L’avventura è il mio pane quotidiano - intervista a Wilbur Smith

di Mariateresa Truncellito

È il più ricco e popolare scrittore di best seller del mondo. Ma lavora come un impiegato

Wilbur Smith è un bell’uomo dall’aria molto distinta: alto, elegante, indossa un abito gessato grigio (presumibilmente italiano, come le scarpe) con camicia azzurra, porta un anello. Ha un’andatura leggermente claudicante, ricordo di un incidente di caccia, sua grande passione. Prima di cominciare l’intervista, reclama una tazza di tè. Of course, sono le cinque del pomeriggio e lui è un inglese doc, anche se d’Africa: è nato nello Zambia, ex Rhodesia del Nord, il 9 gennaio 1933, abita a Città del Capo, ma possiede anche una tenuta di campagna di 27 mila acri (11 mila ettari), un’altra casa che si affaccia sull’Oceano Indiano e, di tanto in tanto, si trasferisce nella sua villa alle Seychelles...

Provvede al tè la giovane moglie Mokhiniso (38 anni meno di lui), una deliziosa e minuta ragazza tagika in jeans (e due strepitose verette di diamanti all’anulare) che, per tutto il tempo dell’intervista, resterà discretamente in disparte. Immersa nella lettura. Naturalmente di un romanzo di Wilbur Smith. Ricambia la devozione del marito, che a lei ha dedicato Orizzonte: «I nostri primi tre anni insieme sono stati un incanto. Non vedo l’ora di vivere i prossimi trenta». Mokhiniso è la quarta signora Smith: prima ci sono state Jewell Slabbert, poi Anne (la madre dei due figli dello scrittore), quindi Danielle Thomas, a sua volta scrittrice e compagna di Smith per trent’anni, scomparsa nel ‘99, dopo una lunga e dolorosa malattia.

Fa un po’ impressione pensare di avere di fronte un multimiliardario, uno di quelli che, al tempo della lira, si sarebbero definiti con un conto in banca da “undici zeri”). E lui di numeri se ne intende: in un’altra vita, prima di diventare lo scrittore di best seller più famoso del mondo, era un contabile. Gli esordi non furono felicissimi: una ventina di editori, negli anni Sessanta, avevano respinto il suo primo lavoro. Provò a cambiare registro, a raccontare le cose che conosceva meglio: l’Africa, gli animali selvaggi, l’oceano, la foresta, i diamanti. E il successo lo ha travolto: dopo il primo best seller, Il destino del leone, ne sono seguiti altri 28. In tutto il pianeta Wilbur Smith ha venduto qualcosa come 100 milioni di libri.

Per nostra fortuna, ha un sorriso molto incoraggiante. E durante la chiacchierata si rivelerà simpatico e spiritoso. Del resto, si trova qui proprio perché con noi italiani il signor Smith ha un feeling particolare: nel nostro Paese ha venduto oltre 13 milioni di libri e perciò il suo editore, Longanesi, ha ottenuto di essere il primo, nel mondo, a lanciare i suoi romanzi. «Un amore che dura ormai dal oltre un decennio», racconta lo scrittore. «Assolutamente corrisposto: adoro l’Italia ed è sempre un piacere per me ritornarci».

Che cos’è per lei l’avventura?
«L’etichetta di scrittore di avventure mi sta un po’ stretta, anche se immagino che serva a distinguermi dagli autori di thriller o di storie di spionaggio. I miei eroi vogliono raggiungere un obiettivo: conquistare un tesoro, scoprire una nuova terra, vincere una guerra. Nel frattempo, incappano in molte vicissitudini e provano passioni, istinti, emozioni. Sentimenti forti, che fanno parte della vita di ogni essere umano e che ci spingono a realizzare le nostre aspirazioni. Che, dal mio punto di vista, sono innanzitutto la ricerca della ricchezza, del potere e dell’amore. Anche nella vita di tutti i giorni».

A proposito: i suoi personaggi sono capaci di azioni straordinarie, sono dotati di eccezionale forza fisica e notevole intelligenza. Come mai, secondo lei, i lettori "comuni mortali" riescono a identificarsi in questi supereroi?
«Non lo so... (ride) Dieci milioni di italiani lo fanno, non so come, ma, evidentemente ci riescono: ed è la cosa più importante. La narrativa consiste nel prendere la verità ed esagerarla un po’. Anche se per me sarebbe impossibile viaggiare, compiere tutti i gesti audaci e combattere le battaglie dei miei personaggi: mi basta scrivere un libro e stare dietro alle loro avventure per essere completamente esausto!»

Orizzonte è il suo 29° romanzo: come fa ad avere ancora tutta questa voglia di narrare?
«Precisiamo: è il 30°, perché prima ne ho scritto un altro che non è mai stato pubblicato. Per fortuna... È l’entusiamo per la storia che mi spinge a scrivere, guai se non ci fosse. Soprattutto in un romanzo così lungo: mentre scorrono le pagine, si sviluppa con il lettore un rapporto molto intimo e qualsiasi tentativo di fingere divertimento verrebbe subito smascherato. È come in una storia d’amore: non si può simulare una passione che non esiste. Forse mi aiuta anche il fatto di avere una moglie giovane: vedo i miei amici che piano piano abbandonano molte delle cose che facevano in passato perché stanno invecchiando, mentre io ho conosciuto Mokhiniso, che mi ha dato una nuova spinta. È come se avessi riacceso il motore per una nuova partenza: sono pronto per scrivere altri 29 romanzi!».

