Il fascino della storia: un enigma

di Mariateresa Truncellito

Chi ha sparato a Mussolini? Perché c’è chi crede che Hitler sia riuscito a fuggire dal bunker di Berlino e a rifugiarsi in Argentina? Davvero lo sbarco dell’uomo sulla luna potrebbe anche essere una clamorosa montatura della Nasa per manipolare l’opinione pubblica? Sono alcune delle inquietanti domande di cui è piena la nostra storia recente. Anche il passato, che per sua natura dovrebbe essere certo e definitivo, spesso è avvolto da dubbi, misteri, mille ipotesi e nessuna verità. Ad alcuni di questi grandi interrogativi cerca di dare una risposta un nuovo ciclo di trasmissioni su Raitre, il venerdì in prima serata: «Enigma, I misteri della storia». Tra gli autori, Corrado Augias.

Dopo uno speciale andato in onda prima di Natale sul vero volto di Gesù e i suoi “anni perduti” (i Vangeli non ci dicono nulla sulla vita di Cristo dai 12 ai 30 anni, ma c’è una fiorente letteratura che lo immagina pellegrino in Oriente, dal Kashmir fino al Giappone) e la prima puntata dedicata agli ultimi giorni di vita di Adolf Hitler nel bunker, il programma affronterà, tra l’altro, il “terzo segreto” di Fatima, la morte di Benito Mussolini, la guerra fredda e lo sbarco sulla luna e lo scottante dibattito sull’atteggiamento di Togliatti verso i prigionieri italiani in Russia.

Sugli argomenti affrontati da Enigma è fiorita una letteratura sterminata e ogni volta che esce un nuovo libro che avanza un’ulteriore ipotesi sulla scomparsa del Duce o la fine del Nazismo, è un successo editoriale. Ma perché anche intorno a fatti realmente avvenuti c’è il desiderio di non accontentarsi della spiegazione ufficiale che a volte, anche se banale, è molto probabilmente quella vera? «Credo che la curiosità verso i retroscena sia innata nella natura umana», commenta Lucetta Scaraffia, storica. «Oggi però è effettivamente fortissima perché il mistero è praticamente sparito dalle nostre vite. La religione, che fino a qualche decennio fa rappresentava un elemento trascendente molto presente nella quotidianità, ha sempre meno presa. Il grande mistero della morte è del tutto rimosso nella cultura occidentale contemporanea. E poi c’è la scienza che sembra dare una risposta a tutto, a qualsiasi fenomeno naturale». Non solo: c’è sempre meno spazio per gli esercizi di fantasia. «Tutto ciò che accade nel mondo entra nelle nostre case grazie alla televisione: i filmati ci mostrano gli avvenimenti, non dobbiamo fare alcuno sforzo per immaginarci le facce dei progonisti di un evento perché li vediamo in diretta. Ma l’esigenza di mistero, di scavare dietro alle cose, rimane. Ed è stato perciò trasferito agli avvenimenti storici avvenuti realmente: misteriosi sì, ma nello stesso tempo avvolti nella razionalità». Ma perché alcuni fatti storici diventano enigmi e altri no? «Per le circostanze, spesso confuse, controverse, oltre che drammatiche in cui si verificano. Ma anche perché alludono ad altri grandi misteri: i misteri del Nazismo sono infiniti perché alludono al grande mistero dell’esistenza del Male. A come si manifesta e a come può essere sconfitto».

Il titolo della trasmissione, oltre a richiamare i dubbi che ancora persistono sui fatti affrontati nel corso delle sei puntate del programma, si rifà al macchinario che, durante la Seconda guerra mondiale, permetteva ai Nazisti di tradurre le proprie comunicazioni con un codice segreto, impedendo agli Alleati di intercettare i micidiali sottomarini tedeschi. Spiega Andrea Vianello, il conduttore del programma. «Quando, nel 1943, gli inglesi riescono finalmente a decodificare Enigma, hanno nelle mani una delle chiavi della vittoria degli angloamericani. Anche noi cercheremo di "decodificare" alcune pagine oscure e vicende controverse del nostro recente passato».

