Rachida, la maestrina che sfida i terroristi

di Mariateresa Truncellito

La regista Yamina Bachir Chouikh racconta nel film “Rachida” la vita negli anni di piombo in Algeria. Visti con gli occhi di una coraggiosa ragazza che si ribella alla violenza e alla paura.

In queste settimane è bastato accendere la tv per avere la guerra in casa. Nessuno ha potuto ignorare quello che stava accandendo in Iraq. Ma ci sono paesi sotto assedio di cui nessuno parla. Eppure anche lì la gente, uomini, donne, bambini, muore ogni giorno. Come in Algeria: una nazione dove, da oltre dieci anni, è in corso una sanguinosa guerra civile nella quale hanno perso la vita duecento mila persone. Quasi sempre al riparo dai rifettori.

Oggi il martirio di questo popolo trova voce in un film accorato e commovente, un inno alla tolleranza e alla pace: Rachida, della regista Yamina Bachir-Chouikh, vincitore del 13° Festival del Cinema Africano di Milano, ultimo di una serie di riconoscimenti (tra gli altri, il Premio opera prima e il Premio del pubblico al France Cinema Festival) dopo l'entusiasmo del pubblico algerino e l’accoglienza trionfale a Cannes nella sezione «Un Certain Regard».

Yamina Bachir ha scelto di raccontare la sua terra attraverso lo sguardo delle donne, che, ancora una volta, pagano il prezzo più alto di una violenza cieca e sorda: in nome della religione, distorta e strumentalizzata, sono obbligate a coprire la loro bellezza, a umiliarsi, a rinunciare ai loro sogni e alla loro unicità. Sono incolpate della violenza che subiscono, reiette dalla società se vengono violentate o ripudiate dal marito innamorato di un’altra. Gli sguardi sono quelli di Rachida, il presente, una giovane, moderna e coraggiosa maestra elementare, che trova la forza di reagire alla paura; sua madre Aicha, il passato, più legata alle tradizioni nonostante ne sia lei stessa una vittima; e Karima, il futuro, una bambina figlia di terroristi che non vuole diventare grande e accettare il suo destino di donna sottomessa, ma sogna di andare sulla luna dove potrà vivere libera e in pace. E poi c’è lo sguardo di Yamina Bachir: nata ad Algeri nel 1954, per circa trent’anni ha lavorato presso il Centro nazionale del cinema algerino, occupandosi di montaggio e sceneggiature e collaborando con il marito Mohamed Chouikh, regista. Testimone del suo tempo, Yamina ha vissuto in prima persona il dolore che descrive nel film: tra le vittime della guerra civile c’è anche suo fratello Mohamed. Quando, durante l’intervista, le abbiamo chiesto di lui, il suo sguardo si è riempito di lacrime.

Lei è l’unica regista donna in Algeria. In quali condizioni ha girato il film? Ha subìto delle pressioni?
«È vero, è un ambito ancora riservato agli uomini. Comunque, essere donna non mi ha creato problemi: è uno dei tanti paradossi del mio Paese. Le donne trovano spazio in vari settori e godono di molta libertà. Ma due leggi governano la società algerina: il Codice Civile, che ci riconosce tutti i diritti, e il codice famigliare, che continua a fare di noi degli esseri inferiori. Comunque, non c’è stata nessuna pressione. Ho girato il film ad Algeri e nei dintorni della città e agli attori professionisti si sono uniti gli abitanti del villaggio. Ho trovato molta disponibilità. L’unica difficoltà è stata trovare i soldi per realizzare il film: ho cominciato a lavorarci nel 1996».

