Jane Fonda donna dalle mille vite

di Mariateresa Truncellito

Sono nata il 21 dicembre 1937. Ammesso di vivere fino a 90 anni, il sipario si è già aperto sul terzo atto. Vi sarà capitato di assistere a una commedia, e di non capire per un bel po’ dove la storia va a parare. Poi ogni cosa si chiarisce: ecco il significato di quella scena! Il terzo atto è la chiave di tutto.

La grande differenza tra il teatro e la vita? Nella vita non si può ripetere. Bisogna dare il meglio la prima volta. Non voglio morire senza sapere chi sono. Durante l’agonia di mio padre ho trascorso molte ore accanto a lui, in silenzio, sperando in un suo gesto, una sua parola. Che non arrivò mai. Se fossi stata al suo posto, in quel momento avrei provato rimorso. “Perché non ho mai detto alla mia Jane quanto la amo?”
Io non ho paura della morte: ma non voglio andarmene senza aver avuto il tempo di affrontare i rimorsi e di fare il possibile per rimediare. La vita è il viaggio, non la meta. Il mio viaggio è stato pieno di improvvisi cambi di direzione.

Avevo trascorso la prima infanzia sulle colline di Santa Monica, guardando l’oceano. Poi in Connecticut, a Greenwich, tra paludi, foreste e prati a perdita d’occhio. Avevo 11 anni e mio fratello Peter 9. Mamma era spesso via. Non sapevo il perché. Ma faceva parte della normalità della nostra vita. Papà stava a New York. Recitava a Broadway, in Mister Roberts. Anche se casa nostra distava solo mezz’ora di treno, non ricordo di averlo visto spesso. E quando c’era, il suo umore era pessimo. Nonostante ciò, adoravo andare a pesca con lui. Per fargli vedere quanto ero coraggiosa afferravo i vermi vivi con le mie manine e li infilzavo sull’amo.
Un giorno, ricordo che avevo appena finito di fare colazione, mia madre entrò in salotto e disse: “Jane, se qualcuno ti dice che io e tuo padre stiamo per divorziare, rispondi che lo sai già”. Mi rivedo a tavola, con nonna e Peter. Mamma, a capotavola, piange nel piatto, spinaci e carne in scatola. Tutti tacciono. Ma la vita continua. Specialmente a 11 anni. Adoravo cavalcare, prendevo lezioni di equitazione e a scuola vincevo premi letterari.

Una volta mamma tornò da una delle sue lunghe assenze accompagnata da un’infermiera. Mi rifiutai di andare a salutarla. Non l’avrei rivista mai più. Era tornata per dire addio, forse. Ma soprattutto per prendere un piccolo rasoio.
Un mese dopo, nella clinica psichiatrica di New York dove trascorreva gran parte della sua vita, si sarebbe tagliata la gola. Quando tornai da scuola, nonna mi aspettava in cima alle scale. “Jane, tua madre. ha avuto un attacco di cuore”. Corsi fuori. Avevo la mia lezione di equitazione ed ero in ritardo.
Subito dopo il funerale mio padre tornò in città. Della morte di mamma nessuno parlò più. Mai. Temevo di irritare mio padre, ero certa si sentisse in colpa. Non chiedere, non dire. Imparai presto: in cambio di amore e attenzione, avrei fatto qualsiasi cosa la gente avesse voluto da me.

Sono nata in pieno New Deal. C’era un senso di speranza nell’aria. Mi chiamarono Lady Jayne Seymour Fonda. Quando i miei si trasferirono in campagna, il loro era ancora un matrimonio felice. Ma poi mio padre cominciò ad avere storie con altre donne. Era sempre lontano da casa e, quando c’era, trascorreva la maggior parte del tempo studiando i copioni. Ore e ore senza dire una parola. Un silenzio assordante. Nel 1942 si arruolò in Marina. Quando tornò, lui e mia madre non avevano più niente da dirsi. Sei anni dopo l’avrebbe lasciata.

