Inchiesta: in cerca di famiglia

Una legge, la 149/2001, ha decretato la fine degli orfanotrofi, così come li abbiamo conosciuti fino a oggi. E adesso che ne sarà dei loro piccoli ospiti?

di Mariateresa Truncellito

Bambini sospesi. Per legge. Sulla carta, dal 1 gennaio ogni minore italiano “deve” avere una mamma e un papà: l’articolo 1 della legge 149/2001 proclama che “Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia”. Perciò Stato, regioni ed enti locali devono sostenere le famiglie per «prevenire l’abbandono». La stessa legge ha decretato la chiusura degli istituti di accoglienza, rimpiazzati da famiglie affidatarie o da piccole case-famiglia, cioè «comunità con organizzazione e rapporti analoghi a quelli di una famiglia». Ma di fatto, anche se ci sono stati cinque anni per attuare quello che, di sicuro, è il diritto di ogni bambino, la legge 149 è stata fino a ora disattesa o aggirata.

Sono molti gli interrogativi aperti dalla normativa: regioni e comuni devono sostenere i nuclei famigliari a rischio «nei limiti delle risorse disponibili». Che succede, allora, se non ci sono i soldi per aiutare una mamma single che non è in grado di allevare suo figlio perché non ha un lavoro e una casa?

Ancora: l’affido familiare in Italia stenta a decollare. Non è semplice trovare famiglie adatte e disponibili (anche per la crisi della famiglia tradizionale, il numero crescente di donne impegnate a tempo pieno nella professione, il costo degli alloggi...). E ci saranno sempre bambini “difficili” o che non sono pronti, per traumi subiti, per una nuova famiglia. In questi cinque anni, a fronte di circa 30 mila minori che vivono tra istituti, comunità e case-famiglia, solo 12.500 sono stati accolti presso famiglie affidatarie (la metà presso parenti) e per lo più si tratta di bambini sotto 10 anni. Come si troveranno tutti i genitori affidatari che sarebbero necessari?

Infine: l’articolo 2 della 149, che prevede le comunità di tipo familiare, in mancanza di esse «consente l’inserimento del minore in un istituto di assistenza pubblico o privato». È vero che subito dopo se ne proclama il superamento. Ma la formulazione è ambigua: allora gli istituti chiudono davvero o no? E se sì, dove vanno i bambini e gli adolescenti che ancora non hanno trovato una famiglia? Per cercare di rispondere a queste domande, Vera ne ha parlato con alcuni protagonisti dell’accoglienza.

«La 149 è un bluff»: Marco Griffini, presidente dell’Aibi

«Nessun bambino finirà in mezzo alla strada», esordisce Marco Griffini, presidente di Amici dei bambini (Aibi), un movimento di famiglie adottive e affidatarie che dal 1986 opera in Italia e in 25 paesi del mondo per l’accoglienza dei bambini che vivono negli istituti. «La legge è un bluff: mentre afferma che nessun bambino deve più stare fuori dalla famiglia, di fatto, anziché potenziare l’istituto dell’affido, ha spronato l’edilizia. Le grosse strutture si sono divise (o lo stanno facendo) in piccoli gruppi, convertendo camerate e refettori in appartamenti, potenziando il personale. Ma le comunità di accoglienza non sono che la fotocopia ridotta dei vecchi istituti. L’abbandono è stato identificato come la quarta emergenza umanitaria del XXI secolo, ma la sua gravità non è compresa perché nascosta dal mito dell’assistenza: un bimbo in istituto non viene considerato abbandonato perché ha tetto, cibo, scuola. Ma resta affidato a operatori professionali, privo di relazioni affettive e spesso diventa un adulto problematico. Oltre che alla scarsa volontà delle istituzioni di dare reali contenuti alle affermazioni di principio, resiste anche il mito della famiglia d’origine: ma perché un bambino deve pagare per la tossicodipendenza della madre o per la galera del padre e, magari, essere dichiarato adottabile a 15 anni, quando ormai non lo vuole più nessuno?».