Rachida è il suo primo lungometraggio: perché ha sentito il desiderio di mettersi dietro a una cinepresa e raccontare questa storia?
«Volevo dare voce alla sofferenza e al dolore. E un volto alle vittime. Sfortunatamente i riflettori sull’Algeria si sono accesi a causa di un dramma terribile. Leggendo i giornali e seguendo i notiziari stranieri mi sono resa conto che tutti parlavano del terrorismo, della violenza e della crudeltà dimenticando che gli algerini sono un popolo, fatto di uomini, donne, bambini che, con coraggio e forza, cercavano di vivere nonostante tutto. Il mondo invece non faceva che parlare di numeri: oggi 200 morti, ieri 300... Si sa, i numeri fanno sensazione e vengono preferiti all’informazione. E gli algerini non erano altro che statistiche senza un nome. Ho sentito il bisogno di raccontare a modo mio quello che stava succendo, di descrivere la quotidianità, le mie sofferenze, ma soprattutto il mio popolo. In Rachida parlo della violenza, ma anche della ricchezza di un Paese, della sua bellezza, delle sue contraddizioni e delle sue paure».

Si è ispirata alla realtà per i fatti e i personaggi?
«Sì, purtroppo le situazioni che si vedono nel film descrivono esattamente ciò che succede in Algeria. Anche Rachida è un’insegnante esistita veramente: si chiamava Zakia Guessab. Lei, purtroppo, nella realtà, è morta. Perché quella bomba è esplosa».

Lei ha dedicato il film a questa ragazza e a suo fratello. Girare il film è stato un modo per elaborare il lutto e il dolore in un messaggio che potesse essere compreso da tutti?
«Anche. Ma non volevo fare un film autobiografico, né raccontare un dramma personale. Il mio dolore è condiviso da tutti gli algerini (silenzio). Io non ho il privilegio di soffrire o di essere in collera più degli altri».

Come è possibile condurre una vita normale mentre si è dominati dal terrore?
«La violenza non è normale. Ma io ho sempre pensato, e purtroppo ne ho avuto la prova, che l’essere umano possa adattarsi anche alla violenza. Si impara a governare la paura. Per questo, nel film, la madre dice a Rachida che "Il coraggio è figlio della paura". Quando non si ha più niente da perdere, è la vita che decide per noi: si vive giorno per giorno, pensando che potrebbe essere l’ultimo. E ogni sera ci si rende conto che è un altro giorno di vita guadagnato sull’orrore e sulla morte».

L’Algeria è un paese molto giovane: il 70 per cento della popolazione ha meno di 30 anni. La contrapposizione tra le generazioni ricorre spesso nel film. Rachida si ribella alla violenza, mentre la madre accetta il terrorismo come volontà di Dio. Gli anziani sono legati alle tradizioni sociali, ma gli integralisti sono i più giovani, spesso gli adolescenti.
«È proprio quello che ho cercato di spiegare nel film. I nostri sono giovani senza speranza: è una contraddizione di termini, che spiega la loro risposta così radicale. In nessuna parte del mondo, neanche in Algeria, i bimbi nascono violenti: non si nasce terrorrista, assassino o soldato. Ma se si cresce in un clima di violenza, lo si diventa. All’inizio l’integralismo era una forma di protesta contro il sistema, il vecchio ordine: veniva proposto come una strada per costruire una diversa società, dove regnasse i ragazzi, finalmente, avrebbero potuto contare qualcosa e avere finalmente un lavoro. Non è stato così: il terrorismo ha portato solo morte, perché la violenza è un punto di non ritorno. I giovani algerini sono stati traditi non una, ma due volte. Ingannati nelle loro speranze».

Chi visita, da turista, un paese musulmano non può non notare la coesistenza di modi di vivere occidentali e orientali. Anche nel film i giovani indossano jeans e t-shirt, le donne sono pettinate come le italiane, ma al mare si vede Rachida, in costume, che fa il bagno accanto a una ragazza che nuota completamente vestita...
«È vero: la diversità è un valore e andrebbe salvaguardato. Io credo che il mondo permetta a tutti di vivere nel modo che si ritiene più opportuno. In questo momento io indosso un paio di pantaloni, un top e una giacca: non mi sento vestita all’occidentale, ma semplicemente secondo il mio tempo. Anche se non porto il velo, amo profondamente la mia cultura e mi riconosco in essa. Rachida viene rimproverata da una collega perché gira a capo scoperto: lei le risponde che Dio è misericordioso, ma sa anche punire coloro che si sostituiscono a lui. È una frase del Corano. Rachida non vuole infrangere la sua religione. Ma bisogna distinguere tra credenti e integralisti. L’integralismo si trova in tutte le regioni e oltrepassa i confini dell’Algeria. Personalmente non ho nulla contro le donne velate: esserlo o no non fa differenza, non è un pezzo di stoffa che costituisce la ricchezza di una persona. Ma se il velo diventa sinonimo di radicale, se diventa la mia cultura, allora chi lo adotta è fatto della stessa pasta di coloro che vogliono imporlo a tutte le donne».