Quando i miei compagni mi invitavano, mi sentivo un marziano vedendo genitori e bambini che chiacchieravano a tavola. A casa mia nessuno mi aveva mai chiesto il mio parere. Per il resto, invece, non mi sono mai sentita diversa perché ero figlia di una star. Certo, non mancavano i pettegolezzi. Scoprii la verità quando una mia compagna mi passò una rivista con un pezzo su mio padre: “Sua moglie, Frances Fonda, si è tagliata la gola con un rasoio mentre era ricoverata in un ospedale psichiatrico”.

Mia madre era morta da pochi mesi, quando papà si risposò con Susan Blanchard. Dovettero interrompere bruscamente la luna di miele: mio fratello Peter si era sparato in un campo di tiro al piattello ed era salvo per miracolo. Era stato un incidente, dissero.

L’ossessione per il corpo cominciò allora. Non ero magra, non abbastanza. Anche a papà piacevano le donne snelle. Durante le superiori, essere la più magra della classe divenne il mio principale obiettivo. La mia migliore amica Carol Bentley mi passò un’idea che le era venuta durante le lezioni di storia romana: mangiare e vomitare. Sarebbe stato il nostro segreto. E per me una dipendenza che è durata, attraverso due matrimoni e due figli, almeno fino a 45 anni. In collegio, preparando gli esami, scoprii anche la dexedrina, un farmaco eccitante, che mi teneva sveglia e mi spegneva l’appetito. E i diuretici, che mi facevano perdere liquidi e sembrare ancora più snella.

##

Nell’estate del 1954, mentre mio padre stava girando a Roma Guerra e Pace, Susan chiese il divorzio. Lui si sarebbe risposato presto, con un’italiana incontrata durante la lavorazione del film.

Trascorsi le vacanze a Cape Cod. C'era una scuola di recitazione e papà pensava che il corso di scenografia potesse interessarmi. Ma non voleva incoraggiarmi a seguire la sua carriera, anzi. Il primo giorno mi presentarono il coordinatore degli apprendisti, James Franciscus, detto Goey. Appena lo vidi, sentii un tuffo al cuore: bellissimo, biondo, occhi azzurri. Colto e intelligente. Fu il mio primo amore. Il mio primo uomo. E quella la più bella estate della mia vita fino a oggi.

Mi iscrissi al Vassar College solo perché lo aveva fatto Carol Bentley. All’epoca le ragazze non ci andavano per prepararsi a una professione, ma solo in attesa di fidanzarsi. Carol lasciò il Vassar al secondo anno per sposarsi. Anch’io a scuola non stavo combinando granché. Dissi a mio padre che volevo andare a Parigi per studiare pittura, senza convinzione. Accettò. Seguivo qualche lezione all’istituto d’arte, ma passavo la maggior parte del mio tempo nei caffè. Incontrai un conte italiano, un playboy trentenne che sembrava conoscere tutti. Quando mi propose di trascorrere un weekend nella sua casa di campagna, non seppi dirgli di no. Mi scattò delle foto, nuda. La prova che era stato a letto anche con la la diciannovenne figlia di Henry Fonda. Non perse tempo per diffondere la voce. Quando tornai a casa per Natale, papà mi disse che non sarei più tornata in Francia.

Mi ammalai di depressione. Dormivo per dodici, tredici ore al giorno. Ma la moglie italiana di mio padre mi fece capire chiaramente che entro l’autunno avrei dovevo trovare una casa per conto mio.

Lee Strasberg, il famoso regista teatrale, era un uomo asciutto, senza fronzoli, che non amava i convenevoli. I miei modi affettati non gli piacquero. Ma mi accettò ugualmente alle sue lezioni. Tempo dopo gli avrei chiesto il perché: “Ho visto qualcosa nei tuoi occhi”. Avevo conosciuto sua figlia sulla spiaggia, ed era stata lei a suggerirmi di propormi a suo padre, il maestro del Metodo dell’Actor Studio’s. Tra i suoi allievi, James Dean, Paul Newman, Al Pacino… Io non volevo fare l’attrice. Ma l’autunno di avvicinava a grandi passi.

