Storie d'amore e di morte tra le onde

Quindici leggende regionali italiane. Quindici testimonianze del potere di fascinazione del mare

di Mariateresa Truncellito

LIGURIA, La Spezia: «Il polpo di Tellaro»

Un polpo è scolpito sulla facciata della chiesa di Tellaro (La Spezia), per riconoscenza.

Nel 1600, i tellarini, che vivevano di pesca e uliveti, venivano spesso saccheggiati dai pirati. Una sera d’inverno scoppia una burrasca. I paesani, pensando che basti a scoraggiare le incursioni, non lasciano alcuna sentinella. A mezzanotte, però, le campane cominciano a suonare. La gente accorre: le funi delle campane pendono da un finestrella del campanile e, meraviglia, vi si è avvinghiato un enorme polpo che le tira con i suoi tentacoli.

A breve distanza, tra i lampi, ecco le vele di due navi pirata. Samuele, il saggio del paese, ha un’idea: scalda in calderoni di rame l’olio, quell’anno molto abbondante, e lo fa scivolare lungo i pendii di Tellaro fino al porticciolo, travolgendo i pirati. Grazie al tempestivo avvertimento del polpo.

Fonte: Alfredo Cattabiani, Acquario, Mondadori 2002

VENETO, Venezia: «Il vascello fantasma»

Si sta avvicinando una tempesta. I veneziani, chiusi in casa, pregano per la loro salvezza. Un pescatore, che sta ancorando la barca in riva degli Schiavoni, si sente chiedere da un vecchio forestiero un passaggio per l’isola di San Giorgio, per una questione “di vita o di morte”. L’uomo, impietosito, accetta.

Giunti lì, il vecchio entra in chiesa e ne esce con un giovane guerriero. Chiede quindi di andare al Lido. Il tempo è peggiorato, la fatica è tremenda, ma il pescatore non sa dire di no. I due entrano nella Chiesa Maggiore e ne escono accompagnati da un terzo personaggio. Il vecchio comanda al pescatore di dirigersi nel mare aperto.

La tempesta è diventata terribile: un lampo illumina una galera carica di diavoli neri che avanza verso Venezia. I tre uomini, finalmente, si rivelano: sono san Marco, san Giorgio e san Nicolò, che, impietositi dalle preghiere dei veneziani, hanno deciso di salvarli dal terribile maremoto che avrebbe sommerso la città. I tre santi fanno il segno della croce verso il vascello fantasma e lo costringono ad allontanarsi.

Prima di svanire, san Marco consegna a pescatore un prezioso anello per il Doge. Questi riconosce l’anello come quello dell’Evangelista, misteriosamente scomparso dalla sua basilica. E ricompensa il barcaiolo col privilegio di vendere la rena del lido di Sant’Erasmo.

Da questo fatto trae origine la corporazione dei Sabbioneri di Grado. E, forse, l’ispirazione di Giorgione per la sua celeberrima e misteriosa Tempesta.

Fonte: Alberto Mari, Luisa Rubini, Il mare e le sue leggende, Oscar Mondadori 1987

FRIULI VENEZIA GIULIA, Trieste: «La leggenda di madonna Bora»

In un’epoca lontana, Vento girava per il mondo con i suoi figli. Tra loro, Bora, la più bella. Un giorno la famiglia arrivò in un verde altopiano, che digradava verso il mare. Bora, che era molto ribelle, si allontanò per inseguire le nuvole tra gli alberi.

Stanca di correre, si fermò in una grotta, dove, per difendersi dall’infuriare dei venti, si era rifugiato l’eroe Tergesteo. Fu un colpo di fulmine: i due giovani, travolti dalla passione, vissero tre, poi cinque, poi sette giorni d’amore.

Quando Vento, in cerca della figlia scapestrata, la vide abbracciata al giovane, accecato dall’ira afferrò Tergesteo e lo scagliò contro le pareti della grotta, uccidendolo. Bora cominciò a piangere e le lacrime diventavano pietre e coprirono tutto l’altipiano.