Il suo libro è dedicato proprio alla sua compagna. E nel romanzo ha inserito un personaggio femminile straordinario, la giovane Louise. Quanto contano per lei le lettrici?
«Quando scrivo, lo faccio soltanto per me. Non penso mai ai gusti dei lettori o se siano anziani, giovani, uomini o donne. È una lezione che ho imparato molto presto: posso e devo scrivere solo guardando i miei gusti e desideri. È vero però che nei miei primi romanzi le donne avevano un ruolo insignificante. Ma all’epoca ero un "macho" trentenne che considerava le donne solo in fuzione del piacere dell’uomo e, tutt’al più, per fare dei figli. Crescendo, un po’ alla volta, ho capito che sbagliavo: ho imparato a conoscere le donne e la mia ammirazione per loro è diventata smisurata. Oggi non pretendo di capirle del tutto, però posso dire di essere un femminista. Amo le donne e i loro ruoli sono sempre più importanti anche nei miei romanzi. Così come è molto importante la loro presenza nella mia vita».

Ma nei suoi libri, oltre alla dolcezza e all’amore, ci sono anche terribili torture. Non si sente un po' in colpa verso le vittime?
«Una costante nella storia è la capacità degli esseri umani di essere inumani nei confronti dei propri simili. Io non ho inventato niente: nei secoli, ogni tipo di tortura è stata realmente praticata. Nei miei libri posso massacrare intere popolazioni, saccheggiare città, schiavizzare persone, violentare donne e tagliare teste: il tutto senza versare una goccia di sangue, senza fare del male a nessuno, anzi, facendo provare ai lettori il piacere che può dare un brivido. Mi interessa catturarli, suscitare le emozioni più disparate, dalla gioia, alle risate, alla commozione. E inorridirli, anche».

Tempo fa, in un sito Internet a lei dedicato, i fan italiani scommettevano che il suo prossimo libro avrebbe riguardato la saga dei Courteney. Hanno visto giusto: sono i personaggi ai quali è più affezionato?
«Sì ho vissuto per quarant’anni con i Courteney e sono diventati la mia famiglia. Ho visto il succedersi delle generazioni, ho conosciuto i figli, li ho visti separarsi, odiarsi e riconciliarsi. Ma anche Taita, lo scriba della saga del Nilo (Il dio del fiume, Il settimo papiro, Figli del Nilo) mi è molto vicino: è un vecchio cattivo, ma è un grande amico».

Quando continuerà il ciclo egizio?
«In questo momento sono molto stanco. Quando finisco un libro, al quale ho dato tutto me stesso, giorno dopo giorno, per mesi, mi prendo sempre un anno di riposo. Per stare con mia moglie, per pensare, per leggere. Poi arriva il momento della scelta: torno a parlare dei Courteney o dell’antico Egitto? Oggi non lo so ancora: ho idee che mi potrebbero consentire di continuare l’una e l’altra saga. Mi sento come uno chef, che ha sul fuoco 4 o 5 pentole diverse, pronte per preparare la sua ricetta. Basta aggiungere un po’ d’aglio qua, un po’ di prezzemolo di là... Molto del lavoro è fatto: i personaggi esistono già, hanno tutta una loro storia e non mi resta che riprendere da dove l’ho lasciata. Mi sento piuttosto sicuro di me stesso: ho abbastanza lavoro per continuare a scrivere per tutta la vita».

Scrive con la biro o al computer?
«All’inizio della mia carriera avevo l’esigenza di scrivere con la penna: ero convinto ci fosse una sorta di comunicazione mistica tra la mente e la carta. Ma era un’idea romantica, una fissazione: in realtà la scrittura non avviene con la mano né sulla pagina, ma succede tutto nella mia testa. Ho scritto a mano una ventina di libri. Uno sforzo enorme: bozze quattro volte più grosse rispetto alla carta stampata. Bastava che questo malloppo cadesse per terra per perdere mezza giornata solo per rimetterlo in ordine. E magari, quando arrivavo a scrivere pagina 350, mi ero dimenticato se la ragazza di pagina 82 aveva gli occhi blu o verdi, e dovevo tornare a cercarla. Non parliamo poi di correzioni e modifiche: un vero incubo. Tutto ciò toglieva molto alla gioia di scrivere. Poi ho scoperto il computer: paradossalmente, proprio con il mio primo libro ambientato nell’antichità, Il dio del fiume. E la mia vita è cambiata: all’inizio mi sono fatto prendere la mano e modificavo i nomi dei personaggi decine di volte, visto che bastava un clic. Una vera rivoluzione. Ho scoperto però che i mie manoscritti, i primi ormai risalgono a quaranta anni fa, hanno un valore enorme: un antiquario americano mi ha fatto un’offerta strabiliante per acquistrali. Forse, anziché tenerli negli scaffali della mia libreria, dovrei chiuderli in banca!»

