Di che cosa ti lamenti?

di Mariateresa Truncellito

Diciamoci la verità: chi di noi non ha qualche buon motivo per la lamentarsi? Il collega zelante o quello troppo pigro. La vicina rumorosa. La fatica di arrivare a fine mese con lo stipendio. Il mal di schiena che ci tormenta. La suocera impicciona. Il marito che ci trascura. Fa caldo, fa freddo, non la smette più di piovere... Ogni fatto della vita, triste o lieto, fondamentale o marginale, può essere un valido pretesto. La lagna, oltre (si spera) a tenere lontana l’invidia, ha anche un effetto liberatorio: bisogna pur sfogarsi, che diamine! Certo, la prospettiva cambia quando a lamentarsi sono gli altri: quelli che appena li incontri (e non importa se si siamo visti solo il giorno prima) ci aggiornano sulle loro disgrazie, dal capufficio idiota al figlio che si è fatto l’ennesimo piercing. La tentazione di “scantonare”, facendo finta di non vederli è forte. Del resto, persino Dio, a un certo punto, ha perso la pazienza di fronte al piagnucoloso profeta Giona. Figuriamoci noi, comuni mortali!

Un circolo vizioso

Ma la lamentazione è una tentazione davvero diabolica, alla quale è difficile resistere. Anche se serve davvero a poco: quasi sempre, dopo esserci lagnati per benino, non ci viene neanche in mente di provare a cambiare le cose. E, inevitabilmente, torneremo a lamentarci di nuovo...

«Intendiamoci: i lamenti possono costituire una reazione episodica, istintiva e difensiva di fronte a una improvviso dolore che produce una sofferenza acuta, imprevista, superiore alle nostre forze», sottolinea Luciano Ballabio, esperto in formazione e autore del libro L’arte di non lamentarsi mai (Franco Angeli editore). «Ma possono anche essere, più modestamente, una reazione abituale, ricorrente, con la quale cerchiamo di fronteggiare le avversità o le circostantze che non corrispondono alle nostre aspettative». In fondo, appena veniamo al mondo apprendiamo istintivamente a lamentarci (facendo quanto più chiasso possibile, soprattutto di notte): il “bambino piagnucoloso” che si cela dentro di noi, adulti sempre mai abbastanza cresciuti, si fa sentire soprattutto quando non riusciamo a soddisfare in pieno i nostri desideri-capricci. Perciò ci lamentiamo del tempo, sul quale, comunque, non possiamo esercitare nessun controllo; dell’inquinamento e del traffico, ma non sappiamo riunciare all’automobile; dell’eccessiva diffusione dei cellulari, che però sono ormai diventate delle irrinunciabili appendici...

«Ma se in apparenza i lamenti sono del tutto innocui e ci fanno sentire un po’ più sollevati», avverte Ballabio, «in realtà si rivelano una micidiale fonte di disturbo dei rapporti tra le persone. In ambiente familiare, professionale, sociale. Ma anche sul piano personale, perché ci rendono sempre più insoddisfatti e dipendenti». Lamentarsi delle tasse, delle code in automobile, dei ritardi, dei prezzi, di chi parla troppo e di chi è troppo silenzioso e di tutto quello di cui è possibile lamentarsi diventa una condizione esistenziale. «Come chi ha il vizio del fumo o dell’alcol, così i lamentosi cronicizzati finiscono per dipendere dalle loro stesse lamentele».

In famiglia e al lavoro

Lamentosi si nasce o si diventa? «Entrambe le cose», risponde Ballabio. «Lamentarsi è la reazione primordiale che ogni animale ha di fronte al dolore, fisico o psichico. Ma poi c’è chi cresce, e si sforza di coltivare appunto "l’arte" di non lamentarsi, e chi invece rimane in una sorta di immaturità». In fondo, se una persona è particolarmente provata dalla vita, le sue lamentele sono anche giustificate. Ma a volte si ha l’impressione che quelli che si lamentano con più ostinazione non avrebbero proprio nessuna valida ragione per farlo. «Sì. Personalmente ho un amico cieco dalla nascita e un altro che, a causa di un incidente, zoppica in maniera vistosa: ebbene, si tratta di due persone straordinarie, dotate di spirito e con un grande senso dell’ironia, che non ho mai sentito lamentarsi di nulla. Anche le difficoltà possono diventare un’occasione di crescita».

