non erano la mia passione neppure da piccola. Posso capire l’orsetto preferito, ma trovo odiose le collezioni e insopportabili i bestioni giganteschi. Eppure in casa mia credo sia passato qualunque tipo di animale, persino un orribile serpente boa!»

da «Bella» (Edit) 21 dicembre 2001