Placebo: vero rimedio o acqua fresca?

di Mariateresa Truncellito

Guarire grazie a una medicina finta: è questo lo straordinario effetto che può avere una sostanza inerte. Immaginazione? Niente affatto: perché il nostro corpo, stimolato in modo opportuno, è capace di auto-curarsi. Scopri come e... approfittane!

Sei in ufficio, tormentata dal mal di testa. Ti soccorre una collega con una provvidenziale pastiglia. Non appena la prendi, ti senti meglio: il farmaco non agisce istantaneamente, lo sai anche tu. Eppure, il solo fatto di averlo inghiottito, ti ha attenuato il dolore. Se ti è capitata un’esperienza simile, hai provato su di te un “effetto placebo”: il potere curativo della convinzione di assumere qualcosa che “ci fa bene”. In senso stretto, l’effetto placebo è il beneficio che i medici ottengono dando ai pazienti sostanze inerti, illudendoli che si tratti di medicinali. Un meccanismo molto sfruttato nei laboratori di ricerca, dove l’efficacia di nuovi farmaci viene “testata” confrontandoli con... l’acqua fresca.

Gli ultimi studi (vedi approfondimento) dimostrano che non si tratta solo di un “inganno”. L’effetto placebo si sta rivelando un alleato della nostra salute: prendere una “medicina virtuale” per alleviare il dolore spinge il cervello a produrre endorfine, le sostanze naturali che ci aiutano a lenire la sofferenza. Il dolore cala non perché “crediamo” che sia calato, ma perché, come se avessimo ingerito un composto chimico, il nostro corpo ha reagito producendo la sostanza giusta per attenuarlo.

«L’effetto placebo è la più lampante dimostrazione della psicosomatica, dello stretto legame tra mente e corpo», sottolinea Gian Lorenzo Masaraki, psichiatra.

L’acqua che guarisce

I medici sanno da secoli che somministrando una sostanza inattiva la salute può migliorare. «Placebo, dal latino “piacerò”», come recita un dizionario medico del 1811, è «qualsiasi medicina che serva ad accontentare il paziente, più che a giovargli». E ciò avveniva di solito quando il medico non disponeva di alcuna cura per quella malattia… Il fenomeno della guarigione con le “finte medicine” fu descritto in termini moderni nel 1955 da Henry Beecher, anestesista di Boston che, su Jama, il giornale degli internisti americani, raccontava che l’acqua o lo zucchero facevano effetto sul 35 per cento pazienti.

Ci sono anche sostanze che i medici consideravano attive, ma che gli studi hanno dimostrato senza effetto. «L’uso inconsapevole del placebo è frequente», conferma Giorgio Dobrilla, docente di metodologia clinica all’università di Padova e autore di Placebo e dintorni (Il Pensiero Scientifico, € 14.50). «Spesso i farmaci consigliati dallo specialista agiscono senza essere dotati di attività specifica per il problema del paziente. Quanti? Oltre il 50 per cento di quelli in commercio!». Un esempio: «Non c’è un farmaco con un’azione documentata contro la “sindrome del colon irritabile”, che è un insieme di disturbi diversi. Ma si vendono molti prodotti per curarla». Aggiunge Stefania Medaglini, neurologa dell’Istituto San Raffaele di Milano: «Gli studi sull’effetto placebo mostrano che è così onnipresente da rendere inaffidabili le sperimentazioni che non lo prendano in considerazione».

Se ci credi funziona

Nel 1996, all’università del Connecticut, venne fatto un esperimento fingendo di testare un anestetico. Il placebo, tintura di iodio e olio di timo, aveva odore di medicinale. Lo sperimentatore indossava i guanti, mentre lo applicava a un dito dello studente. Poi, il dito con “l’anestetico” e uno senza erano sottoposti a uno stimolo doloroso. In quasi tutti i casi gli studenti dissero che il dolore era minore nel dito “anestetizzato”, anche se la sostanza non aveva proprietà antidolorifiche.

