Depressione postpartum: ho il mio bambino eppure mi sento giù

Dovrebbe essere un momento felice. Spesso, invece, la maternità ci fa precipitare in un baratro. Paura, angoscia, distacco. È la depressione postpartum. Troppo spesso sottovalutata

di Mariateresa Truncellito

La depressione postpartum è un ladro che ruba la maternità: si porta via la gioia e il meraviglioso legame che si crea tra una mamma e il suo bambino. E li sostituisce con un pozzo nero di angoscia: la paura di far male al piccolo, il terrore di non essere all’altezza di un compito così importante, la stanchezza per ogni gesto che lo riguardi. Timori che, un po’, provano tutte le neomamme. Ma che a volte si trasformano in pensieri che non danno tregua. Fino a generare sentimenti di odio verso quella creatura tanto desiderata.

Succede a tante donne di essere derubate: le ricerche dicono tra il 10 e il 15 per cento. «Eppure, meno della metà delle neomamme con sintomi depressivi chiede l’intervento del medico», spiega Eleonora Gimosti, psichiatra dell’ospedale Macedonio Melloni di Milano. «Per vergogna, ma anche perché i sintomi vengono sottovalutati persino dai medici». La diagnosi è difficile: «La donna viene dimessa dall’ospedale al terzo giorno. Ne passano 40 prima della visita di controllo. Cosa succede nel mezzo, un periodo molto delicato per il suo equilibrio psichico, è terra di nessuno».

Purtroppo la depressione postpartum suscita vero interesse solo quando esplode nella tragedia di una madre che uccide il suo bambino. Per il resto, se ne parla ancora troppo poco. Ma oltre a togliere la gioia della maternità, una sindrome trascurata ha conseguenze sulla salute futura della donna e sul benessere del bambino. «La depressione postpartum è tra i “grandi dimenticati” della medicina», conferma Alessandra Graziottin, direttore del Centro di ginecologia e sessuologia medica dell’ospedale San Raffaele Resnati di Milano. «La donna è lasciata sola nel momento in cui, a causa del brusco crollo degli ormoni della gravidanza, prova la massima vulnerabilità psichica. Eppure i disturbi dell’umore nel puerperio sono molto più frequenti della gestosi, del diabete gestazionale e del parto prematuro».

Il mito dell’istinto materno

Molti fattori sociali e psicologici possono aumentare il rischio di depressione postpartum: una gravidanza indesiderata o precoce, l’essere una madre single, la perdita dell’impiego e le difficoltà socio-economiche. Tuttavia, una recente ricerca sul campo sembra andare in controtendenza. Claudio Mencacci direttore del dipartimento di Psichiatria dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano e Roberta Anniverno, responsabile del Centro Depressione Donna dell’ospedale Macedonio Melloni (tel 02.63633313), hanno esaminato 219 neomamme che si sono rivolte al Centro: l’età media è 35,5 anni, il 70 per cento sono primipare, il 94 per cento ha un partner, l’84 per cento ha un diploma di scuola superiore o una laurea e l’83 per cento svolge un lavoro ben retribuito. Né giovanissime, né sole, né povere e nemmeno ignoranti, dunque: la ricerca conferma la base biologica e ormonale dello “sconquasso” che porta il passaggio da donna a mamma.

Ma resta un dubbio: le donne sono più colte e informate, eppure talvolta sembrano più impreparate a diventare madri rispetto alle loro nonne. Dov’è finito il mitico istinto materno? «Nel mito, appunto», risponde Roberta Anniverno. «Le donne si aspettano, appena sanno di essere incinte, di provare un potente attaccamento al bambino. Ma non è così, non per tutte: ciò che scatta non è un pulsante, ma un sentimento materno che si forma gradualmente. E che, a seconda del proprio vissuto, è diverso da quello di un’amica o della propria madre». La stessa gravidanza, da sempre considerata un’epoca felice per la psiche, si è rivelata invece un periodo ad alto rischio per la sfera affettiva: è possibile soffrire di depressione e stati d’ansia, che, se sottovalutati, possono sfociare dopo il parto scarsa cura verso il nascituro e comportamenti autolesivi.