La trasmissione va in onda dal Centro di produzione Rai di Napoli: in un’atmosfera sospesa nel tempo, con riferimenti scenografici che ricordano i quadri metafisici di Giorgio De Chirico, rari filmati d’epoca ricostruiscono gli avvenimenti, proponendo i dubbi e gli interrogativi rimasti aperti. «Con l’aiuto degli ospiti in studio cercheremo quindi di dipanare la matassa e di approfondire gli aspetti più controversi», continua Vianello. «Ci saranno sempre degli storici, che si sono dedicati in particolare all’argomento trattato, magari giungendo a diverse conclusioni, dei "tecnici", come un perito balistico, un medico legale, un neurologo, e, soprattutto dei testimoni e protagonisti dei fatti di cui parliamo o depositari dei ricordi di chi è stato presente: come il ragazzo che fu corriere di Hitler durante i giorni nel bunker. Testimoni che in genere non "fanno" la storia, non entrano nei libri, eppure hanno assistito dal vivo ai fatti e ne hanno una visione assolutamente unica».

Enigma conclude il Progetto Storia di Raitre, cominciato sei anni fa con La grande storia in prima serata, coraggioso eperimento di trasmissione di documentari storici in prima serata, premiato con risultati di audience straordinari (fino al 15 per cento), e proseguito con le biografie di Correva l’anno. In che cosa si differenzia la nuova trasmissione?

«Anche noi racconteremo la versione ufficiale dei fatti», risponde Vianello. «Dando però spazio anche alle tesi un po’ più stravaganti, quelle a cui la storia con la “S” maiuscola guarda un po’ schifata. Ipotesi curiose, intirganti, contenute in molti libri, anche di successo: noi, senza avvalorale, diamo a queste tesi dignità di racconto. Lasciamo agli ospiti in studio il compito di appoggiarle o smentirle totalmente».

Ma proporrete una soluzione “definitiva” dell’enigma affrontato?
«No, non siamo così ambiziosi da voler scoprire il codice segreto della storia, né tantomeno di vincere la guerra della verità. Proviamo ad offrire ai telespettatori tutti gli elementi, anche quelli che di solito vengono taciuti con un po’ di pudore, ma che possono essere utili per ricostruire una pagina importante del passato».

Perché, secondo lei, ci sono avvenimenti storici che più di altri si prestano a diventare misteri?
«In realtà qualunque fatto, anche il più banale, può dare spazio alla dietrologia: chi può dire veramente come sono andate le cose? Anche un testimone le guarda dal suo punto di vista e può darne una versione che non coincide con quella degli altri. Quando gli avvenimenti si svolgono in un momento particolarmente cruciale della storia, quando gli interessi in gioco sono tanti, c’è poi il rischio di strumentalizzazioni: basti pensare, per esempio, a Stalin che, subito dopo la fine di Hitler, mette in giro la voce che il Führer sia ancora vivo per tenere desta la paura degli Alleati verso il Nazismo e che, durante gli interrogatori dei soldati tedeschi, fa di tutto per alimentare la confusione, raccogliendo testimonianze spesso contraddittorie. Infine, ci sono circostanze oggettive che favoriscono l’intrigo, il "giallo": il bunker segreto, i resti carbonizzati, l’esistenza accertata di sosia del Führer...»

Quale degli enigmi affrontati nella trasmissione la affascina di più?
«Non saprei esprimere una preferenza: mi hanno appassionato tutti quelli di cui mi sono occupato. Il mistero degli ultimi giorni di vita del Führer mi aveva sempre impressionato e mi aspettavo lo stupore e l’emozione di "scavare" in questi avvenimenti. Ma anche lo studio delle apparizioni di Fatima è stata un’avventura molto più affascinante di quanto immaginassi: il rapporto tra i vari Papi che hanno avuto tra le mani la scottante busta sigillata col terzo segreto, la sparizione della lettera, l’imbarazzo nei palazzi Vaticani, già di per sé straordinariamente misteriosi... Ogni puntata mi ha permesso di entrare in un grande romanzo, che però è ancora più affascinante perché è il grande romanzo della verità e della vita».

