Ma dove vai se il master non ce l'hai

di Mariateresa Truncellito

C’è quello sul mal di testa, il primo di livello internazionale (alla Sapienza di Roma), e quello sulle calamità naturali, per non essere più impreparati di fronte allo tsunami (sempre alla Sapienza). C’è quello per progettare futuristiche auto da corsa (Università di Camerino) e quello sulla pallacanestro (Istituto universitario di scienze motorie a Roma), per formare Ct da squadra imbattibile. Una volta il master, la specializzazione dopo la laurea, faceva pensare a top manager in grisaglia alle prese con bilanci, alta finanza e direzione del personale. Il super-corso del momento? Il master in mediazione culturale, per studiare le culture islamiche, buddiste e induiste e gestire i fenomeni migratori. Anche se i corsi della facoltà di economia continuano a essere i più gettonati (sono oltre 200 e attirano il 18 per cento dei laureati), esistono master su qualsiasi cosa, e molte offerte sono davvero singolari. Perche in Italia è boom di specializzazioni: per l’anno 2004-2005 sono stati previsti almeno 1500 master. Solo nel 2001-2002 erano appena 491.

Le università italiane hanno fiutato il business: giustamente, se nello stesso periodo quasi 16 mila laureati hanno seguito un master. Secondo AlmaLaurea, il consorzio che riunisce gli atenei italiani, un neodottore su sei (e uno su quattro per alcune facoltà) prosegue gli studi. Mentre per l’Asfor, l’associazione che riunisce gli enti che fanno formazione aziendale, il giro d’affari arriva a 500 milioni.

A proposito di costi. Se l’offerta è la più disparata, altrettanto si può dire per l’investimento economico che un master esige. La spesa media per un master di un anno è intorno ai 2-4 mila euro, anche se ci sono borse di studio per i più meritevoli. Ma per un prestigioso Mba, un Master of business administration, si può arrivare anche a 25 mila euro. All’estremo opposto ci sono corsi gratuiti o quasi, perché finanziati dal Ministero della ricerca, dal Fondo sociale europeo o da una azienda interessata a formare direttamente collaboratori.

A complicare la situazione ci si mette il Financial Times. Il prestigioso quotidiano ogni anno stila la classifica delle migliori scuole in business admnistration del mondo: al primo posto ci sono gli Stati Uniti, con 57 master premiati, seguiti dal Regno Unito, con 14. L’Italia è fanalino di coda, con un master solamente (quello della Sda Bocconi). Non stupisce perciò che oltre 2 mila italiani nel 2003 abbiano scelto di frequentare proprio in America un master o un corso di specializzazione più breve.

Le indagini di settore sostengono che il 40 per cento di chi ha frequentato un corso post-laurea trova lavoro entro un anno e quasi l’80 per cento dopo due anni. Ma per chi non è esperto di dati e statistiche, a prima vista quello dei master è un mondo che assomiglia a una giungla fittissima. Come orientarsi? È davvero utile spendere tempo e denaro (oltre ai costi, bisogna pure rinunciare a un anno di stipendio) per conseguire un master di alto livello? O è addirittura indispensabile averne uno, uno qualsiasi, per essere almeno presi in considerazione dalle aziende? Oppure, viceversa, i direttori del personale preferiscono candidati dal curriculum “snello”, perché possono essere formati dall’azienda stessa e perché, senza troppi titoloni, hanno meno pretese?

«Il mercato dei master assomiglia effettivamente a un farwest», conferma Alessandro Amadori, direttore dell’istituto di ricerche di mercato Coesis Research, psicologo del lavoro e, a sua volta, docente in un master di comunicazione per sistemi pubblici all’Università di Padova. «L’attuale boom è dovuto a molteplici ragioni: innanzitutto la consapevolezza che la formazione deve essere permanente e che non basta più una buiona cultura di base. Poi c’è la moltiplicazione dei saperi, tantissimi e sempre più specialistici. Ciò ha spinto le istituzioni che fanno formazione ad adeguarsi, per fornire corsi sempre più adeguati alle esigenze dell’industria e della società» È impensabile che un master permetta di diventare un esperto-tuttologo in ogni tipo di dinamica aziendale, dalla selezione del personale alla gestione finanziaria. Continua Amadori. «Oggi le posizioni lavorative sono molto più specifiche e richiedono competenze più precise rispetto a dieci-quindici anni fa». Nello stesso periodo, le università hanno conquistato l’autonomia e sono state sempre di più gestite come aziende, con una logica di business. «Quando un’ente di formazione progetta un corso, innanzittuto si chiede se è possibile trovare uno o più sponsor e se il master si può effettivamente “vendere” agli studenti».