Sentirsi inadeguate

Ma anche se la gravidanza è ok, la maternità può rivelarsi un’esperienza deludente, rispetto alla “mistica” di un evento meraviglioso e pieno di gioia: la “delizia” di pannolini e poppate si rivela solo una fatica immane e il bambino un carico troppo pesante per le nostre capacità: «Succede spesso con le più giovani», sottolinea Alessandra Graziottin: «In un caso su tre si sentono in colpa e inadeguate. Soprattutto per il confronto tra il bambino dei sogni e la pesante realtà dell’accudimento». Conferma Roberta Anniverno: «L’allattamento al seno è un aspetto molto delicato. È stato giustamente rivalutato, però le mamme spesso si imbattono in diktat medici rigidi che peggiorano la fatica. È stata imposta l’idea che solo allattando si può essere una buona madre: capita così che una donna che soffre di depressione postpartum rifiuti i farmaci. Ma un allattamento faticoso e sofferto danneggia l’attaccamento madre-figlio molto di più di un biberon dato con serenità e amore».

Il ruolo della famiglia

La ricerca dell’Ospedale Macedonio Melloni conferma come l’età del primo figlio si sia spostata molto avanti. «La depressione colpisce spesso donne in carriera, abituate a controllare tutto», commenta Roberta Anniverno. «Il figlio scombussola l’equilibrio, disorientandole. Però, al contrario di quanto ci si aspetterebbe, quando tornano al lavoro, recuperando una parte molto impegnativa ma importante della loro vita, stanno meglio». E ne beneficia il rapporto di coppia: «Anche se il partner è un padre presente e consapevole, finché la donna è a casa tende a delegarle la gestione del bambino. Il rientro al lavoro obbliga a spartire meglio oneri e onori». Oggi alle neomamme manca molto anche la comunità femminile di supporto: nonne, mamme, vicine di casa, zie, sorelle che una volta si prendevano cura amorevole della puerpera e le trasmettevano la loro esperienza di madri. Le primipare sono spesso sole con i loro dubbi: avrà mangiato abbastanza? starà bene? perché piange? E senza un aiuto che permetta loro di riposare almeno qualche ora, non occuparsi della casa o trovare un po’ di tempo per un bagno caldo o il parrucchiere.

I rischi per il bambino

Una depressione postpartum non curata aumenta il rischio di nuovi episodi depressivi, fino all’80 per cento entro cinque anni. Ma puo’ avere effetti negativi anche sul bambino: una ricerca pubblicata su «Pediatrics» mostra che le madri depresse riducono del 20 per cento i controlli pediatrici periodici e le vaccinazioni. D’altra parte, richiedono il 44 per cento di volte in più delle madri non depresse il pronto soccorso pediatrico. «Una neomamma depressa ha una ridotta comunicazione col neonato e questo può causare ritardi psicoemotivi», aggiunge Alessandra Graziottin. «Quando la mamma sorride e parla col bimbo mentre lo prende in braccio, attiva nel cervello del piccolo le prime capacità di rapportarsi agli altri». Se un bambino è trascurato, se gli si dedicano solo le attenzioni alimentari e di pulizia, i suoi neuroni ricevono ben poco su cui attivarsi. Continua Graziottin: «Peggio ancora se gli occhi dei piccoli raccolgono indifferenza o rabbia. Il loro cervello memorizza tutto e quel modello di comportamento ispirerà i loro pensieri, la loro immaginazione e più tardi le loro azioni».

Le cure

Come si affronta una depressione postpartum? «Con un progetto terapeutico ad hoc», risponde Eleonora Gimosti. «Una visita dallo psichiatra mette a fuoco il grado della malattia e stabilisce il percorso: una psicoterapia di supporto o cognitivo-comportamentale, limitata nel tempo, perché i sintomi si riducono in modo significativo già in quattro-otto settimane. In genere, si cerca di coinvolgere anche il partner e i familiari che possono fornire un supporto alla neo-mamma. Spetta sempre allo specialista valutare la necessità di utilizzare anche farmaci». Aggiunge Alessandra Graziottin: «Alcuni studi indicano che la terapia estrogenica, da sola o associata ad antidepressivi, può contribuire a ridurre la componente biologica della depressione puerperale».