Trovai un appartamento a New York, in condivisione con un’amica. Che mi spinse a presentarmi all’agenzia di modelle di Eileen Ford, per pagarmi le lezioni di recitazione. Non mi piaceva dover prestare costante attenzione al mio look, non mi sentivo fotogenica. Ma ci misi poco a trovare un medico che mi prescrivesse la dexedrina e i diuretici. Scoprii la danza classica: con le sue regole rigide e la magrezza obbligatoria, è lo sport preferito dalle donne con disordini alimentari. Alta un metro e 72, scesi da 54 chili a 49. E i miei occhi vuoti, il mio viso tirato, finirono sulle copertine di Life, Harper’s Bazaar, Look, Vogue.

Alle lezioni di recitazione ero a disagio. Ero solo una dilettante, figlia di una star, mentre tutti gli altri sembravano spinti da una reale vocazione. Ma un giorno, al termine di un esercizio nel quale avevo finto di bere un bicchiere di aranciata, Lee Strasberg mi disse che avevo molto talento. Lui! che vedeva attori a decine. Che non era amico di mio padre. Che non lo faceva certo per gentilezza. Quelle parole cambiarono la mia vita. Nel 1959 ebbi il mio primo contratto cinematografico: In punta di piedi, con Antony Perkins.

##

Stavo girando il mio sesto film quando il regista René Clement mi propose un film in Francia, con Alain Delon. Mi piaceva l’idea di mettere un oceano fra me e Hollywood, e la lunga ombra che mio padre gettava sulla mia carriera.
Incontrai Roger Vadim il 21 dicembre, alla festa per il mio compleanno. Era divertente e dolce, in un modo quasi fuori moda. Parlava inglese con un delizioso accento. Guardavo i suoi occhi verdi, i suoi zigomi slavi e mi sembrava pieno di mistero e di promesse. Mio Dio, quanto era affascinante!

Il successivo incontro fu quello decisivo: venne agli Studios Eclair, dove stavo girando. Mi riaccompagnò al mio hotel. Cominciammo a baciarci sul divano. Quando finalmente passammo al letto, lui non era più eccitato. Pensavo fosse colpa mia: Vadim, noto tombeur de femmes, era incapace di fare l’amore con me. Andò avanti così per tre settimane. Mi sentivo male, ma il fatto che lui fosse impotente mi rassicurava: era vulnerabile, umano. Quando finalmente il sortilegio si spezzò, rimanemmo a letto per due giorni e due notti. Smisi di mangiare, a parte le briciole dei suoi salatini e le croste del suo Cambert. Ogni pomeriggio in cui io non lavoravo lo passavamo facendo l’amore. Era pieno di immaginazione, tenero. Ma ciò che mi piaceva soprattutto era il suo attaccamento a sua figlia Nathalie. Un uomo capace di amare così sua figlia “deve” essere eccezionale.

Accettai di lavorare nel suo film, Il piacere e l’amore. E di andare a vivere con lui. Facevo la spesa, cucinavo. Facevo le pulizie. Vadim non ci badava: fosse stato per lui, avremmo potuto vivere per settimane con montagne di piatti sporchi nel lavandino. Nonostante la sua totale noncuranza per la mia abnegazione, mi piaceva fare la casalinga e pensavo che se fossi stata una compagna perfetta e devota non mi avrebbe mai lasciato.

Avevo ereditato 150 mila dollari da mia madre. Una discreta sommetta, per l’epoca. Vadim me la chiese, per ospitare un amico, disse. Esitai. Ma mi sentivo gretta, meschina, “borghese”, e finii per acconsentire. Solo anni dopo avrei capito che Vadim aveva il vizio del gioco e che non per caso i luoghi dove girava i suoi film o andavamo in vacanza erano sempre nelle vicinanze di un casino o di un ippodromo
Anche la gelosia per lui era un tabù da borghesi. Ero io quella che amava, no? Cominciò a non rientrare. Io mangiavo tutto quello che avevo cucinato, poi uscivo, mi compravo dei dolci. Quindi vomitavo e me ne andavo a letto, esausta e piena di rabbia. A volte lui tornava dopo mezzanotte, ubriaco. Altre non si faceva vedere fino al mattino.