«Più aperti all’accoglienza»: Ornella e Silvano Bernazzani, responsabili di una Casa-famiglia

L’Aibi ha dato vita a numerose iniziative per promuovere l’accoglienza, spesso con la collaborazione di grandi aziende. Per esempio, da quattro anni con Chicco porta avanti il progetto «Chiudono gli istituti, apriamo le famiglie», che ha già permesso in varie città la creazione di Centri servizi alla famiglia, per aiutare i genitori affidatari nel loro impegno, e vere Case-famiglia. Ornella e Silvano Bernazzani ne gestiscono una a Vizzolo Predabissi, nell’hinterland milanese.

«Abbiamo cinque ospiti, dai 4 mesi ai 14 anni, oltre al nostro ultimo figlio, adottivo, che ha la sindrome di Down», spiega Ornella, che è anche madre naturale di tre figli adulti e in passato è stata genitore affidatario. «La Casa-famiglia è un luogo aperto ed è ben accetto il contributo di tutti: c’è gente del paese che viene ad accudire i bambini o a stirare, per esempio. E la presenza continua di un’educatrice professionale. Siamo poi al centro di una rete di famiglie affidatarie o aspiranti tali: tra i nostri obiettivi, infatti, c’è anche quello di promuovere il passaggio dei piccoli ospiti dalla Casa-famiglia a una famiglia vera e propria. Per il resto, viviamo in modo sobrio, come una normale famiglia monoreddito: mio marito è operaio e il contributo dei comuni d’origine dei ragazzi è di circa 400 euro al mese. I bambini devono imparare a condividere tutto, compreso l’affetto di mamma e papà e non è sempre facile. Ma c’è grande solidarietà: tutti si danno da fare perché un nuovo ospite si trovi bene e possa vivere in modo sereno il distacco dalla sua famiglia naturale. Più faticosa l’accoglienza di un bambino che arriva da un istituto: uno dei nostri ospiti, che non ha mai avuto relazioni genitoriali, ci mette di continuo alla prova, ci sfida con comportamenti aggressivi, vuole capire fino a che punto gli vogliamo bene. Non rispetta, per esempio, le regole più semplici, come alzarsi in orario per andare a scuola, lavarsi i denti, stare seduto a tavola. Quando è mancato l’affetto, la routine viene vissuta come un insieme di rigide imposizioni. Come in istituto, appunto».

«Abbandonati sì, ma dalle istituzioni»: Donata Nova, presidente dell’Anfaa

«La parola abbandono non mi piace», dice Donata Nova, presidente dell’Anfaa, Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie. «Molti bambini arrivano in istituto perché hanno una famiglia in difficoltà che non viene aiutata, non perché non siano preziosi per chi li ha messi al mondo. Caso mai, sono le isituzioni che non provvedono come dovrebbero, con sostegni economici, lavoro, una casa. O con le famiglie affidatarie. L’affidamento non decolla soprattutto per latitanza di regioni ed enti locali. E anche noi temiamo che tutto si risolva nella riorganizzazione interna degli istituti: la legge si limita a stabilire comunità di tipo familiare e gruppi appartamento, con non più di sei ospiti, e strutture comunitarie con un massimo di dieci posti più due per le emergenze. Senza vietare l’accorpamento di queste stutture, dove, di fatto, continuano a convivere anche un centinaio di minori, con educatori professionali che lavorano facendo turni. Nulla a che vedere con le relazioni affettive e i ritmi di vita di una famiglia. C’è il rischio che nulla venga fatto, invece, per l’attivazione concreta del sostegno alle famiglie d’origine, l’affidamento, l’adozione e le comunità di tipo familiare: interventi che la legge non definisce obbligatori, ma condizionati alla disponibilità di risorse di Stato, regioni e comuni. Né i cittadini, né le associazioni, quindi, possono agire per far rispettare la norma. L’Anfaa ha esposto al Parlamento, al Governo e ad altri organismi istituzionali un piano straordinario per il diritto di ogni minore alla famiglia, affinché regioni ed enti locali prevedano adeguati sostegni economici, vengano definite le caratteristiche delle strutture residenziali e attivata la banca dati dei minori adottabili e degli aspiranti genitori adottivi (che doveva essere pronta per il dicembre 2001). Finora, però, nessuno ci ha risposto».

