Burattini, roba da… grandi

di Mariateresa Truncellito

Anche se oggi sono Zorro, SpiderMan, i mostri spaziali e le tartarughe ninja a tenere in pugno la fantasia dei nostri bimbi, non ce n’è uno che non conosca almeno la marionetta più famosa: Pinocchio, il monello bugiardo e disubbidiente che vive mille avventure prima di diventare un bambino vero. Pinocchio, il burattino senza fili, metafora della libertà, intesa come rifiuto delle convenzioni e dell’autorità. Ma anche personificazione dell’infanzia, di un’epoca fatata nella quale gli animali parlano, i soldi si trovano sugli alberi e si può credere in un futuro mondo di balocchi dove ciò che conta è solo divertirsi. Pinocchio è l’adulto che diventa grande, ma mai del tutto, mai fino in fondo. Se sarà capace di conservare dentro di sé una scheggia di quel burattino di legno.

E forse è quella scheggia che fa apppassionare tanti adulti agli straordinari spettacoli di marionette e burattini. Giocattoli e scultura animata, povere e preziose insieme, a metà tra il teatro e la festa popolare, tra l’arte e il gioco, le marionette nascono dalla tradizione della Commedia dell’Arte e, prima ancora, da quella delle statue votive. Un’officina di sogni che, da alcuni anni, vive una rinascita grazie al lavoro di una miriade di animatori di teatri (sono circa 300 le compagnie che operano in Italia nel campo del teatro di figura), musei (da nord a sud, dal Museo della marionetta piemontese alla Mostra permanenete dei pupi siciliani di Caltagirone), spettacoli, rassegne e festival (per un elenco Girofestival. Mappa dei festival e delle rassegne di teatro di figura in Italia, stampato dalla Compagnia degli Sbuffi). La riscoperta di una tradizione antica, colta e popolare insieme, ma anche la ricerca di nuove strade espressive, attraverso la sperimentazione di materiali e di tecniche.

Il teatro delle marionette, a dispetto dei suoi piccoli attori-fantoccio, è una delle forme di rappresentazione più vive: racconta i nostri sogni, le fantasie, un mondo irrazionale dove il debole riesce ad avere la meglio sul forte, dove i piccoli si prendono la rivincita sui grandi. Ma, molto spesso, chi si muove sulla minuscola scena è un personaggio efficacemente realistico, la caricatura di un qualche “tipo” esistente, l’avaro, lo stupido, il prode, il furbo, oppure di un vizio, di una virtu’ o di un sentimento. Una sincera parodia della vita umana.

Del resto, anche se i bambini se ne impadronirono presto, le marionette sono un’invenzione dei grandi, per i grandi. In molti sensi: Dickens, Stendhal, George Sand Platone, Aristotele, Shakespeare, Voltaire, Byron, Goethe, Paul Klee, sono tanti gli che illustri se ne sono occupati, molti le hanno costruite e fatte recitare e tantissimi, che visitarono Roma e l’Italia nei secoli scorsi, hanno testimoniato spesso l’entusiasmo provato grazie al “teatro di figura”, un nome che comprende spettacoli di burattini, marionette e pupi, ma anche ombre, lanterne magiche e camere ottiche: tutti giochi da grandi. Tanto divertenti che i ricchi e i nobili, nelle loro sontuose ville, si costruivano teatrini appositi per ospitare spettacoli di marionette e burattini: un esempio, che ancora si può ammirare è il Teatro delle marionette di Casa Borromeo, sull’Isola Madre sul Lago Maggiore. Tutti gli altri, il popolo, si accalcava nelle piazze che accoglievano i burattinai girovaghi, con le loro carovane riccamente decorate e il palco da montare in quattro e quattr’otto.

Con la marionetta giocano tutti: chi guarda, incantato dalle sue buffe movenze e dal suo viso, fisso eppure così parlante. Ma anche chi le dà vita, voce, movimento e storia: il burattinaio, contrariamente all’attore, interpreta più ruoli nello stesso tempo, è un creatore di vita collettiva. Spesso il testo ha funzione di canovaccio e lascia spazio a una grande libertà di interpretazione. Il coivolgimento è tale che chi assiste allo spettacolo finisce per dialogare con i piccoli personaggi, per incitarli, per denunciare le ribalderie del cattivo o per applaudire al suo coraggio. Senza il pericolo di distrubare lo spettacolo. Perché il burattinaio, tirando i fili delle marionette, manovra anche il pubblico.