Arianna, 40 anni, manager

«Abbiamo cercato un figlio per 7 anni, avevamo provato anche con la fecondazione assistita. Quando non ci speravamo più, sono rimasta incinta. Una gioia... Ma dopo due mesi dal parto, alla stanchezza si è aggiunto un pessimismo che mi impediva di godere del mio bambino. Ero sempre preoccupata per la sua salute, lo controllavo in continuazione mentre dormiva, e quando piangeva mi sentivo in colpa e temevo di non riuscire a consolarlo. Mi sono lasciata andare: io che amavo crogiolarmi nella vasca da bagno, tra oli e essenze profumate, non avevo più voglia nemmeno lavarmi. Ai primi colloqui con la psichiatra faticavo a esprimere le mie paure: avevo vergogna di non potermi definire felice e temevo di non essere capita. È stato rassicurante scoprire che la depressione postpartum può portarti a pensare di non essere all’altezza del ruolo di mamma, di sentirti stanca di questa responsabilità prima ancora che sia iniziata. Ho cominciato con un antidepressivo e una terapia comportamentale per correggere modalità di vita che la depressione mi aveva distorto. Dopo alcuni mesi, un giorno che ero a casa da sola col mio bambino, sono riuscita a giocare con lui godendomi le sue risate, finalmente senza paura. Mi è tornata la voglia di cucinare e ho preso un appuntamento con l’estetista...»

Gaia, 30 anni, casalinga

«Ero incinta di tre mesi, e finii all’ospedale: avevo nausee violente ed ero dimagrita troppo. Non riuscivo più a dormire, ero agitata. Soffrivo da anni di attacchi di panico e mi curavo con farmaci. Appena iniziata la gravidanza, però, li avevo sospesi. Mentre ero ricoverata, sono stata visitata anche da una psichiatra. Ero diffidente, all’inizio. Ma via via mi sono aperta: fino ad ammettere che vivevo quello che stava crescendo dentro di me come un estraneo. Un pensiero vergognoso: avevo desiderato fin da ragazzina diventare mamma. E ora che il mio sogno si stava realizzando, sentivo solo brutti pensieri, chiodi fissi. Avrei desiderato essere un’altra persona e sparire. Temevo di perdere la mia vita, che nulla sarebbe stato più come prima. La dottoressa mi chiese di scrivere un diario: quante volte ho annotato che mi svegliavo durante la notte, in preda all’angoscia, all’oppressione, alla sensazione di non saper gestire la situazione! Dopo i colloqui con la dottoressa e con la psicologa mi sentivo meglio. Ma la psichiatra mi ha anche prescritto dei farmaci, spiegandomi che era importante e necessario che li prendessi. A poco a poco ho cominiciato a concentrarmi di più, a dedicare più attenzione a chi veniva a trovarmi. Ho capito che indietro non si torna. E ho cominciato a pensare al mio bambino. A fantasticare sulle cose che potevo comprargli... Un giorno ho chiesto a mio marito di accompagnarmi per negozi, una cosa impensabile fino a qualche mese prima: abbiamo scelto la carrozzina. Matteo è nato sano, a termine. È vivace, allegro, socievole. E ha appena festeggiato il suo primo compleanno».