Colpisce l’immagine iniziale del film, ripresa anche al momento del matrimonio: Rachida che si passa il rossetto sulle labbra. Che cosa simboleggia?
«La bellezza. Che per gli integralisti è una colpa insopportabile. Ma Rachida è una giovane ragazza moderna: all’inizio del film è spensierata, incurante di quello che succede attorno, felice. Ama truccarsi e uscire con il suo ragazzo. Non si pone troppe domande. Come facevano molti algerini all’inizio del terrorismo. Ciascuno pensava che fosse una faccenda che non lo riguardasse: si trovava una giustificazione per tutto. Se una persona veniva uccisa, significava che aveva una qualche colpa. Così la gente ha cominciato a non fidarsi più di nessuno: né del proprio fratello, né del proprio cugino, né del proprio padre. È difficile vivere la quotidianità in un clima di sospetto: Rachida non è una militante, solo una ragazza che vorrebbe vivere una vita normale».

Ma per una donna sembra persino più difficile che per un uomo...
«Sì. Per me le radici del terrorismo vanno cercate nella violenza verso le donne, nelle discriminazioni verso chi è diverso, oltre che nella mancanza di lavoro e di speranza nel futuro. Gli integralisti vorrebbero una società di cloni, dove tutti la pensano allo stesso modo, si vestono allo stesso modo, vivono allo stesso modo. Ed è difficile sottrarsi a questa violenza che ti viene inculcata sin da piccolo: nel film Rachida sa che nell’hammam del villaggio potrebbe essere giudicata male, perché la sua cicatrice sul ventre può venire scambiata per il segno di un parto cesareo. Sua madre Aicha accetta la sua condizione di donna disonorata perché divorziata. E c’è anche un padre che non vuole più vedere la sua amata figlia perché i rapitori l’hanno violentata. Non è stato capace di difenderla e adesso è disonorato lui stesso. Non voglio però giudicare i miei personaggi: quest’uomo, in fondo, è vittima di un sistema paradossale che lui stesso ha contribuito a creare».

Lei però ci mostra donne coraggiose, responsabili, aperte, molto solidali tra loro...
«È così: le donne hanno subito violenze da sempre. E spesso sono le prime a parlare, a rompere il muro di omertà, a trovare il coraggio di ribellarsi. Perché la società esiste grazie a loro, visto che le donne donano la vita. Il loro coraggio, spesso, non è vissuto con consapevolezza: semplicemente, sanno che la vita deve continuare. E quando non hanno più niente da perdere cercano di sopravvivere solo per proteggere i loro figli. Per proteggere il futuro».

Il futuro è nei bambini: vedono morire la gente, giocano con i proiettili ma sono anche i più aperti. Il nipotino della ragazzina violentata è l’unico ad affermare «Non è stata colpa sua», anche se viene preso in giro dagli amichetti.
«Sì, volevo dare un messaggio di speranza. Se il bambino verrà aiutato a crescere conservando questa mentalità, diventerà un uomo migliore di suo padre. Lasciato a se stesso, riprodurrà la violenza degli adulti. Per questo il film comincia e finisce in una scuola, per questo la protagonista è un’insegnante: solo l’educazione e la cultura possono insegnarci ad essere aperti agli altri, tolleranti, capaci di accettare la diversità. Quando Rachida decide di presentarsi a scuola nonostante tutto quello che è successo durante la notte, ha la sopresa di trovare tutti i suoi piccoli scolari nel loro banco. Io credo che in Algeria la più bella lezione di coraggio a noi adulti l’abbiano data proprio i bambini».