Chi è ancora convinto che i burattini siano roba da bambini, si rassegni: le marionette sono entrate in gioco (è il caso di dirlo) con gli aspetti più seri della vita, dalle scienze alle arti, dalla religione alla politica, dalla storia alla geografia. Hanno ricevuto la forma dalla scultura e il colore dalla pittura, il movimento dalla meccanica e la parola dalla poesia, dalla satira e dall’attualità, l’animazione dal canto e dalla coreografia. Ogni Paese ha le sue, una schiera di personaggi che compone una mitologia popolare: dalla Spagna alla Germania, dall’Inghilterra alla Turchia, dall’India al Giappone, dalla Cina all’America del sud.

Il nome con il quale le conosciamo racconta la loro storia. Nell’Europa medievale, i primi “burattini” di legno o cartone erano raffigurazioni della Vergine o piccoli oggetti di devozione, chiamati in Francia “marionnettes” o “mariolettes” e a Venezia nel XIV secolo “Marie di legno”. Prima di diventare una forma di gioco per eccellenza, le marionette - grazie alla loro capacità di incantare chi le guarda - sono state venerate nei templi e nelle chiese: lo storiografo greco Erodoto cita sculture mobili, venerate durante la festa di Osiride, in Egitto. Presso i Greci la statua d’oro di Apollo era dotata di movimento grazie a molle interne. Le marionette greche, che sbeffeggiavano filosofi e demagoghi, spesso rallegravano i banchetti e anche i romani apprezzavano le statuette a molla. La maggior parte delle bambole con articolazioni mobili che ci sono giunte dall’antichità era già molto simile alle marionette attuali. Più avanti, anche l’arte cristiana ha continuato a sviluppare la scultura mobile, con grandi statue usate nelle processioni: dalla Madonna con i fianchi che si aprono per mostrare il Bambino Gesù, al Grande Drago di Parigi, ucciso da san Michele, nelle cui fauci grandi e bambini gettavano monete, frutta e dolci, fino ai ai presepi animati.

Non è facile stabilire in quale epoca il nome di marionetta è passato al teatro popolare. Di sicuro, però, nel 1500, in Europa c’erano teatri di marionette che portavano già questo nome. Le marionette del XV e XVI secolo hanno derivato nomi, caratteristiche e costumi dai comici e in seguito presero i nomi delle maschere, Arlecchino, Pantalone, Pulcinella, Pierrot, il dottor Balanzone, Brighella…. A Parigi, fra il 1649 e il 1697, le marionette del Pont-Neuf della famiglia Brioché entrano a corte e diventano un divertimento da salotto. Nella prima metà del Settecento sono presenti a tutte le fiere e gli amori di Pulcinella, il personaggio più audace, sono uno spettacolo di cassetta.

In Italia le marionette venivano indicate con nomi diversi, a seconda delle regioni: pupi, pupazzi, fantocci, burattini… Antenati dei personaggi della Commedia dell’Arte o, in qualche caso, suoi discendenti e “genitori” di altre maschere del Carnevale: come Gianduja, la più popolare del Piemonte, in origine un burattino, creato nel Settecento da Giovan Battista Sales, capace di satire straordinarie nei confronti dell’autorità.

Ma prima che nel linguaggio, la marionetta ha la sua ragione d’essere nel movimento: le più antiche sono ad asta, originate dal sonaglio per i neonati o, forse, ispirate alle campanelle a grappolo che i giullari usavano alla corte del re. Poi arrivarono le marionette azionate da fili attaccati alla “crociera” (o bilancino), con movenze sempre più complesse e realistiche a seconda del numero dei fili e delle parti articolate. Tra le più preziose (alte anche un metro e 30, pesanti fino a 30 chili), i pupi del teatro epico-popolare siciliano, armati di spada, sciabola o scudo, azionati dall’alto con due sottili aste di metallo e un filo. Tra le più semplici, i burattini, azionati dal basso: le teste, di legno, carta o cartone, sono completate da un corpo in tessuto. Per muoverle, basta infilare la mano nel corpo in tessuto e due dita nelle braccia della marionetta. I pupazzi, in gomma, spugna o peluche, sono mossi da dietro, con stecche e molle: il più famoso è il “giovane” Topo Gigio, creato da Maria Perego negli anni Cinquanta. Che, come i suoi fratelli maggiori, diverte i bambini e intenerisce gli adulti, Ex bambini molto sentimentali.

da «Goya» (Marco Rostagno Editore), marzo 2006, "Arte e gioco"