Lei fino all’anno scorso curava e conduceva, su Radiouno, il programma di approfondimento giornalistico Radio anch’io. Un programma di strettissima attualità: come si trova alle prese con il passato remoto?
«Cerco di affrontarlo con lo stesso tipo di approccio, serietà, curiosità giornalistica e voglia di raccontare. Il maggiore distacco temporale dagli avvenimenti a volte complica le cose: devi studiare molto di più! Se alla radio ogni giorno dovevo voltare pagina, passare disinvoltamente dalla legge finanziaria alla guerra in Jugoslavia, oggi affronto argomenti sui quali c’è una letteratura sterminata. Il problema è districarsi, selezionare, capire cosa vale la pena leggere e cosa no... Però non è cambiato il divertimento».


La grande piramide di Giza, le sparizioni di navi nel triangolo delle Bermuda cominciate all’epoca di Cristoforo Colombo, gli enormi disegni di Nazca in Perù, i colossi dell’isola di Pasqua, l’uomo della Sindone... Tutta la Storia, passata e recente, è costellata di misteri. Che, da sempre, hanno affascinato l’uomo. «La passione per gli enigmi scaturisce da alcuni fondamentali bisogni psicologici», spiega Giuseppe Sampognaro, psicoterapeuta.

1) L’esigenza di "chiudere" le situazioni irrisolte, di fare chiarezza e non accettare passivamente le ambiguità e la povertà di informazione. La avvertiamo quando non vediamo bene, quando non comprendiamo in pieno il senso di una frase, ma anche quando non sappiamo decodificare i sentimenti di un’altra persona. Allo stesso modo, il bisogno di chiusura è prepotente quando non c’è chiarezza riguardo a un fatto del passato, sul quale non ci sono notizie o sono confuse e contraddittorie. La mancanza di chiusura ci fa sentire tesi, inquieti. La risoluzione ci appaga, ci rilassa dal punto di vista psicofisico.

2) Il bisogno di accettare tutto ciò che rappresenta una sfida al nostro intelletto. Mettere insieme i pezzi e ricomperre il puzzle che sta a monte di un mistero è uno stimolante banco di prova per la mente umana. Intuito e logica si alleano per fare chiarezza e migliorare l’immagine che abbiamo di noi. È la stessa molla psicologica che ci spinge a tentare di risolvere un rebus: una piccola “tortura” che ci auto-infliggiamo per la voglia di dimostrare a noi stessi, prima che agli atri, quanto siamo capaci dal punto di vista razionale.

3) Fare chiarezza sulle nostre radici. «La storia siamo noi», dice una famosa canzone di De Gregori. A differenza di ciò che accade quando siamo chiamati a risolvere un problema inventato, come è quello di un giallo, riflettere sui punti oscuri della storia umana ci tocca da vicino. Ciò che è accaduto a un nostro simile ed è avvolto nel mistero ci incuriosisce perché spezza il filo di continuità che unisce i vari momenti dell’agire umano. È come se ci fosse un’ombra sul nostro passato e questo ci rende inquieti perché ci impedisce di conoscerci a fondo e prevedere il nostro futuro. L’essere umano ha bisogno di prevedibilità, di poter contare sui “corsi e ricorsi storici”, come rifugio dalla complessità della vita.

Il terzo segreto di Fatima

Il 13 maggio del 1917, mentre infuriava la I guerra mondiale, Lucia Dos Santos, 10 anni, e i due cugini Francesco, di 9, e Giacinta Marto, di 7, mentre pascolavano un piccolo gregge a Cova da Iria, presso Fatima, in Portogallo, videro una luce accecante. Pensarono a un temporale e si affrettarono a tornare a casa. Ma furono fermati da «una signora più splendente del sole», che reggeva tra le mani un rosario bianco. «Pregate, e tornate qui ogni mese, per cinque mesi, il giorno 13».

Cominciava così una delle più affascinanti e studiate apparizioni della Madonna riconosciute dalla Chiesa. Clamorosa anche a causa delle sconvolgenti profezie affidate dalla Madonna ai tre bambini analfabeti e del tutto ingari dell’esistenza di un paese, in esse citato, chiamato Russia (non ancora né ateo, né comunista). Mentre le prime due, relative a una visione dell’inferno che anticipava di due decenni lo scoppio della II guerra mondiale e alla conversione della Russia furono svelate, la terza parte è rimasto custodita nella cassaforte privata del Pontefice fino al 26 giugno del 2000. Quando, finalmente, il cardinal Sodano rivela che il “terzo segreto” è la profezia della «lotta dei sistemi atei contro la Chiesa e i cristiani. Un’interminabile Via crucis guidata dai papi del XX secolo». Tra di loro c’è anche un «vescovo vestito di bianco che, camminando faticosamente verso la Croce, cade a terra come morto, sotto i colpi di arma da fuoco»: la visione viene collegata all’attentato subito da Giovanni Paolo II per mano di Alì Agca il 13 maggio 1981.

