Botta & risposta con... I Pooh

di Mariateresa Truncellito

Il 14 marzo 2003, a Milano, ci sarà il grande debutto di Pinocchio, il grandioso spettacolo che nasce dall’incontro tra i Pooh e Saverio Marconi, con la produzione della Compagnia della Rancia. Grandi scenografie, 300 costumi, e altrettante persone impegnate per la perfetta riuscita del musical. Uno spettacolo senza precedenti, dal costo di 10 milioni di euro, i cui diritti sono già stati opzionati da 7 Paesi europei.

Il musical era un sogno che accarezzavate da tempo. Ma perché, anche voi, avete scelto la favola del burattino?
«Certo non per cavalcare una moda! Avevamo annunciato il progetto almeno sei prima di sapere che Roberto Benigni avrebbe fatto un film sul capolavoro di Collodi. È il libro italiano più famoso nel mondo e noi siamo il gruppo musicale italiano... più italiano: pur attenti a ogni forma e novità musicale, abbiamo sempre conservato le nostre origini melodiche. Insomma: Pinocchio-Pooh è un matrimonio che si preannuncia ben riuscito».

Quanto avete lavorato alla colonna sonora dello spettacolo?
«Anche se stiamo lavorando al progetto da tre anni, musiche e canzoni le abbiamo scritte in pochissimo tempo, in un paio di mesi. Ci siamo divertiti come pazzi, innanzittutto perché, per una volta, non dovevamo comporre... per i Pooh e quindi ci siamo concessi grandi libertà, passando dal rock al pop, dallo swing al melodramma, con orchestrazioni grandiose, molto all’americana. In secondo luogo perché eravamo facilitati dal tema: il Gatto e la Volpe sono buffi, Mangiafuoco è potente, la Fata dolce. Hanno caratteristiche precise alle quali far corrispondere la la musica».

Tutte rose e fiori dunque?
«Beh, qualche ostacolo lo abbiamo incontrato, perché devi mettere d’accordo tutti e nello spettacolo sono coinvolte centinaia di persone: il coreografo che vuole il pezzo suonato una certa velocità perché altrimenti non riesce a costruirci sopra il balletto, il regista che ha bisogno di un certo tipo di atmosfera e quindi chiede di arricchire o alleggerire a seconda di quanti personaggi ci sono sul palco, l’introduzione che deve essere allungata perché altrimenti non c’è tempo sufficiente per modificare la scena... Alcuni pezzi li abbiamo scritti e riscritti, come persone costrette di continuo a dimagrire e ingrassare! Ancora oggi, alla vigilia del debutto, ci stiamo lavorando...»

Perché è stato costuito appositamente il Tatro Diners della Luna?
«Perché non ne esisteva uno adeguato alla grandezza dello spettacolo. Saverio Marconi ha “importato” molti musical statunitensi, dovendoli però adattare a piccoli spazi. Ciò ha fatto perdere la grandiosità americana: del resto, il musical è una favola, un sogno, quindi esagerato anche negli effetti speciali. Da noi, purtroppo, spesso per cambiare una scena si deve chiudere il sipario: in Pinocchio i 30 cambi di scena saranno a vista e rappresenteranno uno spettacolo nello spettacolo. Ciò è possibile grazie a un palcoscenico davvero enorme. Il nostro sogno è che il Teatro della Luna diventi una piccola Broadway milanese, con spettacoli di livello internazionale che possono restare in cartellone molto a lungo, come succede a New York o a Londra».

C’è qualche cosa in comune con la lettura di Pinocchio fatta da Benigni?
«No. Lui è rimasto fedele alla storia di Collodi, ha rappresentato il tutto in maniera straordinaria ma molto canonica. Invece il nostro Pinocchio, pur non perdendo niente della favola e delle sue emozioni, è portato nei giorni nostri. Geppetto è un single, un piccolo imprenditore quarantenne che non ha voglia di prendersi le responsabilità, al punto che si fa un figlio finto, un burattino. Sempre attuale è il tema del rapporto genitori e figli, la necessità di accettare i nostri ragazzi per quello che sono e non cercare di farli a nostra immagine. Il Gatto e la Volpe sono gli imbroglioni televisivi che, quotidianamente, spacciano vittorie al lotto, crescite di capelli e guarigioni miracolose. Invece della locanda del Gambero Rosso, c’è un cocomeraio con l’Apecar...»

Lo spettacolo piacerà più ai grandi o più ai bambini?
«Piacerà padri e piacerà i figli. E sarà ancora meglio se padri e figli lo vedranno assieme».

Qual è il vostro ersonaggio preferito?
«I Pooh, a turno, si sono sentiti un po’ tutti i personaggi: eccetto Geppetto che è troppo saggio per rappresentare noi quattro, ci siamo immedesimati in Pinocchio, Gatto e Volpe, ma anche in Lucignolo, che è la voglia di giocare, di trasgredire, ma senza cattiveria. Anche se la musica è capace di fare magie, la Fatina, per la verità, ci viene male. Somigliamo più a Platinette...»

Questo è il segreto di Pinocchio: un libro scritto nell’Ottocento che però sa parlare anche ai grandi e ai piccoli del Duemila. Ma qual è il segreto dei Pooh, che sono sulla breccia da 37 anni?
«Siamo come Pinocchio: di legno buono, che non marcisce mai... A parte gli scherzi, il libro di Collodi smuove sentimenti comuni: l’avventura, la voglia di scoprire, il desiderio di fuga, la ribellione, il pentimento, il perdono. E noi, nelle nostre canzoni, abbiamo sempre raccontato le emozioni più semplici, più normali, più quotidiane. Quelle di tutti».

da «Bella» (Edit), febbraio 2006