Una sera tornò con una bellissima donna dai capelli rossi. Era una squillo d’alto bordo della famosa Madame Claude. Non mi opposi. Volevo dargli ciò che lui desiderava. A volte eravamo in tre. A volte di più. E a volte ero io che gli chiedevo di farlo. La mattina dopo, quando Vadim se ne andava, io e l’ospite facevamo colazione insieme. Quelle chiacchierate mi avrebbero aiutato, anni dopo, a vincere il mio primo l’Oscar come miglior attrice per Una squillo per l’ispettore Klute.

##

Dopo tre anni da nomadi, comprammo una fattoria da ristrutturare, fuori Parigi. E decidemmo di sposarci. Fu a Las Vegas, con una decina di invitati. Durante il cocktail, Vadim sparì in un casinò. E io me ne andai in camera, con sua madre e tanta infelicità.
In compenso, dopo vari flop, girai finalmente una pellicola di grande successo: A piedi nudi nel parco, con Robert Redford. Credetemi: è impossibile non innamorarsi di lui. Abbiamo girato insieme tre film, e ogni volta io non vedevo l’ora di tornare sul set. Lui non lo ha mai saputo..

Nel 1967 Dino De Laurentiis offrì a Vadim la regia e a me il ruolo della protagonista in Barbarella, già rifiutato da Brigitte Bardot e da Sophia Loren. Anch’io avrei detto no: figuriamoci, una donna che odiava il suo corpo, che soffriva di una grave forma di bulimia, nei succinti panni di un’eroina sexy! Ma Vadim, appassionato di fantascienza, mi convinse ad accettare. Feci del mio meglio, anche grazie alla dexedrina.

Come fa molta gente quando sente che il matrimonio è in crisi, anch’io pensai che un figlio ci avrebbe riavvicinati. Fu una gravidanza molto difficile, all’inizio. Trascorrevo la mia giornata a letto, guardando la tv. Fu così che vidi le immagini dei bombardamenti americani in Vietnam, che avevano distrutto scuole, ospedali, chiese. Rimasi sconvolta. Passato il rischio di aborto, cominciai a partecipare alle manifestazioni pacifiste a Parigi.

Chiamammo nostra figlia Vanessa in omaggio a Vanessa Redgrave, l’unica star che conoscessi attivamente impegnata in politica. Il parto fu molto travagliato e nelle settimane successive soffrii di una grave depressione. La piccola aveva solo tre mesi quando tornai a Hollywood per girare Non si uccidono così anche i cavalli? che mi sarebbe valso la mia prima nomination all’Oscar.

Il film rappresentò una svolta, per la mia carriera e per la mia vita. Mi tagliai i capelli. E ritornai bruna. Rientrata in Francia. mi sentivo inquieta. Feci un viaggio in India, come si usava allora per “cercare se stessi”. In realtà non trovai granchè. Ma al ritorno, il contrasto tra la povertà e la ricchezza di Los Angeles mi sconvolse. Ebbi una relazione extraconiugale. E finalmente trovai la forza di lasciare Vadim.

Cominciò allora il mio impegno politico attivo: i diritti degli indiani d’America, le Pantere Nere, il femminismo, l’antimilitarismo in Cambogia e in Vietnam. Partecipavo a manifestazioni, conferenze, incontri nei campus universitari. Venni arrestata più volte. L’FBI mi spiava. E spesso era la gente a contestarmi come “sporca comunista”.

La prima volta che vidi Tom Hayden aveva una lunga treccia, un laccio di perline intorno alla fronte, sandali di gomma. Era un’icona del movimento pacifista, intelligente e carismatico, un professore universitario e un giornalista. Voleva il mio aiuto per una mostra fotografica sul Vietnam.