La risposta, evidentemente, è affermativa anche per i master all’apparenza più “stravaganti”. Ma ciò non dissipa il dubbio sul fatto che sia più utile un corso per diventare manager musicali, un master per promuovere eventi fieristici o quello per chi vuole progettare aree verdi in città. Meglio preferire l’attualità spinta o andare sul classico, come il nuovo diritto societario, la responsabilità civile o il marketing? «In generale direi di non ragionare sul titolo», suggerisce Alessandro Amadori. «Sotto lo stesso nome, può esserci una offerta validissima o, al contrario, da scartare. La prima domanda da porsi è: che cosa mi manca per ciò che vorrei fare?». Infatti: se l’università dovrebbe trasferire il sapere, un master dovrebbe insegnare il “saper fare”. Facciamo un esempio pratico: «Uno psicologo che aspiri a entrare in azienda anziché nel settore clinico, può seguire un master nelle tecniche di gestione, dalla lettura di un bilancio al coordinamento del personale. Se un laureato in filosofia desidera lavorare nel campo delle ricerche di mercato, può iscriversi a un corso di specializzazione sulle modalità di indagine. Sono percorsi corretti e coerenti, apprezzabili da un selezionatore». Sconsigliabile, invece, puntare sui corsi troppo legati all’attualità, all’iperrealismo, al trendy. «Ma anche quelli troppo specializzati. Gli imprenditori difficilmente cercano un professionista che sappia tutto di una certa tecnica di previsione finanziaria: preferiscono giovani flessibili, in grado di coprire funzioni che possono anche cambiare con il tempo».

Una volta deciso cosa vogliamo fare da grandi, occorre valutare l’affidabilità del master. A cominciare dall’istituzione che lo propone. Prosegue Alessandro Amadori: «Sono da preferire le università e gli enti più grandi e antichi e, soprattutto, quelli che da più tempo propongono corsi di specializzazione . A parte i casi di istituzioni prestigiose, io non mi fiderei di un master alla prima edizione: anche se la buona fede è assoluta, i programmi devono essere affinati, i docenti possono non del tutto affiatati».

Per Amadori, un master degno di questo nome deve avere due requisiti irrinunciabili: «Primo, che ci sia un buon numero di docenti dal mondo delle professioni e dall’azienda. Meglio se qualcuno è noto, perché è più difficile che accetti di spendersi per un’iniziativa discutibile. Secondo, che preveda uno stage pratico per almeno un terzo della durata complessiva del corso».
Spiega Fiorella Passoni, amministratore delegato di Edelman Italia, una delle principali società internazionali di pubbliche relazioni del nostro paese: «Noi collaboriamo con diverse scuole di formazione post-laurea, come Ateneo Impresa di Roma, Il Sole 24 Ore di Milano, l’Istituto Europeo di Design di Milano e Roma, la Stoà di Napoli. «Siamo presenti nei comitati didattici, nel corpo docente e partecipiamo alla formulazione dei programmi di insegnamento. E portiamo nelle scuole progetti concreti, come lo sviluppo di una campagna per il lancio di un nuovo prodotto. Ai migliori studenti offriamo uno stage in agenzia, che nell’80 per cento dei casi si trasforma in assunzione». Altro esempio: Vodafone Italia sta per varare la terza edizione di Talent Academy, un percorso formativo e di inserimento nell’azienda per dieci laureati che verranno selezionati in tutte le universitàitaliane: un corso di formazione, seguito da uno stage che preluderà all’assunzione in diverse aree aziendali. La campagna di comunicazione dell’iniziativa partirà tra breve, anche sul sito www.vodafone.it.

Un ulteriore elemento di valutazione è verificare se il master ha ottenuto il riconoscimento dell’Asfor. L’Associazione per la formazione alla direzione aziendale accredita i master in base a precisi requisiti: qualità dell’ente, modalità della didattica, capacità del master di stare sul mercato (deve essere almeno alla terza edizione) e adeguata collocazione professionale per almeno l’80 per cento dei diplomati master entro 6 mesi dalla fine del corso. Il costo, invece, non è una discriminante: non necessariamente i corsi più economici sono meno validi. I master finanziati dal Fondo sociale europeo, per esempio, devono rispettare precise regole organizzative e didattiche, pena la decadenza del corso. Chi è interessato, tenga d’occhio i quotidiani nazionali; per legge, chi riceve un finanziamento dal Fse è obbligato a pubblicizzare il corso.

Per chi è attratto dall’estero, non c’è dubbio che aver conseguito un master alla London School o in una prestigiosa università americana faccia una grande impressione. Spiega Sandra Ermacora, responsable del management development and corporate recruitement di Vodafone Italia: «Come multinazionale, in alcuni casi cerchiamo proprio candidati che abbiano conseguito un master in una business school internazionale, perché la loro preparazione viene ritenuta coerente con l’ambito di azione di Vodafone».