Alessia, 32 anni, impiegata nell’azienda di famiglia

«Marco è nato a settembre. Ero spossata, ma davo la colpa al parto, pensavo fosse normale. I giorni passavano, e le forze non tornavano. Ma quello che più mi preoccupava era il poco interesse che provavo per Marco. Facevo fatica a prendermi cura di lui: lavarlo, cambiarlo, tutto mi costava. Ero contenta quando se ne occupava mia madre, anche se mi sentivo in colpa. Perché non riuscivo a gioire per il mio bambino? Tutto è peggiorato da quando ho perso il sonno. Credevo fosse perchè Marco faceva tre poppate di notte. Però, mentre prima riuscivo a riaddormentarmi, ho cominciato a restare sveglia, agitata: temevo potesse succedere qualcosa al bimbo o a mio marito. Al mattino ero stanca, preoccupata, piangevo facilmente e non riuscivo a provare affetto per Marco. Quando sono tornata dal ginecologo per il controllo, mio marito ha raccontato la situazione. Io non avrei detto nulla. Mi sentivo una madre cattiva. I sintomi peggioravano: cominciavo a fare brutti pensieri su di me. Pensieri di morte. Il ginecologo mi ha indirizzato al Centro Depressione Donna. Lo psichiatra, oltre ai colloqui, mi ha prescritto subito un antidepressivo. Non lo volevo: dovevo smettere di allattare, e pensavo che mio figlio non sarebbe cresciuto bene. Il medico mi ha spiegato che Marco poteva stare bene anche se non prendeva il mio latte, mentre la mia situazione si stava aggravando e stava mettendo a repentaglio la mia relazione con il bambino. Adesso sono contenta di questa scelta: sto meglio, non ho più quelle preoccupazioni su di me, ho voglia di vivere e riesco a prendermi cura del bambino. È stato importante avere delle persone che mi hanno ascoltato e spiegato la mia malattia, togliendomi i sensi di colpa e la vergogna di sentirmi una madre indegna».

Baby blues o depressione?

Maternity blues («baby blues» o «lacrime del parto»): colpisce il 50-85 per cento delle donne, tra il terzo e il quinto giorno dopo il parto. Sintomi: calo dell’umore, senso di inadeguatezza, facilità al pianto, insonnia, ansia. Si risolve spontaneamente entro una-due settimane.

Depressione postpartum: colpisce il 10-15 per cento delle donne, tre-quattro settimane dopo il parto, manifestandosi in modo netto verso il quarto-quinto mese. I sintomi: per almeno due settimane, umore depresso e mancanza di interesse per le attività abituali, e almeno altri cinque altri sintomi come alterazione del sonno e dell’appetito, iperattività o letargia, senso di colpa, bassa autostima, scarsa capacità di concentrazione, paure ossessive nei confronti del figlio, pensieri di morte. Se non viene curata, dura 6 mesi o più.

Psicosi postpartum: colpisce lo 0,1 per cento delle donne, 2-3 settimane dopo il parto: insonnia, irritabilità, agitazione degenerano in stati confusionali, allucinazioni auditive, idee deliranti sul bambino (è malformato, è malato, è una divinità, è il diavolo...), sbalzi d’umore, fino al rischio grave di omicidio o suicidio.

Dove trovare aiuto

Vari ospedali, associazioni e centri per la maternità svolgono attività di sostegno alla madre dopo il parto. Per trovarli, è consigliabile chiedere innanzitutto al medico di base o al proprio ginecologo. Oppure contattare la Fondazione Idea - Istituto per la ricerca e la prevenzione della Depressione e dell'Ansia, per essere indirizzati al centro pubblico specializzato più vicino (Milano, 02654126, Roma 06485583, www.fondazioneidea.it).

Ecco qualche riferimento utile:

  • Genova: Ospedale San Martino, tel. 010.5552744
  • Milano: Centro Studi Prevenzione e Cura dei Disturbi depressivi nella Donna, Ospedale Macedonio Melloni Milano, tel. 02.63633313
  • Milano: Centro d’ascolto Mamma sicura. Telefono donna dell’Azienda Ospedaliera Niguarda Cà Granda. tel. 02.6444006 (lun-ven dalle 9 alle 13), info@mammasicura.it
  • Cremona: Azienda Istituti Ospitalieri, tel. 0372.405660
  • Pisa: clinica psichiatrica dell’Università di Pisa, tel. 050.992626
  • Napoli: Centro di psicologia clinica e psicoterapia per la donna, tel. 081.2548410

da «Vera Magazine», (ed. Quadratum), aprile 2007