Venne a trovarmi con diapositive e proiettore. Quelle immagini di devastazione erano terribili. E mi fecero molta impressione i manifesti che pubblicizzavano interventi di chirurgia estetica per ingrandire il seno e rendere tondi gli occhi, fatti da centinaia di donne vietnamite per somigliare alle americane. Scoppiai in lacrime. Ci innamorammo in quel momento.

##

Nel 1972 io e Tom organizzammo un tour negli Usa per rinforzare il movimento pacifista. Rimasi incinta e il 19 gennaio 1973 ci sposammo, nel salotto di casa. Chiamammo nostro figlio con un nome che fosse sia americano che vietnamita, Troy. Anche questa gravidanza mi costrinse a letto. Fu l’occasione per riflettere sulla mia carriera. Non volevo più perdere tempo con film nei quali non credevo. Cominciai a pensare a una pellicola sui reduci del Vietnam. Sei anni dopo, Tornando a casa mi sarebbe valso un altro Oscar.

Ripresi con il cinema nel 1975. La guerra era finita, e Tom voleva candidarsi al Senato della California. Girai, tra gli altri, Julia, Sindrome Cinese, Il cavaliere elettrico, Dalle 9 alle 5 orario continuato. Ogni mio centesimo guadagnato con quelle pellicole servì a finanziare la corsa elettorale di Tom. Non vinse, ma trasformò il comitato elettorale in un’organizzazione di base, chiamata Campaign for Economic Democracy (CED), che aveva come obiettivo la battaglia contro l’inflazione, la disoccupazione e il nucleare, il sostegno agli agricoltori e agli operai… Molti fini del CED avrebbero trovato voce - oltre che denaro - attraverso i miei film di quegli anni.

I soldi per le buone cause però non bastavano mai. Nel 1978, sul set di Sindrome cinese, mi fratturai un’altra volta un piede e dovetti rinunciare per sempre alla danza. Mi rivolsi a una palestra e scoprii l’aerobica: ginnastica e ballo, al tempo di musica. Quello poteva essere un buon affare, per finanziare il CED. Aprii il mio primo centro “Workout” a Beverly Hills. Sarebbe diventato un fenomeno mondiale.

Nel 1981 scrissi il manuale, Jane Fondàs Workout Book, subito primo nella lista dei best seller del NY Times per un record di 24 mesi, tradotto in oltre 15 lingue. Poco dopo ricevetti la proposta di girare un home video: Jane Fondàs Workout, del 1982, con i suoi 17 milioni di copie, è ancora oggi il video più venduto di tutti i tempi.
Workout aveva finanziato il partito di mio marito con ben 17 milioni di dollari. Ma lui disprezzava il mio lavoro. Ero sempre stata all’ ombra di Tom, leader anche nel privato: sceglieva lui dove e come vivere, dove andare in vacanza e quali amici frequentare. Ero tornata al cinema per aiutarlo, ma i miei successi avevano riacceso i riflettori su di me. Lui riteneva che la mia attività fosse superficiale e inutile rispetto alle cose davvero importanti per l’umanità. Invece di dirmi chiaramente che non era più contento del nostro matrimonio, la buttava in politica.

##

Nel 1982 Tom vinse la sua elezione al parlamento californiano e avrebbe tenuto il seggio per 17 anni. Io mi trovavo in una sorta di limbo emotivo, come svuotata. I miei film seguenti, da Agnese di Dio a Lettere d’amore, erano stati sempre più faticosi. Ero di nuovo depressa, e non volevo ammettere che dipendesse dal mio matrimonio, ormai ridotto a una società d’affari. Invece di affrontare la mia crisi in modo serio, decisi di farmi rifare il seno. Io, che una volta piangevo per le donne vietnamite che mutilavano il loro corpo per conformarsi alle modelle di Playboy.