Ciò che ha contato non è stata la terapia in sé, ma le convinzioni dei pazienti sulla “medicina”, la consapevolezza di essere curati. «Tutti i farmaci hanno anche un effetto placebo», sottolinea Dobrilla. «Dato dall’assunzione, dalla marca. Ogni cosa in cui il paziente creda fermamente ha un effetto placebo. Se una persona ritiene che una tisana gli curi l’insonnia o che un chewingum gli plachi l’ansia, avrà 50-70 probabilità su 100 di star meglio. Ma deve “crederci” e non pensare di assumere un bel “niente”».

Ma quanto forte è l’effetto placebo? «Dipende: la reazione del paziente varia a seconda della potenza attribuita alla terapia», risponde la neurologa Medaglini. «Il tiglio ha un blando effetto sedativo. Ma forse, per chi “deve” prenderlo prima di coricarsi per essere certo di dormire, conta di più il rituale. Così, capita che un nuovo sonnifero, con lo stesso principio attivo ma altro nome rispetto all’abituale, “non faccia effetto”. Ciò spiega, in parte, la scarsa diffusione dei farmaci generici: la pastiglia, diversa dalla medicina di marca solo per forma e colore, è meno convincente e sembra funzionare meno perché priva della componente placebo», conclude Medaglini.

«L’organismo impara», aggiunge lo psichiatra Gian Lorenzo Masaraki. «Se una volta una tazza di tè ci ha attenuato la cefalea, la seconda volta funzionerà meglio: il cervello ricorda, si aspetta che il mal di testa passi: quindi accadrà più in fretta».

La diagnosi è già terapia

Placebo non è solo una sostanza. «Lo è anche un consiglio terapeutico, una buona parola», spiega Dobrilla. In uno studio americano degli anni Ottanta, a 60 persone alle quali era stato estratto il dente del giudizio venne detto che avrebbero ricevuto un placebo o un antidolorifico, per più giorni. Ai medici, però, venne fatto credere che l’antidolorifico sarebbe arrivato solo in seguito. Bene: anche se tutti i pazienti avevano avuto solo il placebo, quelli che lo avevano ricevuto da medici convinti di poter dare anche l’antidolorifico dichiaravano meno dolore. L’effetto placebo dipendeva quindi dalla fiducia nel rimedio che, in qualche modo, il medico aveva lasciato trapelare.

Spiega Fabio Vicinelli, medico psicosomatista: «Oltre alla comunicazione razionale, c’è anche quella simbolica, l’unica capace di entrare in contatto con la nostra parte emotiva, che non “ragiona” ma “sente”: il tono di voce, lo sguardo, la scelta delle parole». Non a caso, la maggiore disponibilità degli specialisti all’ascolto del paziente è uno dei punti di forza delle medicine dolci.

Aggiunge il professor Giorgio Graziani, responsabile della nefrologia all’Istituto Humanitas di Rozzano (Mi): «Che si dia un farmaco o una pillola di zucchero, ciò che conta è che il paziente si senta curato: il medico diventa “il” placebo. La malattia colpisce un organo, come nella polmonite, ma può anche solo alterarne la funzione: come l’ansia che causa diarrea. In tali casi l’effetto placebo dà il meglio, riducendo gli stimoli dal sistema nervoso».

Ma ha effetto placebo anche la scenografia: c’è chi sente ben curato in ospedali supertecnologici. E chi invece è rassicurato da un ambiente caldo, come sanno i dentisti olistici che arredano gli studi con poster di spiagge tropicali, sedie colorate e sottofondo musicale. «Chi ha sentito parlar bene di una clinica arriva pieno di speranze», aggiunge Graziani. «L’ottimismo aiuta ad ammalarsi meno e a guarire meglio».