L’impressionante coincidenza di date con l’inizio delle apparizioni in Portogallo, la devozione particolare del Papa alla Madonna di Fatima (alla quale attribuisce il miracolo della sua salvezza), non sono bastate a convincere gli scettici che contestano l’interpretazione e il contenuto del messaggio. Senza entrare nel merito, i misteri legati al terzo segreto di Fatima sono moltissimi. Alla fine del 1943, il vescono di Fatima, monsignor Da Silva, aveva ordinato a Lucia (diventata suora di clausura, mentre i cuginetti erano morti pochi anni dopo l’apparizione) di scrivere su un foglio la terza parte del segreto.

La testimonianza, chiusa in una busta sigillata con la ceralacca, fu consegnata al patriarca di Lisbona. Nel 1957 papa Pio XII chiese la busta. E suor Lucia affermò che il segreto poteva essere rivelato al mondo dopo il 1960. Ma nè Giovanni XXIII, né Paolo VI, né Giovanni Paolo I avevano ritenuto opportuno, per i loro tempi, rivelarne il contenuto. La posizione ufficiale era che la terza parte del segreto di Fatima si riferisse a gravi difficoltà interne alla Chiesa. Ma la reticenza del Vaticano, la lunghissima attesa, i misteriosi movimenti della preziosissima busta, hanno favorito il fiorire di una vasta letteratura e di moltissime ipotesi, per lo più catastrofiste, sul contenuto della profezia. Tra le altre, quella dei “Fatima Center”: la Russia avrebbe appoggiato militarmente un risorto Islam lanciato alla conquista dell’Occidente in una terza, terribile, guerra mondiale. conflagrazione mondiale capace di offuscare, per intensità e distruzione, le due guerre mondiali. Non sorprende che oggi ci sia chi mette in relazione il terzo segreto di Fatima con il crollo delle torri gemelle di New York, l’11 settembre 2001.

Sulla luna ci siamo andati davvero?

«Un piccolo passo per l’uomo, un grande balzo per l’umanità»: così l’astronauta Neil Armstrong definì i suoi primi movimenti sul suolo lunare, nel luglio 1969. Ma il grande balzo c’è stato davvero? Moltissimi americani, sostenitori della “Lunar conspiracy”, sono convinti che proprio le storiche immagini che documentano l’epica impresa dei cosmonauti statunitensi dimostrino invece che le missioni Apollo 11 e 14 sono state costruite in laboratorio, con opportuni trucchi cinematografici. Ombre discordanti, polvere immobile nonostante l’atterraggio delle sonde, bandiere che sventolano benché sulla Luna non ci sia atmosfera, riflessi che contraddicono la presenza di un’unica fonte di luce, mancanza assoluta delle stelle sullo sfondo...

Una vasta letteratura e anni di ricerche (alle quali hanno partecipato anche docenti del Mit) sulle foto scattate da Armstrong e Aldrin, sono giunti alla conclusione che le immagini sono state scattate a terra, in uno studio in Nevada, in Texas o da qualche altra parte nel deserto. Il presupposto della “lunar conspiracy” è che la Nasa nel 1969 non disponeva ancora della tecnologia necessaria per spedire un uomo sulla Luna e riportarlo vivo sulla Terra, né era possibile trasmettere immagini televisive da 150 mila miglia di distanza, quando ancora c’erano problemi di trasmissione di una immagine fissa da 50 miglia. Ma chi sarebbe l’autore del falso allunnaggio? Niente meno che Stanley Kubrick, il regista di 2001 - Odissea nello spazio.