Natura, impietosita, le regalò quel luogo, perché fosse il suo regno. Cielo, commosso, decise di permetterle di rivivere ogni anno i suoi tre, cinque, sette giorni d’amore. Terra, infine, dal sangue di Tergesteo fece nascere l’arbusto del sommaco, che da allora colora di rosso l’autunno carsico, mentre Mare ordinò alle Onde di ricoprire il corpo di conchiglie, stelle marine e alghe. Così Tergesteo divenne la collina più alta.

I primi uomini giunti qui la scelsero come dimora e con le lacrime di Bora, diventate pietre, costruirono un forte. Col tempo il forte divenne una città, che in ricordo di Tergesteo venne chiamata Tergeste, dove ancora oggi Bora regna sovrana, soffiando impetuosa: ”chiara”, col cielo sereno, quando è fra le braccia del suo amore, “scura”, col cielo nuvoloso, durante l’attesa.

Fonte: Edda Vidiz Brezza, Associazione Tredici Casade, Trieste

TOSCANA, Capoliveri (Isola d’Elba): «La festa dell’Innamorata»

Nella seconda metà del XVII secolo, Don Domingo Cardenas, nobile decaduto d’origine spagnola, viveva all’lnnamorata, allora chiamata Cala de lo ferro, per la vicina miniera della Calamita.

Una sera di luglio egli vide stagliarsi all’orizzonte l’immagine di una bellissima fanciulla, rischiarata da una miriade di bagliori luminosi. E la riconobbe subito come la protagonista della leggenda: «Era il 1534 e l’Elba era razziata dai pirati del Barbarossa. Ma poco importava a due giovani innamorati: Maria e Lorenzo, anche se il loro sentimento era osteggiato dalla ricca famiglia di lui. La spiaggia era il loro rifugio e lì avevano deciso di sposarsi in segreto, il 14 luglio. Ma quel giorno, mentre scendeva dal sentiero, Maria vide che il suo innamorato stava cercando di fermare, da solo, lo sbarco di una ciurma di pirati. Ferito e stremato, Lorenzo fu portato via prigioniero. Maria corse disperata verso la spiaggia, giusto in tempo per vedere il suo corpo senza vita gettato fuori di bordo. Anche lei, disperata, si gettò in mare. Il suo corpo non fu più ritrovato, rimase solo lo scialle, impigliato su uno scoglio. Da allora la spiaggia fu detta dell’Innamorata».

Don Domingo Cardenas decise di accendere il 14 luglio di ogni anno mille torce per illuminare la spiaggia e consentire a Maria di ritrovare il suo Lorenzo, e stabilì nel testamento che la festa avrebbe dovuto essere tramandata dai suoi discendenti. Così è stato, fino all’interruzione della seconda guerra mondiale. La tradizione è stata ripresa nel 1985, con la spiaggia illuminata e un corteo di figuranti che sfila per terra e sulle imbarcazioni, in cerca dei due giovani amanti.

Fonte: il diario di Don Domingo Cardenas e altre notizie sulla tradizione dell'Innamorata sono conservate presso il Comitato di Rievocazione storica «Granducato Innamorata» di Capoliveri.

EMILIA ROMAGNA, Rimini: «Sant’Antonio da Padova predica ai pesci»

Erano gli anni Venti del 1200 e Sant’Antonio da Padova era giunto a Rimini per predicare contro l’eresia catara, che si stava diffondendo tra la popolazione. Ma i riminesi, invece di ascoltarlo, lo schernivano.

Allora il santo si diresse verso il mare: «Visto che gli uomini non vogliono ascoltare la parola di Dio, mi rivolgo a voi, fratelli pesci, che siete molto più vicini alla creazione e abitate le limpide acque del mare. Sorgete!»

Dall’acqua spuntarono migliaia di pesci che, attenti, restarono ad ascoltare la predica del frate sulla Provvidenza. Solo quando Antonio fece il segno della croce, tornarono sott’acqua.

I riminesi, stupiti dal miracolo, caddero in ginocchio ai piedi del santo. La leggenda è raffigurata in un quadro di Veronese, alla galleria Borghese di Roma.