«Due famiglie sono meglio di una»: Mariolina Chiaravalle, mamma affidataria

«Io e mio marito siamo stati scout, da ragazzi. Il desiderio di aprire la nostra famiglia all’accoglienza è nato lì. Lui è agricoltore, io ho lasciato l’insegnamento per fare la mamma a tempo pieno. Siamo alla terza esperienza di affido. La prima, durata 5 mesi, a 26 anni: la più difficile, perché eravamo giovani e senza figli (poi ne abbiamo avuti due) e il padre del bimbo, egiziano, temeva che glielo avremmo portato via. Il secondo, un bambino di 7 anni, è stato con noi 4 anni: fu più facile, anche se i primi tempi faceva confronti, per esempio mi diceva spesso che la sua mamma cucinava meglio di me... Oggi è sposato e padre di due figli, ma continua a considerarci suoi parenti. Tanto che quando mia figlia gli ha detto che aspettava a sua volta un bambino, si è messo a piangere per la commozione, proprio come uno zio. L’ultima figlia affidataria è arrivata quando aveva solo un anno e mezzo: oggi ne ha 15 ed è aocnra con noi. L’affido funziona se ci si può confrontare con altre famiglie e, soprattutto, se i servizi sociali fanno bene la mediazione tra genitori naturali e affidatari. Certo, noi siamo stati fortunati, perché nessuno dei piccoli aveva alle spalle violenze. Ma è importante non sentirsi migliori, sforzarsi di capire e far capire alla famiglia d’origine che si vuole solo affiancarla nell’educazione e nella crescita del figlio, non sostituirla. Sotto questo aspetto, l’istituto è più rassicurante. E se il bambino ha subito maltrattamenti e abusi, è indispensabile il passaggio in una piccola comunità, che gli permetta di elaborare il trauma senza eccessiva vicinanza con adulti sconosciuti, come sarebbe in una nuova famiglia. Ma deve essere breve: in una famiglia c’è rabbia e gioia, c’è chi è felice con te sei hai preso un bel voto a scuola o soffre con te se è andata male, chi ti rimprovera se sei stato maleducato o ti elogia per un bel disegno, chi si preoccupa per come sei vestito. Perché diventi un figlio a tutti gli effetti».

«Voglio restituire l’amore che ho ricevuto»: Giulia, 30 anni, impiegata in un’assicurazione, ex bambina affidata

«Il tribunale mi ha tolto a mia madre quando avevo 12 anni perché mi somministrava farmaci per farmi stare male. Mio padre non l’ho mai conosciuto: mia madre aveva storie occasionali, dalle quali sono nate le mie quattro sorelle, che però non hanno subito abusi e perciò sono rimaste con lei più o meno finché lo hanno voluto. Io, invece, ho vissuto nella famiglia affidataria fino a quando non mi sono sposata, a 20 anni: oltre a me, c’erano quattro figli naturali e un altro in affido. Non ho avuto particolari difficoltà di inserimento, se non un po’ di rivalità con l’unica figlia biologica. Soffrivo, però, ogni volta che cercavo un contatto con i miei nonni: avrei voluto stare con loro, anziché dover vivere con estranei. Ma inventavano sempre scuse, e mi sono resa conto che a loro non importava nulla di me. La famiglia affidataria ha dovuto spesso fronteggiare il mio dolore: ricordo che, quando tornavo, la mamma si sedeva con me sulle scale e piangeva insieme a me, cercando di consolarmi. A volte bastava un abbraccio o che quella sera cucinasse il mio piatto preferito. La famiglia affidataria mi ha dato molto affetto e, soprattutto, mi ha insegnato a diventare una donna autonoma: mi sono spesso chiesta come sarebbe stata la mia vita se loro non mi avessero accolto. Sicuramente sarei andata in istituto, dato che nessuno dei miei parenti mi voleva. Forse sarei finita male. I miei genitori affidatari mi hanno fatto nascere il desiderio di una famiglia mia che assomigliasse alla loro e la voglia di diventare a mia volta madre affidatria. Perché vorrei restituire un po’ dell’amore e della fortuna che ho avuto».