Era il 1988. Avevo compiuto da poco i 51 anni, eravamo ad Aspen per le vacanze di Natale. Una notte Tom mi disse che si era innamorato di un’altra. Non avevo mai immaginato di dover sopravvivere a un dolore così forte. Mi sorpresi a pensare: “Se Dio vuole che io soffra così ci deve essere una ragione”. Dio? Ma io sono atea! Eppure, appena formulato quel pensiero, mi accorsi che il mio dolore era già cambiato. Divenne più facile avere pazienza, darmi tempo.

Il giorno dopo che la notizia del mio divorzio uscì sui giornali, la mia segretaria mi disse che c’era al telefono Ted Turner per me. “È vero?” “Cosa?” “È vero che tu e Tom Hayden state divorziando?”. “Sì”. “Bene. Ti va di uscire con me?” Ero stuperfatta e gli risposi che era proprio l’ultima cosa che desideravo fare. “Richiamami tra tre mesi”.

Lo fece. Per la sorpresa, accettai di vederlo. Non sapevo niente su Ted, a parte il fatto che era il proprietario della Cnn. Mi documentai. Non mi piacque quello che scoprii: problemi con l’alcol e amorazzi con giovani donne. Ma anche la passione per l’ambientalismo e l’impegno a favore della pace. Al ristorante non smise un attimo di parlare. Si definiva “un maiale sciovinista”, a causa dell’educazione ricevuta: suo padre gli aveva insegnato che le donne sono come gli autobus, se ne perdi uno, ce n’è subito un altro. Non ricordo cosa riuscii a dire io.
Il mattino dopo mi invitò a trascorrere un weekend nel suo ranch nel Montana. Gli dissi che non mi sentivo pronta per una relazione. Mi promise letti separati. Ma non ce ne fu bisogno.

Nei suoi interminabili monologhi, Ted mise subito in chiaro che lui non avrebbe mai accettato che la sua donna girasse scene di sesso con altri uomini, anche se attori. La chimica tra noi era straordinaria e i suoi modi diretti e ruvidi mi affascinavano. Ma gli preferii un giovanotto italiano, bruno e bellissimo, che aveva17 anni meno di me e per alcuni mesi mi fece sentire una ragazzina.

Di nuovo, Ted mi chiamò la mattina dopo che ci eravamo lasciati. Ero impressionata dalla sua tenacia. E alla fine la ebbe vinta. Era adorabile, affascinante e travolgente. Un amante straordinario. Quando mi portò per la prima volta alla Cnn, ad Atlanta, capii che a dispetto del suo potere, era rimasto un bambino, così orgoglioso di potermi tenere al suo braccio. Era una cosa del tutto nuova per me. La sua adorazione mi diede una grande fiducia in me stessa: mi diceva continuamente che mi amava, che ero intelligente e bellissima, che ero la sua vita.

Era chiaro però che non dovevo più pensare al lavoro. La mia carriera era stata un problema nel mio matrimonio con Tom e non volevo che accadesse di nuovo. Trasferii le mie cose al Sud, nei suoi quattro ranch nel Montana, distanti un paio di ore di auto uno dall’altro. Capitava che facessimo colazione in uno, pranzassimo in un altro, andassimo a caccia, quindi cenassimo in un altro ranch, prima della pesca notturna. Trascorrevamo molte ore all’aria aperta. E giravamo il mondo. Certo: benché tutto lo staff della Cnn sostenesse che io ero la prima donna “parlante” nella vita di Ted, io ero solo una supporter. A volte mi sentivo invisibile. E frustrata.
Oltre che un uomo d’affari, Ted era un filantropo. Aveva creato la Ted Turner Foundation, puntando sulla protezione dell’ambiente e la riduzione della crescita della popolazione mondiale. Nel 1994 io fui nominata ambasciatore di buona volontà dell’ONU e invitata al Cairo, alla Conferenza mondiale sulla popolazione e lo sviluppo. Fu così che cominciò il mio impegno, che dura ancora oggi, a favore degli adolescenti, sui temi della sessualità, degli abusi e delle gravidanze precoci. Fondai la Georgia Campaign for Adolescent Pregnancy Prevention, con il generoso appoggio della famiglia Turner e della sua fondazione. Un movimento attivo da dieci anni, che ha fatto davvero tanto per le adolescenti americane.