Il Film

Rachida (Ibtissem Djouadi) è una giovane e bella maestra elementare che abita e lavora in un quartiere popolare di Algeri. Un giorno, mentre va al lavoro senza il velo, viene fermata da un gruppo di ragazzi. Tra di loro c’è un suo ex allievo, che le intima di portare a scuola una bomba. Lei pensa ai bambini e rifiuta. I terroristi le sparano nello stomaco. Rachida sopravvive e si rifugia in campagna, con la madre Aicha (Bahia Rachedi), divorziata e perciò disonorata. Le due donne sperano, invano, di essere al riparo dalla violenza. Tuttavia, la vita continua, nonostante anche il villaggio sia dominato dall’odio e dalla paura. Rachida viene assunta nella scuola del villaggio e fa amicizia con la piccola Karima, figlia di un terrorista. In una terribile notte, seguita a una festa di nozze, i terroristi incendiano il villaggio, rapiscono le donne più belle e uccidono chiunque tenti di fermarli. Rachida però riesce a fuggire e a salvare un bambino. E il giorno dopo, a testa alta, torna a scuola dove trova tutti i suoi piccoli allievi.

La guerra d’Algeria

Oltre 200 mila morti di bombe, attentati ed esecuzioni sommarie, 1 milione di vittime del terrorismo islamico (migliaia di torturati, circa 10 mila scomparsi, centinaia di migliaia di bambini orfani, un milione e mezzo di persone imprigionate in condizioni disastrose, varie centinaia di migliaia di rifugiati all’estero) 20 miliardi di dollari di danni: sono i costi della lunga guerriglia fondamentalista cominciata in Algeria nel gennaio 1992, l’indomani del colpo di stato militare che aveva annullato le elezioni legislative vinte dal Fronte di salvezza islamico, arrestando un processo di democratizzazione che il Paese stava faticosamente portando avanti.

Nel corso di questo decennio, la popolazione civile è stata vittima di violenze commesse da tutte le parti: i gruppi armati integralisti (Gia), le forze di sicurezza e l’esercito. Secondo un rapporto sui diritti umani, pubblicato da Algeria-Watch nel 2002, anche la situazione sociale ed economica dell’Algeria si è gravemente deteriorata: la metà della popolazione vive sotto la soglia della povertà, il tasso di disoccupazione è del 34% (ma sale al 40% tra i minori di 25 anni), sono ricomparse malattie debellate come il tifo, il colera, la sifilide.

Di pari passo, sono cresciuti la prostituzione, il consumo di droga e lo sfruttamento del lavoro minorile. I media, giornali e tv, subiscono forti censure e pressioni politiche, mentre sono violentemente osteggiate le manifestazioni di piazza. Nel 2001 fa scandalo il libro-bomba di un giovane ufficiale dei paracadutisti, Habib Souaidia, che avvalora le testimonianze di molti superstiti e i dossier delle organizzazioni a favore del rispetto dei diritti umani denunciando come molti dei massacri di civili che hanno insaguinato l’Algeria, attribuiti sempre agli integralisti islamici, erano in realtà opera di fazioni dell’Esercito regolare. Che, in nome della guerra contro i ribelli, spesso travestiti da terroristi, avevano sommariamente giustiziato, assassinato, torturato e deportato popolazioni di campagne e villaggi.

Alle ultime elezioni per il rinnovo dell’assemblea nazionale e degli enti locali l’astensionismo ha superato il 50 per cento. Nonostante il varo di una politica di riconcialiazione nazionale da parte del presidente Bouteflika, secondo i dati pubblicati dalla stampa algerina dall’inizio del 2003 oltre 350 persone hanno perso la vita per mano dei terroristi islamici.


da «Bella» (Edit), 18 aprile 2003