Fonte: Alfredo Cattabiani, Acquario, Mondadori 2002

MARCHE, Ancona: «Gli specchi ustori»

Archimede aveva partecipato alla difesa di Siracusa con l’invenzione di strabilianti armi per respingere i Romani: come gli specchi ustori, con i quali concentrare i raggi del sole e rifletterli, potenziati, verso le navi nemiche per incendiarle.

Durante il saccheggio, lo scienziato venne ucciso. I suoi discepoli, per non far cadere le sue invenzioni nelle mani nemiche, le inviarono ad Ancona, fondata dai Siracusani e pure minacciata dai Romani.

Gli specchi vennero nascosti in una grotta alla base delle rupi sulle quali sorge la città. Ancona, però, senza colpo ferire nel 212 a. C. diventò romana.

Gli specchi ustori sarebbero ancora nascosti sotto la città. A volte, all’alba, per brevi istanti un raggio di sole riesce a penetrare nella grotta e a riflettersi. Se qualcuno da una barca guarda verso le rupi, vede un bagliore, quasi un incendio, che poco dopo, quando il sole si solleva dall’orizzonte, svanisce.

Fonte: la leggenda, di antica tradizione orale, è riportata nel libro di J. Lussu «Anarchici e siluri»

MARCHE, San Benedetto del Tronto: «Sciò, Arbì e Caronte»

La vita del pescatore è molto dura: per rappresentare i pericoli che si incontrano nel mare aperto, l’antica tradizione della marineria sanbenedettese ha dato vita alle leggende più fantastiche.

I vecchi pescatori parlano ancora dello Sciò: una nuvola pullulante di anime dannate, una tromba marina che compare nelle notti di tempesta. L’unico modo per salvarsi è “tagliare” lo Sciò con un coltello, pronunciando formule magiche e bestemmie. Meglio se a farlo è il figlio primogenito di una famiglia di pescatori.

Caronte è invece il capo defunto di una ciurma di pirati affondata tanti secoli fa, che riemerge nella notte dei morti quando le tempeste accendono i fuochi di Sant’Elmo sugli alberi delle navi.

Odioso poi è l’Arbì, simbolo del pericoloso garbino, il vento di libeccio, che si diverte ad afferrare i bambini per portarli in cima ai cavalloni e farli sprofondare nel fondo del mare.

Fonte: Regione Marche, Assessorato al Turismo

LAZIO, Gaeta: «Il serpente di Sant’Agostino»

Poco lontano da Gaeta, ai piedi del monte S. Agostino unito al mare da una spiaggia, in una profonda grotta viveva un grande serpente. Gli bastava cacciare fuori il capo per attirare e ghermire uomini e bestie di passaggio, ma anche piccole barche e pescatori che si avvicinavano troppo alla spiaggia. Nessuno osava coltivare le campagne circostanti, e i terreni fertili rimanevano deserti.

Un contadino, disperato per non poter curare le sue terre, decise di uccidere il mostro. All’alba si avvicinò alla grotta e a pochi metri vi mise un grande specchio, quindi salì sopra l’ingresso della grotta, imbracciando una doppietta. Il serpente, sentendo odore di uomo, uscì e, vedendo un altro serpente riflesso nello specchio restò sconcertato. L’uomo fece partire due colpi con pallettoni avvelenati e fuggì. La bestia mandò un grido pauroso.

Il contadino per lo spavento perse tutti i capelli e appena arrivato a casa morì. Da allora però del serpente non c’è più stata traccia.

Fonte: Francesco Rocchi, Leggende del mare, Universale Cappelli, 1962

CAMPANIA, Sorrento: «Punta della Campanella»

Il 14 febbraio di un anno imprecisato un gruppo di velieri saraceni arrivò alla punta più estrema della penisola di Sorrento. Avvertiti dal suono della piccola campana della chiesa, gli abitanti erano riusciti a salvarsi.

Mentre i saraceni entravano nel villaggio, la campanella continuava a suonare. Arrivati sul campanile, i predoni si accorsero che nessuno la scuoteva: allora la staccarono e la gettarono sul sagrato, dove però continuava a sobbalzare e a suonare.