Ma di chi, in particolare, ci lamentiamo? «Tendenzialmente di tutti: a 360 gradi. Di noi stessi, del coniuge, dei parenti, degli amici. I figli si lamentano dei genitori e viceversa: quest’ultima, fra tutte le lamentazioni in famiglia, è la più dannosa, in particolare quando i figli sono ancora bambini o adolescenti. Quanto più precocemente e spesso siamo stati oggetto di lamenti altrui, genitori o educatori, tanto più, da grandi, saremo portati a usare con gli altri lo stesso modo negativo di comunicare», continua Luciano Ballabio.

Un altro ambiente dove la lamentazione è tanto diffusa quanto dannosa è quello professionale. «Ma invece di lamentarci e illuderci di poter costringere gli altri a cambiare, dovremmo cercare piuttosto di cambiare insieme a loro». Tra l’altro, è sempre in agguato la tentazione di scaricare sugli altri, attraverso lamenti, attacchi diretti e indiretti, in presenza di altre persone, la colpa di un nostro insuccesso. «Meglio sforzarsi di lamentarsi sempre di meno e agire sempre di più e meglio. In modo più adeguato agli obiettivi che cerchiamo di raggiungere: per esempio, ricercando le corresponsabilità per agire più produttivamente in futuro».

E se qualcuno si lamenta di noi? Di fronte alle lamentele altrui, è facile reagire lamentandoci a nostra volta. Ma a questo inutile soliloquio, è più utile sostituire un costruttivo dialogo, suggerisce Luciano Ballabio: «Prima di tutto si può chiedere l’origine del lamento, per scoprire se ci sia una nostra volontaria o involontaria corresponsabilità. La gara a chi sui lamenta di più genera solo sconfitti, complica ciò che sarebbe semplice e crea ulteriori ostacoli. In apparenza, chi si lamenta di più, un marito o una fidanzata, un genitore o un figlio, una nuora o una suocera, un capo o un fornitore, ha un potere in più: si autoassolve e attira l’attenzione dell’altro, proprio come fa il bambino piagnucoloso». Ma è solo un’illusione: «Le lamentele, nella migliore delle ipotesi, producono irritazione. E chi ne è artefice perde agli occhi dell’altro credibilità, autorevolezza, carisma».

Invece di praticare l’arte di lamentarsi, meglio praticare l’arte di interrogare: noi stessi, la nostra esperienza (che cosa posso fare per uscire da questa situazione?) ma soprattutto gli altri. «L’arte di interrogare previene la tentazione della lamentazione ripetitiva, spostando la nostra attenzione e la nostra energia su una continua e creativa di ricerca di crescita, apprendimento e controllo», conclude Ballabio.

Cinque mosse anti-lamentela

Ecco, con l’aiuto di Luciano Ballabio, una serie di riflessioni sull’ “arte di non lamentarsi”:

  • Quando ci lamentiamo di qualcuno lo facciamo perché ci perseguita, ci ostacola, ci invidia, ci ha preso di mira, non capisce, non collabora... oppure perché noi siamo convinti che sia così e gli attribuiamo cattive intenzioni?
  • A volte l’incapacità di gestire una situazione problematica che noi stessi abbiamo contribuito a creare, ci spinge a cercare un colpevole di cui lagnarsi, invece di affrontare la propria sensazione di inadeguatezza. Ma lamentarsi è una perdita di tempo, per di più dannosa: invece di concentrare le nostre energie per rafforzare la nostra autostima, le disperdiamo in un’attività che dà sollievo solo momentaneo. Per ottenere risultati positivi è invece indispensabile una lungimirante costruttività.
  • Nelle relazioni affettive e professionali la qualità del clima che sappiamo creare intorno a noi è decisiva: quanto più l’ambiente è disteso, sereno, collaborativo, tanto più ciascuno può dare il meglio di sé. Tanto più il clima è ostile, negativo, più ognuno è portato a far emergere il peggio di se stesso, dando libero sfogo ai propri istinti più rozzi, in modo lamentoso, ripetitivo e distruttivo. Ricordiamoci sempre che i nostri stati d’animo hanno il potere di trasferirsi a chi ci sta intorno.
  • Di fronte a un cambiamento imprevisto, a una sorpresa sgradita, a un insuccesso inaspettato, se non riusciamo a superare le emozioni negative, come paura, delusione e senso di impotenza, è facile lamentarsi della sfortuna, della sorte avversa, delle congiunzioni astrali negative. Ma invece è più utile cercare di “leggere” l’evento come la strada verso una nuova opportunità.
  • Un proverbio cinese da tenere a mente: «Se non puoi fare niente, perché ti lamenti? Se puoi fare qualche cosa, perché ti lamenti?»


da «Bella» (Edit), 3 giugno 2003