Le capita mai di sentirsi bloccato di fronte alla pagina bianca?
«Ah, ha detto una cosa terribile, che non dovrebbe mai essere menzionata di fronte a uno scrittore! (ride) Ma facciamo finta di niente, me la cavo lo stesso. Non mi succede, perché ho una disciplina di lavoro consolidata. Ci sono autori che scrivono come se perdessero sangue, una goccia alla volta. Io assomiglio di più a un pozzo di petrolio: ho un’esplosione di parole. Però la routine è indispensabile: io ho deciso di cominciare ogni mio nuovo libro il 6 febbraio (anniversario delle nozze con Danielle Thomas, ndr) e di non transigere mai. Lavoro per cinque giorni alla settimana, dalle 8,30 del mattino alle 15 del pomeriggio. Uso il trucco di Ernest Hemingway: interrompere una frase a metà per continuarla il giorno dopo. Più o meno a metà della stesura del libro sono stanco e comincia a scemare il mio entusiasmo. Allora mia moglie mi porta via: andiamo in vacanza, a caccia, a pesca e quando ritorno ho ancora la forza necessaria per finire il romanzo».

All’epoca del suo esordio un giornale americano scrisse che «uno che si chiama Smith non potrà mai diventare famoso». Ha mai avuto la tentazione di scegliersi un nome più esotico?
«Ero convinto anch’io che con questo cognome non sarei mai diventato famoso! Tanto che ho scritto i miei primi racconti brevi con lo pseudonimo di Steve Lawrence, il cognome di mia madre. Ma poi sono contento di aver utilizzato il mio vero nome per il mio primo romanzo, perché non è stato affatto un ostacolo. I nomi sono più importanti nelle storie, perché devono essere adatti al carattere del personaggio ed evocare suggestioni: Zanzibar, per esempio ha un suono che, da solo, fa pensare ad atmosfere magiche ed esotiche».

È vero che ha conosciuto sua moglie a Londra impedendole di acquistare un libro del suo “rivale” Grisham?
«Certo! Del resto, in quale altro luogo uno scrittore potrebbe incontrare la sua dolce metà se non in una libreria? Il fatto che stesse per comprare un libro di Grisham è uno dei pochi momenti, da quando la conosco, in cui avrebbe commesso un atto di cattivo gusto... Cercava un autore popolare, per perfezionare il suo inglese. Allora l’ho portata in un’altra sezione del negozio e le ho mostrato i miei libri. Lei ne ha aperto uno a caso, ha visto la mia foto sul risvolto di copertina, ha spalancato gli occhi e ha detto: “Ma è lei!”. E io: “Sì. Ha fame?” Siamo andati a pranzo insieme. E da lì abbiamo pranzato insieme sempre».

E invece lei cosa legge, per rilassarsi?
«Purtroppo non leggo quanto vorrei, perché le mie giornate sono piene di impegni. I libri danno un piacere infinito, fanno compagnia. A differenza della tv o del cinema, ci fanno assumere un ruolo attivo: un buon autore suggerisce al lettore una scena, un luogo, poi tocca alla sua immaginazione "vedere" il paesaggio, il viso di un personaggio, quanto sta succedendo, e persino arrivare a sentire il gusto di un cibo. Credo che le persone che non leggono si perdano una delle più grandi esperienze della vita. Johanna Rawling, l’autrice di Harry Potter ha compiuto un’impresa eccezionale, mostrando ai bambini il piacere di leggere. Le sono molto grato. Se solo il 10 per cento dei piccoli lettori continuerà a farlo nella vita adulta, credo che la Rawling abbia fatto un gran bene all’umanità. Personalmente, quando posso rileggo i classici del XX secolo: come Hemingway e Steinbeck, che ho riscoperto di recente. E poi amo i libri del genere che io stesso scrivo, narrativa popolare e storica: Valerio Massimo Manfredi, Patricia Cornwell, Patrick O’ Brian, Forsythe. E, devo ammetterlo, leggo anche Grisham...».

Orizzonte: 746 pagine di pura avventura

Il romanzo continua la serie aperta con Uccelli da preda e continuata con Monsone, narrando le avventure di Tom e Dorian Courteney e dei loro figli in Africa, negli anni dal 1731 in poi. Il figlio di Tom, Jim Courteney aiuta la bellissima Louisa Leuven ad evadere dalla nave dove è tenuta prigioniera. I due giovani vengono inseguiti dall’esercito attraverso i territori inesplorati della colonia di Capo di Buona Speranza. Tom e Dorian corrono in loro soccorso e, mentre tra i ragazzi sboccia lentamente l’amore, tutti incappano in una serie di terribili disavventure.... Un intreccio molto movimentato, ambienti naturali mozzafiato, spedizioni di caccia, battaglie, scontri navali ed emozioni a non finire.

da «Bella» (Edit), 1 aprile 2003