Conquistato il sospirato master, così accuratamente scelto, possiamo essere certi che avremo un posto di lavoro assicurato? «Attenzione all’eccessiva rigidità», avverte Amadori. «Dopo aver investito tempo e denaro, c’è il rischio di presentarsi ai colloqui con aspettative troppo elevate: chi pensa di diventare amministratore delegato o direttore generale subito dopo il master è fuori strada». Ma chi ha una specializzazione coerente con le proprie aspirazioni ha comunque una marcia in più: perché un master ben fatto, oltre alle competenze professionali, dovrebbe fornire anche l’apertura mentale necessaria ad affrontare sfide e cambiamenti nell’ambito del proprio lavoro. Lo conferma Giuseppe Nicoletti, direttore delle relazioni industriali di IBM: «I candidati con un master sono ben visti, perché dimostrano la volontà di andare oltre la classica laurea e il desiderio di specializzarsi. Se il master è stato conseguito in un ente prestigioso è un bel biglietto da visita. Tuttavia il master non è vincolante per l’assunzione. Anche perché i dipendenti IBM hanno la possibilità di ottenere un periodo sabbatico, fino a 24 mesi, retribuito al 35 per cento, utilizzabile per frequentare un master che, se l’azienda lo ritiene interessante per la formazione professionale del dipendente, rimborsa al 50 per cento». Conferma Sandra Ermacora di Vodafone Italia: «Il master costituisce un titolo di merito. Di solito sono preferiti i titoli generalisti, come l’Mba, che permettono al candidato di inserirsi in un ampio ventaglio di funzioni. A meno che non ci sia l’esigenza di potenziare un’area specialistica, per esempio l’area informatica o quella finanziaria e allora si richieda una preparazione post-laurea più mirata».

Insomma: non ha senso iscriversi a un master qualsiasi, pur di averne uno: le aziende non si lasciano impressionare. «Anzi: si può ottenere l’effetto contrario», sottolinea Amadori. «Molti imprenditori ritengono pericoloso assumere un candidato con due master, che ha speso tanto tempo e denaro, e al quale offrono uno stipendio da primo impiego a 1200 euro: perché temono che se ne vada dopo sei mesi». Se non si hanno le idee chiare, meglio destinare i soldi del master a qualcosa d’altro: «Per esempio sei mesi all’estero per perfezionare l’inglese. O, paradossalmente, meglio sei mesi di stage gratuito in un’azienda». È d’accordo Fiorella Passoni, amministratore delegato di Edelman Italia: «Succede spesso che chi ha un master non accetti di cominciare dalla gavetta, che invece è indispensabile per conoscere tutti gli aspetti della propria professione. E non fa una buona impressione il candidato che alla mia domanda “Come è arrivato a questo master” risponde perché era il più vicino a casa . Se non c’è una forte motivazione, è più utile muovere qualche passo nel mondo del lavoro, chiarirsi le idee e solo dopo decidere di investire in un master». Ribadisce Sandra Ermacora di Vodafone Italia: «Anch’io consiglio vivamente un’esperienza lavorativa, anche breve, prima di iscriversi a un master. Uno stage che permetta di “vivere” l’azienda da vicino: conoscenze che possono essere sfruttate quando si torna sui libri e che permettono un approccio più adulto al master, più consapevole degli argomenti oggetto di studio e più rispondente alla professione».


Saperne di più

  • ASFOR Associazione per la formazione alla direzione aziendale, via Beatrice d’Este 10, 20122 Milano, tel. 02/58328317; info@asfor.it; www.asfor.it
  • Per dati statistici e informazioni sui dottorati di ricerca scuole di specializzazione, master e corsi di perfezionamento in ambito universitario è possibile consultare il sito dell’Ufficio statistico del MIUR, il Ministero della ricerca: www.miur.it/scripts/postlaurea/vpostlaurea.asp.
  • Il CESTOR Centro studi orientamento (via Benedetto Croce 2, tel. 0331/459595, cestor@cestor.it) pubblica A guide to master che permette di risalire a tutti gli enti di formazione e all’offerta delle università, anche in ambito europeo Le informazioni si trovano anche sul sito www.cestor.it.
  • Una bussola utile è il Career Book 2005 Lavoro (in edicola e in libreria, 9,50 euro): ampio spazio ai profili professionali emergenti, dei quali sono descritti i percorsi formativi, master compresi, e le prospettive di carriera, con molti riferimenti pratici. Comprese una serie di schede che descrivono gli sitituti di formazione, le modalità di selezione dei candidati, il calendario, la didattica e le borse di studio, con la possibilità di richiedere documentazione specifica alle scuole che propongono i master.
  • La rivista quadrimestrale Master (Orme Editori, tel. 02/48028651, info@ormeeditori.it) offre una guida ai nuovi master 2004-2005, classifiche sul chi sale e chi scende tra i grandi master internazionali, i progetti ambiziosi dell’IIT, l’Istituto italiano di tecnologia che ambisce a riprodurre il modello del MIT di Boston, e un utile dossier sui master gratuiti o quasi, finanziati dal Fondo sociale europeo, dal Miur, da aziende, bancge e assicurazioni. La prossima uscita della rivista, per chi sta pensando di seguire un master nell’anno 2005-2006, sarà a maggio.

da «Anna» (Rcs Periodici), 1 marzo 2005