La legarono e la portarono a bordo, con tutte le ricchezze razziate, e la campanella riprese di nuovo a rintoccare, con estrema violenza. Uno dei predoni la scaraventò in mare, ma anche lì continuava a squillare.

A quel punto, terrorizzati, i turchi abbandonarono il bottino e i pochi prigionieri, alzarono le vele e fuggirono oltre Capri.

Da allora l’estremità della penisola si chiama punta della Campanella e il 14 febbraio di ogni anno dai gorghi del mare delle Sirene sale un argentino rintocco.

Fonte: Francesco Rocchi, Leggende del mare, Universale Cappelli, 1962

BASILICATA, Maratea: «La manna di San Biagio»

Biagio, medico di origine armena vissuto nel IV secolo, era vescovo di Sebaste dove fece molti miracoli, fino al martirio durante la persecuzione ordinata da Licinio.

Nel 732, mentre gli Arabi incalzano nella loro guerra di espansione religiosa, le sue spoglie, fino allora nella cattedrale di Sebaste, vengono imbarcate con alcuni armeni alla volta di Roma. Ma un’improvvisa tempesta costringe la nave a fermarsi nelle acque di Maratea, presso l'isolotto di S. Janni. I profughi pensarono che il santo aveva deciso di scegliere Maratea come sua dimora definitiva.

La sua storia è giunta fino a noi attraverso La Leggenda Aurea, scritta da Jacopo da Varagine intorno al 1260. Per conservare le reliquie, la popolazione costruì sul colle che sovrasta la cittadina una cappella, sulle rovine di un tempio dedicato a Minerva.

Nel corso dei secoli la cappellina si è ampliata, raggiungendo le dimensioni dell'attuale basilica. Nel XVII, il re di Spagna Filippo IV fece costruire la Cappella reale, dove sono oggi le reliquie.

Nella cappella c’è anche una coppa d'argento in stile gotico che raccoglieva la “manna”, un liquido acquoso gocciolante dall'urna, dalle colonne e dalle pareti della cappella, usato per la cura dei malati. Fu papa Pio IV, all’epoca vescovo di Cassano, che nel 1563 riconobbe il liquido come “manna celeste”. Ma dal 1620 il fenomeno si è ripetuto solo raramente.

Fonte: Consiglio regionale della Basilicata

PUGLIA, Taranto: «Le statue dei Santi Medici»

A Taranto si racconta che un anno, mentre si portavano in processione le statue dei Santi Medici Cosma e Damiano, arrivò una nave da guerra che doveva passare per il canale, dove c’è il ponte girevole. Il capitano ordinò di aprire il ponte, obbligando la processione a fermarsi.

Una volta ripresa, nel momento in cui le statue di trovarono al centro, aprirono le braccia. Nello stesso istante, il capitano moriva fulminato.

Da allora nessuna nave ha più osato passare sotto il ponte girevole quando si sta avvicinando una processione.

Fonte: Francesco Rocchi, Leggende del mare, Universale Cappelli, 1962

PUGLIA, Taranto: La sorgente nel mare

A Taranto, nel Mar Grande, c’è una sorgente d’acqua dolce che zampilla da una roccia. Si racconta che quando San Cataldo, protettore della città, arrivò dall’Oriente, in quel punto perse l’anello che aveva al dito. Lì il mare produsse una fossetta dalla quale sgorgava acqua dolce. I pescatori oggi vi trovano abbondanza di pesci dal sapore più squisito.

Fonte: Francesco Rocchi, Leggende del mare, Universale Cappelli, 1962

CALABRIA, Reggio Calabria: «Scilla, una ragazza difficile»

Ovidio, nelle Metamorfosi, racconta che la giovane e bella ninfa Scilla, figlia di Forco ed Ecate, aveva molti pretendenti, ma li respingeva tutti. Un giorno, mentre si rinfrescava in una caletta appartata, dal largo arrivò Glauco che, prima di diventare una divinità marina con coda di pesce e corpo di uomo, era stato un pescatore della Beozia.

