Frida Kahlo: il trionfo della vita

di Mariateresa Truncellito

In molti l’hanno definita “pittrice surrealista”. Ma Frida Khalo con i suoi quadri non cercava tanto di fuggire dalla realtà, quanto di scendere a patti con essa. La sua arte, con i simboli di cui è disseminata, è un racconto biografico: attraverso i suoi celebri autoritratti, in coloratissimi abiti tradizionali, sanguinante, piena di fiori e gioielli vistosi o cosparsa di chiodi, la pittrice ci parla di sé, delle sue ossessioni, delle infinite operazioni chirurgiche, delle sue gioie, delle sue sofferenze. E del suo mondo. Che è innanzitutto il Messico, con la forza e i colori della tradizione, squillanti al limite della violenza. Così, gli scheletri che popolano le tele non rappresentano fantasmi psicanalitici: sono i golosi teschietti di zucchero venduti sulle bancarelle delle fiere il giorno dei morti, da succhiare allegramente per esorcizzare la paura dell’aldilà.

Frida non dipinge ciò che immagina. Dipinge ciò che vede. Questo vale ancora di più per le sue nature morte, tema dominante negli ultimi anni della sua parabola esistenziale e artistica. Nel 1946, la prima di otto operazioni alla colonna vertebrale che la condanneranno alla sedia a rotelle. Quando se ne sente la forza, Frida dipinge supina, con uno speciale cavalletto applicato al letto. Prigioniera in casa, con la pittura mantiene il contatto col mondo: quei quadri pieni di frutta succulenta sono spesso doni per i medici che si prendevano cura di lei, e perciò firmati “con amore Frida Kahlo”. La natura morta, da scelta obbligata, diventa per lei un nuovo, straordinario simbolo di identificazione: del resto, lo “still-life” anglossassone, più che morta è “natura immobile”. Viva, benché ferma. Esattamente come Frida.

I frutti e le pannocchie di mais, posati su un tavolo accanto al letto, vengono dal suo giardino o dal mercato vicino a casa. Frida li raffigura pieni di vitalità, grandissimi, come oggetti di amore e di desiderio. Maturi, succosi e attraenti. Aperti, spaccati per rivelarne la polpa succosa, appena sbucciati. Talvolta ammaccati. Caduchi. O addirittura piangenti: sempre dipinti a sua immagine e somiglianza. E, per rendere più chiaro il concetto, vi inserisce i suoi adorati pappagallini domestici, che fanno capolino tra angurie e pompelmi. Più avanti, per dare un contenuto politico alle nature morte, Frida li sostituisce con colombe della pace e bandiere messicane. Come se ve ne fosse bisogno: il Messico è dovunque in queste tele. Il mais è l’ingrediente base della tortilla, l’onnipresente focaccia utilizzata per un centinaio di accostamenti culinari, dalla chalupa ripiena di uova fritte, carne, fagioli, al burrito con carne, pollo e formaggio, all’enchilada, con manzo e formaggio, ricoperta di salsa e gratinata in forno, al taco, che è la stessa cosa, ma con la salsa servita a parte... E la frutta, avocado, cachi, ananas, papaya, uva, manghi, pompelmi, limoni dolci, guave, insieme con i fagioli, il pomodoro e i peperoncini è un altro dei pilastri della vera cucina messicana fin dalla prima civiltà tolteca, quella che edificò la Piramide del sole 7 mila anni prima di Cristo. E, a proposito di identità e simboli, niente identifica un popolo più dei suoi usi e costumi a tavola e in cucina.

Ricetta: chile en nogada

I colori della bandiera messicana - il bianco, il rosso e il verde - si ritrovano nel chile en nogada, il piatto immancabile sulla tavola messicana il 16 settembre, festa dell’indipendenza. Un peperone verde scuro, dal gusto piccante, dal gustoso ripieno di noci che contrasta piacevolmente con l’agro della panna acida, insaporito di cilantro, il prezzemolo messicano, e dai semi di melagrana.

Per 4 persone: 12 peperoni, 300 g di carne di vitello macinata, 300 g di carne di maiale macinata, sale e pepe, 4 cucchiai di olio d'oliva, 1⁄2 cipolla tritata fine, 120 g di mandorle pelate e tritate, 120 g di pinoli, 100 g di uvetta sultanina, 350 g di noci fresche pelate, 1 tazza di latte, 1 tazza di panna, semi di 2 melograni maturi, 1 cucchiaio di prezzemolo tritato.

Abbrustolire i peperoni sulla piastra, lasciarli raffreddare in un sacchetto di carta, quindi pelarli e mondarli di filamenti e semi, lasciando i gambi. Mescolare i due tipi di carne, condire con sale e pepe. In una padella, soffriggere la cipolla nell’olio, aggiungere mandorle, pinoli e uvetta, mescolare e portare a cottura. Quando il composto si sarà raffreddato, farcire i peperoni e chiuderli con uno stuzzicadenti. Macinare le noci, aggiungervi lentamente il latte mescolando, incorporarvi quindi la panna, sempre mescolando. Coprire i peperoni con questa salsa di noci; guarnire con i semi di melograno e il prezzemolo tritato.

da «Goya» (M. Rostagno Editore), gennaio-febbraio 2006, «Arte e America Latina»