«Finché ci sarà un ragazzo per strada, io sarò qui ad accoglierlo»: Porfirio Grazioli, presidente della Città dei ragazzi di Roma

«Ebbene sì, io gestisco uno degli istituti condannati a morte», esordisce con ironia Porfirio Grazioli, presidente della Città dei ragazzi di Roma, la comunità per l’infanzia fondata nel dopoguerra da monsignor Patrizio Carroll-Abbing. «La legge 149 considera affidamento e adozioni gli strumenti risolutivo dell’abbandono: si afferma che i minori non possono trovare una soluzione ai loro problemi in una situazione di massificazione come è l’istituto. E quindi ci vorrebbe una famiglia. Chi ha il coraggio di dire che questo non sia un principio sacrosanto? Ma cosa succede a chi non ce l’ha, una famiglia?».

Anche Grazioli fa notare che la legge stabilisce che lo stato d’indigenza non deve essere un motivo sufficiente per togliere il minore ai genitori che, invece, vanno aiutati dagli enti pubblici. «Ma solo se ci sono i soldi: da questo punto di vista, la legge è addirittura incostituzionale, perché non indica la copertura finanziaria del provvedimento che stabilisce. Noi ospitiamo ragazzi, attualmente 87, che, per stato di bisogno, genitori in carcere, guerre non hanno una famiglia e che, lasciati sulla strada, sono a grave rischio di devianza. La 149 riguarda i minori italiani: ma la Città dei ragazzi è fatta all’88 per cento da extracomunitari. Di loro, che ne facciamo? Lo Stato, che dovrebbe occuparsene, non lo fa. Mentre gli istituti di tipo volontaristico che lo fanno da sempre vengono oggi condannati», continua Grazioli con amarezza. «E poi respingo la definizione di “vecchio istituto”: noi da sempre siamo una comunità articolata in gruppi, con diritti e doveri basati sul metodo dell’autogoverno e la responsabilizzazione del singolo. Per assecondare la 149, li abbiamo divisi in nuclei di otto: gruppi-appartamenti per i ragazzi dai 10 ai 18 anni, casa-famiglia da 9 a 0 anni, modificando i vecchi edifici con enormi costi. Noi siamo sostenuti da una forma di beneficienza italo-americana. Ma come faranno altri istituti se non hanno i soldi, visto che la legge non prevede in concreto finanziamenti per le ristrutturazioni? E se chiuderanno perché fuori legge, dove andranno i ragazzi difficili, gli emarginati, quelli che non vuole nessuno? Beh, se gli altri chiudono, vuol dire che noi spalancheremo i cancelli per accoglierli. Del resto, nessuno ci ha ordinato concretamente di chiudere, nemmeno la legge che comunque, là dove non sia possibile altrimenti “consente il ricovero in istituto”. Per il resto, chi vuole i nostri ragazzi venga pure a prenderli: magari ciascuno di loro potesse trovare una famiglia!»

La cultura dell’accoglienza

Quanto ne sanno gli italiani sugli istituti? Praticamente nulla: in base a una ricerca Eurisko, promossa da Aibi e Chicco, l’86 per cento non sa quanti bambini non vivono nella famiglia d’origine e il 72 per cento non ha la più pallida idea su quali siano le strutture che li accolgono. Solo il 4 per cento degli intervistati collega all’espressione «bambini abbandonati» la parola «istituto», considerato una struttura di accoglienza e assistenza e quindi l’esatto contrario dell’abbandono.

Tuttavia, alla domanda «Di cosa ha più bisogno un bambino abbandonato per la sua crescita?”, la maggior parte risponde «Affetto/amore» e «Essere inserito in una famiglia». Il cibo, il sostegno economico, l’istruzione vengono molto dopo. IL 37 per cento degli italiani dichiara di aver fatto qualcosa a favore dell’infanzia abbandonata, soprattutto con donazioni e sostegno a distanza. E il 34 per cento si dice disponibile a fare qualcosa in futuro. In concreto, per offrire la propria disponibilità all’accoglienza di un minore in difficoltà ci si rivolge all’Ufficio famiglia del proprio comune di residenza. Un altro modo consiste nel contattare un’associazione che faccia da mediatrice con i servizi sociali, come l’Associazione Amici dei Bambini, tel. 800224455, www.aibi.it, e l’Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie Anfaa tel. 011.8124469, www.anfaa.it.

da «Vera Magazine» (ed. Quadratum), febbraio 2007