È la tesi suggestiva del giornalista americano C. Powers: «Nel 1968 alcuni alti gradi della Nasa offrirono a Kubrick di dirigere le riprese dei primi tre allunaggi. Lui inizialmente rifiutò. Ma poi cambiò idea, perché la Nasa lo ricattò: suo fratello minore, Raul, aveva aderito al Partito Comunista e, per evitare scandali, il regista decise di collaborare. Lavorò per 16 mesi con un team di esperti in effetti speciali, in Alabama. Nel 1969 gli astronauti sarebbero stati effettivamente catapultati nell’orbita terrestre e avrebbero fatto ritorno con uno spettacolare ammaraggio nel Pacifico: ma lo sbarco sulla Luna non c’è mai stato».

Ma perché gli americani avrebbero turlupinato la storia? Semplice: per battere l'Urss sul tempo. E perché, in piena guerra fredda, gli scienziati sovietici non ne hanno approfittato per distruggere gli avversari smontando la mistificazione? Forse perché mostrare la falsità dell’informazione televisiva americana poteva ritorcersi contro il potere sovietico, a sua volta “maestro” nell’arte della mistificazione...

Chi ha sparato a Mussolini?

Chi ha sparato al Duce e a Claretta Petacci il 28 aprile 1945? Ipotesi, congetture, testimonianze e ritrattazioni sono servite a costruire molte “verità”. Qualcuna più accreditata, ma nessuna certa. Nel pomeriggio del 27 aprile 1945 la 52° Brigata Garibaldi ferma una colonna di camion tedeschi a Musso, sul lago di Como. Tra i “Kamerad”, viene riconosciuto e arrestato Benito Mussolini.

Il Duce viene interrogato nel municipio di Dongo e quindi trasferito nella caserma della Guardia di finanza a Germosimo, poi, nella notte, verso S. Maurizio di Brunate. La Petacci li segue. Il partigiano Giuseppe Neri apprende che gli americani sono entrati a Como e, per evitare il rischio di dover consegnare il Duce agli alleati, decide di tornare indietro, a Borzanigo, a casa della famiglia De Maria. Fin qui le varie fonti, più o meno, concordano.

Poi, secondo la versione ufficiale, Mussolini e la Petacci, con 15 repubblichini e gerarchi, furono fucilati davanti al cancello di villa Belmonte, a Giulino di Mezzegra, da Walter Audisio, il “colonnello Valerio”, deputato del Pci che per tutta la vita dichiarò di essere stato il giustiziere del Duce. Sul luogo ufficiale dell’esecuzione pare siano state trovate poche tracce di sangue. E questo ha dato adito alle spiegazioni più diverse: la fucilazione di Giulino di Mezzegra è una messinscena, per dare parvenza di una vera condanna a morte a quello che è stato uno sgradevole incidente.

Urbano Lazzaro, nel suo libro Dongo, mezzo secolo di menzogne, sostiene che i partigiani avevano prelevato i prigionieri dalla casa dei De Maria e invitato Mussolini a salire su un’auto. Alla Petacci viene impedito, da Alfredo Mordini, che le punta un mitra nel petto. Lei reagisce afferrando la canna dell’arma. Allora Luigi Longo, il “partigiano Bill”, le spara, ma l’arma si inceppa. A quel punto Mussolini scende dall’auto. Nella collutazione con “il capitano Neri” Luigi Canali, parte una breve raffica di colpi che atterra il Duce. La Petacci si getta su di lui. Mordini fa partire un’altra raffica che la uccide. Mussolini rantola e Longo urla a Michele Moretti di finirlo.

Diversa la ricostruzione che fa Alessandro Zanella nel libro L’ora di Dongo: a uccidere Mussolini e la Petacci sarebbe stato il “capitano Neri”, per riscattarsi agli occhi del Pci che lo riteneva un traditore. Ancora, Bruno Giovanni Lonati, ex partigiano, nel libro Mussolini e Claretta: la verità, si è a sua volta propoto come “giustiziere” del Duce, su ordine ricevuto da un agente segreto britannico, il capitano John. L’ordine sarebbe partito direttamente da Winston Churchill, che temeva che la coppia, interrogata dagli americani, avrebbe spifferato gli accordi segretissimi e inconfessabili intercorsi tra il premier britannico e il Duce per cercare di volgere Hitler contro la Russia di Stalin.