Placebo e reazioni diverse

L’effetto placebo si è dimostrato efficace per molte patologie: «Ansia, depressione, colon irritabile, artrite, angina pectoris, ulcera, cefalea, asma», spiega Dobrilla. «In media, guarisce il 40-50 per cento dei pazienti, a seconda della malattia. Nella psichiatria o nella psicosomatica si arriva all’80-90 per cento». Il placebo, però, non fa effetto a tutti. E, per ora, non si può prevedere chi possa essere curato così.

Ma molti indagano. Come il gruppo di neurofisiologia dell’università di Torino di Fabrizio Benedetti, che ha scoperto che basta un placebo per scatenare la liberazione di sostanze, come la dopamina, che inibiscono il tremore del morbo di Parkinson: in questi pazienti “sensibili” all’effetto placebo, l’elettroencefalogramma mostra la diminuzione dell’attività di alcuni specifici neuroni.

In attesa di saperne di più sui misteri del cervello, ben venga tutto ciò che può aiutarci a stare meglio: ciascuno di noi, più o meno consapevolmente, ha il proprio placebo “autogestito”. Consulta la tabella: potresti trovare qualcosa che non hai ancora provato e che, magari, funziona anche su di te.


Per la scienza non è suggestione

In un esperimento all’università di California a San Francisco, nel1978, ad alcuni giovani ai quali era stato estratto un dente, venne dato un placebo come antidolorifico. Dopo un’ora, ad alcuni fu somministrato di nuovo un placebo, ad altri naloxone, una sostanza che annulla gli effetti delle endorfine e quindi aumenta il dolore. Proprio i pazienti ai quali il placebo aveva fatto più effetto, cioè aveva ridotto meglio la sofferenza, lamentarono un aumento del dolore. Il naloxone, cioè, aveva azzerato l’effetto placebo. Da allora nessuno potè più sostenere che l’effetto placebo è “pura immaginazione”: ha invece un effetto chimico che può essere interrotto da un antidoto chimico.

Il Journal of Neuroscience ha pubblicato uno studio dell’università del Michigan. A 14 volontari è stata iniettata nei muscoli della mascella una soluzione salina (il placebo), registrando le reazioni del loro cervello. Ad alcuni è stato detto che avrebbero ricevuto anche un antidolorifico: non era vero, ma appena i medici comunicavano che era stato somministrato l’analgesico, i loro neuroni iniziavano a produrre endorfine e quindi sentivano meno dolore.

In un altro esperimento nella stessa università, i ricercatori hanno osservato le aree cerebrali che si attivano in seguito a uno stimolo doloroso: con un finto farmaco, l’effetto placebo riduce l’attività cerebrale in alcune zone, come il talamo e la corteccia cingolata anteriore. Questi due esperimenti hanno dunque “fotografato” i circuiti del cervello coinvolti nell’effetto placebo e il messaggero chimico che li attiva.

Donne e farmaci: più attente e informate

Anche in farmacia, le donne vengono da Venere e gli uomini da Marte: “lei” è più informata, più decisa, ma anche più disponibile ad accettare consigli. «Un uomo chiede “qualcosa per il mal di stomaco”. Le donne, invece, sanno già quale medicinale funziona meglio su di loro», conferma il dottor Paolo Santambrogio, farmacista. «Ma sono anche più aperte alla proposta di sostituire il medicinale prescritto dal medico con l’equivalente generico meno costoso. Perché anche su questo tema hanno le idee più chiare».

È “Rosa” la clientela che sceglie le medicine alternative: «L’affermazione dell’omeopatia
e della fitoterapia degli ultimi anni si deve al 95 per alle donne», continua il dottor Santambrogio. «Che spesso scoprono la medicina dolce per la prevenzione, per curare i bambini o durante la gravidanza. Mentre è raro che un uomo chieda se esiste un rimedio omeopatico per il mal
di testa, molte donne prima di acquistare un farmaco preferiscono una terapia naturale, ritenuta priva di effetti collaterali».