Vedendo Scilla ne rimase folgorato, ma lei si allontanò indifferente, senza degnarlo di uno sguardo. Glauco allora chiese un filtro d’amore alla maga Circe. Che, vedendo il dio marino, se ne invaghì a sua volta. Ma Glauco, tutto preso da Scilla, non ne volle sapere.

La maga, furibonda, inquinò con un veleno le acque dove la ragazza faceva il bagno. Così Scilla si trasformò in un orrendo mostro marino, con dodici piedi e, al posto delle gambe, sei teste di cane, ciascuna con sei bocche con tre larghe file di denti.

Glauco, a quella visione, fuggì lontano. Scilla sfogò il suo odio alla prima occasione: uccidendo sei compagni di Ulisse.

È il mostro “dirimpettaio” di Cariddi, sull’altro latro dello stretto di Messina, verso la Sicilia: entrambi personificazione dei vortici marini che in quel tratto scoglioso costituiscono un grave pericolo per i naviganti.

Fonte: Alfredo Cattabiani, Acquario, Mondadori 2002

SICILIA, Messina: «Cola Pesce e il terremoto»

Cola era un ragazzo di Messina che amava stare sempre in mare. Un giorno, la madre, esasperata per le sue continue assenze da casa, esclamò: «Cola! Che tu possa diventare un pesce!».

Dio la accontentò: il giovane divenne mezzo uomo e mezzo pesce, con le dita palmate e la gola da rana e non tornò più a terra. La gente raccontava che Cola Pesce guidava le navi attraverso le tempeste in porti sicuri, aveva salvato molti naufraghi e nuotava fino ai golfi della Campania e della Puglia.

Il re della Sicilia volle incontrarlo. Il ragazzo nuotò sotto il suo palazzo. Il re gettò in mare una coppa e gli chiese di ripescargliela. Dopo ore, Cola ritornò, raccontando di averla ritrovata in una grotta dove ardeva un grande fuoco: quello che, ogni tanto, sbucava dall’Etna. Il re allora gettò la sua corona nel punto più profondo del mare aperto, e chiese a Cola di recuperarla.

Il ragazzo tornò stremato, tre giorni dopo, raccontando di aver visto che la Sicilia poggia su tre colonne: «Una solida, una scheggiata di lato e una vacillante, che si trova fra Messina e Catania, dove c’è il grande fuoco: quando avrà finito di corrodersi, l’isolasprofonderà su un fianco».

Il re, non ancora soddisfatto, gettò in acqua l’anello della sua principessa. Cola Pesce si rituffò, ma stavolta riemersero solo le lenticchie che aveva portato con sé.

Ancora oggi, quando c’è un terremoto i messinesi dicono che Cola Pesce in fondo al mare sorregge la colonna pericolante, così che la Sicilia non sprofondi nelle acque.

Fonte: la leggenda, che ha varie versioni in molte città marinare del sud Italia, risale al Medioevo e viene raccontata anche da Benedetto Croce, e successivamente da Italo Calvino in «Fiabe italiane».

SARDEGNA, Bosa: «Gli amanti del castello Malaspina»

Nell’antichità il castello era abitato da un vecchio re sposato con una bellissima giovane dagli occhi neri. Il re cercava di soddisfare ogni suo desiderio, ma la regina si era innamorata di un affascinanate cortigiano.

Quando il re si accorse di essere tradito, ordinò di rinchiudere la donna nella torre, mentre il giovane fuggì. La regina piangeva e guardava sempre dalla finestrella verso il mare, sperando che l’amato tornasse a liberarla.

In effetti, un giorno, all’insaputa di tutti il giovane tornò a Bosa. Ma il re lo scoprì, lo fece catturare e imprigionare in fondo alla torre, vicino alla regina, in modo che potessero ascoltare l’uno i lamenti dell’altra, senza mai vedersi.

Dopo qualche tempo, il re stanco di sentire i loro pianti li fece gettare dal punto più alto, nel precipizio sottostante.

Ancora oggi, passando di notte da queste parti, si odono i lamenti dei due sfortunati amanti.

Fonte: Regione autonoma della Sardegna, Assessorato al turismo

per «Focus Storia» (Gruner+Jahr Mondadori), luglio 2006