Ancora: nel 2001 è spuntata la copia di un documento del maggio 1945, un dattiloscritto dove si legge che a sparare a Mussolini fu invece il “partigiano Pietro”, Michele Moretti, e che il mitra utilizzato fu consegnato dal Cln ai russi già poche settimane dopo gli eventi di Dongo... Il mistero continua.

Gli ultimi giorni nel bunker

Lunedì 30 aprile 1945, alle 15,30 Adolf Hitler si uccide nel bunker dove si era rifugiato per non cadere nelle mani dell’Armata rossa che assedia Berlino da due settimane. Un’ora dopo, il corpo del Führer, insieme a quello della moglie Eva Braun, viene portato all’esterno e bruciato. Ma, fino agli anni Settanta, non sono mancate le voci che indicavano Hiter ancora vivo, dopo una fuga rocambolesca e una messinscena sulla sua morte.

A oltre mezzo secolo di distanza, il mistero sulla fine del Führer non è ancora del tutto risolto. Durante i giorni nel labirinto costruito sotto la Cancelleria del Reich, aveva più volte manifestato l’intenzione di farla finita. La notte del 28 aprile, Hitler sposa Eva, la compagna da una vita: forse sente vicinissima l’ora della fine e vuole regolarizzare il legame. Il giorno dopo detta a una segretaria il suo testamento politico, nomina Goebbels cancelliere (che pure, con la moglie e i sei figli, si suiciderà nel bunker) e Bormann capo del partito.

Alla sera, distrugge gli archivi e fa avvelenare il suo cane. Verso le 2 di notte saluta i fedelissimi. Il 30 aprile Hitler si congeda anche dal suo cameriere personale, Heinz Linge. È lui a fornire la prima versione sulla morte del dittatore tedesco: dopo l’avvelenamento di Eva Braun, il Führer si è sparato con una pistola Walter calibro 7,65. L’autista di Hitler, Eric Kempka conferma che si è sparato in bocca. Otto Guensche, che si occupò di bruciare i corpi, ricorda invece un foro sulla tempia destra. Ma poi ritratta.

Diversa la versione fornita dai russi che trovarono i resti all’esterno del bunker due giorni dopo la morte. Secondo l’autopsia del colonnello Nikolai Alexandrovic Krajeskij, il Führer si è suicidato col cianuro: non ci sono segni di ferite sul corpo, ma i resti di una fiala di vetro spezzata tra i denti e odore di mandorle amare. La spiegazione però non convince: come possono restare queste tracce dopo un rogo? C’è chi sostiene che la tesi sia stata voluta da Stalin, perché quello col cianuro è considerato un “suicidio poco virile”.

Esiste anche una terza versione: secondo il generale tedesco Rattenhuber Hitler, poco sicuro dell’effetto del cianuro, dopo averlo ingerito avrebbe ordinato al suo domestico Linge di sparargli. Anche il ritrovamento dei resti è poco chiaro: dopo averli a lungo cercati, alcuni generali di Stalin scelgono il cadavere di un soldato con i baffetti e decidono di farlo passare per il corpo di Hitler. In effetti, si tratta di un uomo che in varie occasioni era stato usato come sosia del Führer. Qualche giorno dopo, un soldato russo nota della terra smossa: vengono così ritrovati i resti bruciacchiati di Hitler e di Eva Braun. Il dentista di Hitler confermerà, basandosi sulle sue cartelle cliniche, che si tratta proprio del Führer. Ma Stalin, per seminare il panico fra gli Alleati e agitare lo spettro di un sempre vivo pericolo nazista, preferisce mettere in giro la voce che il dittatore è ancora vivo e che si nasconde in Francia o in Argentina.

L’ultima verità sui resti del Fürer è emersa negli anni Novanta dagli archivi del Kgb. Yuri Andropov scriveva, nel 1970, al segretario del partito Leonid Breznev che nel 1946 erano stati sepolti in un insediamento militare a 40 chilometri da Berlino e propone di sbarazzarsene definitivamente, bruciandoli. Così dovrebbe essere stato: ma non esiste alcun documento fotografico, né del ritrovamento dei resti, né dell’autopsia, né dell’ultima cremazione.

da «Bella» (Edit), 28 marzo 2003