In cosa, invece, donne e donne sono uguali in farmacia? «Nella richiesta di chiarimenti su tempi e modi di assunzione dei medicinali. Quando desiderano essere rassicurati su una piccola patologia, cercano risposte sul migliore approccio (fai da te, specialista, pronto soccorso), o informazioni per rivolgere domande più corrette al medico e descrivere meglio i sintomi. L’autoprescrizione guidata dal farmacista è il metodo preferito dagli uomini, forse meno propensi alle file e alle attese negli ambulatori medici».

Forme e colori: l'abito fa la cura

l principio attivo non è tutto. Gli studi rivelano che se il placebo (o il farmaco) è destinato al fegato, funziona meglio se è giallo. Le pillole blu, invece, sono efficaci per l’ansia, quelle rosse per il cuore, quelle marroni per la stitichezza. Spiega Fabio Vicinelli, psicosomatista: «Il rosso fa vibrare dentro di noi “cose rosse”: energia, vitalità, fuoco, passione, sangue. Il blu, invece, ci fa pensare al mare, al cielo, al freddo, alla tranquillità». Daniel Moerman nel libro Placebo, Medicina, biologia, significato (Vita e Pensiero ed., e 16), lega la nostra capacità di interpretare i colori dei farmaci anche al linguaggio: nei paesi anglossassoni, “to have the blues” (avere i blu) significa “essere depresso”, “sentirsi giù”. C’è però un’eccezione: il Viagra, venduto
in pillole azzurro pastello. Ma in inglese “blue movie” indica un “film erotico o porno”. Se il Viagra fosse stato inventato in Italia, forse, sarebbe stato rosso...

Anche la forma conta: le capsule funzionano meglio delle pillole, “si sa” che le iniezioni curano prima, che le medicine più “cattive” sono le più “buone”, che il disinfettante che “brucia” elimina meglio i germi, che le medicine ottenibili con ricetta sono più potenti, che certe minuscole pillole “devono” essere molto forti. Molte nostre opinioni sulla salute e sulle cure, senza bisogno di prove, sono ritenute vere. E quanto più le riteniamo vere, tanto più avranno efficacia su di noi.


A ognuno il suo personal placebo

Non solo nei laboratori o dal medico: tutti, inconsapevolmente, abbiamo un piccolo segreto, un rimedio casalingo o un rito la cui efficiacia è amplificata dalla convinzione che ci faccia stare meglio

Cefalea

Mal di testa muscolo-tensivo, dovuto allo stress e alla stanchezza, con una componente psicologica.

Una lunga passeggiata all’aria aperta: ha effetto distensivo e migliora l’ossigenazione.

Ansia

Superlavoro, timori, insicurezze, angosce. Può essere associata a tachicardia e insonnia.
Una tisana di tiglio o di camomilla. Ma anche un tè o un caffè: l’importante è prendersi una pausa.

Insonnia

Da ansia, depressione o stress. Il non riuscire a chiudere occhio li peggiora creando un circolo vizioso.
Decondizionare la mente: alzarsi dal letto e lavorare a maglia, contare la pasta, leggere... e il sonno arriva.

Apatia

Insoddisfazione, noia, poca energia. Scarso entusiasmo e tentazione di “rimandare a domani”.
Shopping-terapia: comprare qualcosa per sé (anche solo un rossetto) “tira su”.

Fame nervosa

Associata allo stress, si manifesta a tavola o col bisogno continuo di sgranocchiare snack.
Concedersi un dessert: il dolce, che ricorda il latte della mamma, gratifica e calma.

Dolori muscolo-scheletrici

In buona parte sono dovuti a tensioni e contratture, spesso causati da posizioni sbagliate.
Secondo uno studio uscito sul British Medical Journal indossare braccialetti di rame riduce i dolori.

da «Starbene» (Mondadori), Novembre 2006