Nel 1991, dopo due anni insieme, io e Ted ci sposammo, ad Avalon, il giorno del mio 54esimo compleanno. Una settimana prima, Ted era stato eletto da Time la Persona dell’anno. Un mese dopo avrei scoperto che andava a letto con un’altra.

Il 21 dicembre 1997 il sipario si è alzato sul terzo atto. Sono diventata nonna di Malcolm, il figlio di Vanessa. Io e Ted ci siamo separati. Mi sono convertita al Cristianesimo. Mi sono fatta togliere le protesi al seno. Ho scritto la mia biografia. E sono tornata a recitare, in teatro. E, da ultimo, dopo 15 anni di “ritiro”, ho girato di nuovo un film, la commedia con Jennifer Lopez Quel mostro di mia suocera. Per denaro – per finanziare la mia organizzazione a favore delle ragazzine – e per curiosità: volevo vedere se, con tutti i cambiamenti interiori che ho avuto, fosse cambiato anche il mio modo di recitare. Sì, è cambiato. Oggi finalmente mi diverto. E credo si noti.

Tra non molto avrò settant’anni. Se tutto va bene, me ne restano una ventina. Ho lavorato sodo per diventare quella che sono. Ma c’è ancora molto da fare.


La mia foto più famosa

I nord vietnamiti mi invitarono ad Hanoi. Non rimpiango di averlo fatto. Ma non mi perdonerò mai quella foto. Successe l’ultimo giorno, durante una visita alle installazioni militari: c’era un’orda di reporter, più di quanti ne avessi mai visti in tutti i luoghi dove ero stata durante quel viaggio, scuole, ospedali, orfanotrofi. Stavo cantando un inno pacifista con la mia incerta pronuncia vietnamita. Tutti ridevano e applaudivano, me compresa. Qualcuno mi spinse verso il cannone antiaereo e io mi appoggiai. Le macchine fotografiche cominciarono a scattare. Mi allontanai immediatamente: sembrerà che io, la privilegiata figlia del divo Henry Fonda, sia qui a celebrare gli abbattimenti degli aerei americani! “Hanoi Jane” non ha mai smesso di pagare le conseguenze di quell’errore. Nemmeno oggi. Ma io giuro di non aver mai pensato di tradire il mio paese.


Il mio film più bello

Trovare qualcuno che finanziasse il mio film Sul lago dorato non fu facile. La stessa Katharine Hepburn non credeva che alla gente potesse interessare la storia di due vecchi. La realizzazione fu una corsa contro il tempo: doveva essere girato d’estate, quell’estate, perché mio padre era in condizioni di salute molto precarie. Ma quando il progetto partì, fu una magia. Nessuno dei miei film ha raggiunto così il pubblico. Forse perché molti genitori e figli hanno un rapporto problematico. Katharine vinse l’Oscar come miglior attrice. E quando Sissy Spacek annunciò che il miglior attore era Henry Fonda, fu il momento più felice della mia vita. Ritirai io il premio e corsi subito da mio padre, per portargli la statuetta. Era sulla sedia a rotelle, vicino al letto. Sul viso gli lessi la gioia. Ma tutto ciò che disse fu:” Sono molto felice per Kate”.
Cinque mesi dopo morì.


Il mio libro

Recitare in teatro I mologhi della vagina di Eve Ensler è stata un’esperienza straordinaria che mi ha aiutato a scrivere, senza ipocrisie, la mia autobiografia, La mia vita finora (in Italia uscirà a ottobre, per Mondadori) Anche nei dettagli più intimi, perché so che possono aiutare altre donne che affrontano esperienze simili alle mie. Ogni volta che si avvicinava un passaggio difficile, è come se ci fosse stato un angelo custode a guidarmi. Non ho incolpato nessuno, non ho fatto gossip. Bisogna essere responsabili della propria vita, senza scaricare le colpe sugli altri.

da «Confidenze» (Mondadori), 26 ottobre 2005