Passaggio in India

di Mariateresa Truncellito

L'ossessione del suo Paese per il lusso, la faticosa emancipazione femminile, l'ipocrisia di Bollywood: la regina del romanzo popolare Shobhaa Dé si racconta a Verve, accompagnandoci alla scoperta del Subcontinente sospeso tra modernità e tradizione

C’è chi l’ha paragonata a Jackie Collins o a Erica Jong. Per il New York Times, «Ha scandalizzato l’India e messo sottosopra la sua scena letteraria come nessun altro scrittore contemporaneo». L’interessata si schermisce con un enigmatico sorriso: «Sono una moglie e una mamma tradizionale, con una vita noiosa e normale».

La verità, banalmente, sta nel mezzo: Shobhaa Dé, affascinante e bellissima, in effetti è da un quarto di secolo la felice consorte di un imprenditore indiano e la madre orgogliosa di ben sei figli (due maschi e quattro femmine, dai 33 ai 18 anni). Ma è anche un’icona culturale dell’India di oggi, un’opinionista famosa e molto seguita, guardata dalle più giovani come un modello. E l’autrice di una quindicina di best-seller – romanzi polemici e aggressivi, testi autobiografici molto sinceri e saggi provocatori - che hanno cambiato la tradizionale letteratura popolare indiana, al punto da meritarsi tesi di laurea nelle università londinesi. I suoi libri hanno sempre un titolo che comincia con la lettera «s»: Sultry Days, Strange Obession, Speedpost, Surviving Men... Esse come Shobhaa, ma anche come sesso: una «materia» che tira, soprattutto in un paese molto conservatore e pudico, dove le donne sono spesso vittime di violenze familiari, ma solo in rari casi chiedono il divorzio. Le eroine dei romanzi di Shobhaa Dé, invece, fuggono dal matrimonio semplicemente perché... si annoiano (lo ha fatto anche lei, con il primo marito).

Nata nel Maharashtra, cresciuta tra Dehli e Bombay (dove vive), la scrittrice ha debuttato nel giornalismo nel 1970, dopo la laurea in psicologia e una carriera come indossatrice. Da allora, ha fondato tre riviste e le sue rubriche fisse su vari quotidiani e periodici sono lette da milioni di persone. Grazie a un’idea semplice e geniale: i suoi testi sono scritti in un popolare hinglish, un misto di hindi e inglese, subito diventato di moda.

Con la stessa semplicità disarmante, Shobhaa Dé si racconta a Verve: è venuta in Italia, paese che ama moltissimo («Soprattutto il cibo e gli italiani, wonderful») in occasione dell’uscita di Notti di Bollywood (Starry Nights, nell’originale) appena pubblicato da Tea dopo il grande successo di Sorelle. Si accalora solo quando viene stuzzicata sui temi che le stanno più a cuore: l’indipendenza delle donne, il loro rapporto con gli uomini, i figli, i valori che contano, gli affetti. La famiglia, appunto.

I film indiani sono per lo più fiabe colorate e allegre, molto sentimentali e con un lieto fine. Lei racconta un dietro le quinte molto corrotto: una Bollywood popolata di personaggi loschi, starlette disposte a tutto, festini, droga, prostituzione... Ma quanto c’è di vero?
«I film di Bollywood non hanno lo scopo di riflettere la realtà, anzi. Gran parte del pubblico vive nelle zone rurali più povere dell’India, molti spettatori sono analfabeti: il cinema è un luogo fantastico dove rifugiarsi, per evadere da una vita difficile. Ma il mondo dello spettacolo è pieno di gente senza scrupoli e di megalomani con un ego smisurato. Un mondo dove la competizione è al massimo e non c’è alcuna trasparenza da un punto di vista finanziario e amministrativo. E per le ragazze il rischio di essere sfruttate sessualmente è davvero molto forte».

A Bollywood non saranno stati molto contenti del suo romanzo.
«Fortunatamente per me l’industria cinematografica non legge granché, e soprattutto non in inglese! Certo, ne hanno sentito parlare: ma dissimulare e negare la realtà è il loro mestiere. Ed è quello che hanno fatto».

In Italia il mondo dello spettacolo attrae molto i giovanissimi: nessun bambino vuole più fare il medico o l’insegnante, ma il calciatore o la soubrette. Succede anche in India?
«Assolutamente: tutti sognano di diventare giocatori di cricket o divi del cinema. Anche i ragazzi indiani vogliono celebrità e denaro senza studiare né lavorare».

A proposito di impegno: tra i suoi libri non fiction, c’è anche una guida al matrimonio (Spouse, The truth about marriage). Perché ha scritto questo vademecum?
«L’ho scritto da madre, in uno stato di panico: ho la sensazione che ai giovani il matrimonio non interessi più. Io, che credo molto nell’istituto del matrimonio, ho scoperto che nessuno dei miei sei meravigliosi figli sogna di sposarsi. Insomma, ho cercato di fare pubblicità al matrimonio e alla famiglia...»

I matrimoni indiani sono sempre feste grandiose. Ma oggi è di moda spendere cifre stratosferiche per stravaganze esotiche, tipo ballerini di flamenco spagnoli, sushi giapponese, orchidee thailandesi, sculture di ghiaccio...
«È vero. Penso che ciò rispecchi l’India dei “nouveau riches”: gente che non sa esattamente cosa farsene del denaro che gli è piovuto addosso. Per loro, prevedere caviale e fois gras accanto al tradizionale banchetto indiano, ingaggiare uno chef di Montecarlo, comprendere un set di valigie Vouitton nella dote, noleggiare un mega yacht per la luna di miele è un modo per dimostrare di essere raffinati, sofisticati e “arrivati”. La ricca borghesia indiana è un mercato molto interessante per l’Europa: c’è un boom dei consumi di beni di lusso e l’ossessione per le griffe italiane, dal vino alle auto di grossa cilindrata».

Come si concilia questo desiderio di modernità con la cultura tradizionale? O quest’ultima si sta perdendo?
«Credo che finché la famiglia rimarrà un’istituzione forte, in India forse riusciremo a tenere il piede in due staffe. Io stessa ritengo di avere una grande apertura mentale, ma i miei valori sono tradizionali e molto saldi. Non vedo nessuna contraddizione in ciò. È quello che ho cercato di trasmettere anche ai miei figli, che pure hanno professioni molto “trendy”: il maggiore fa il creativo in un’agenzia di pubblicità a Dubai, uno è proprietario di una discoteca e di un ristorante giapponese, un’altra lavora proprio nell’industria del lusso, un’altra è giornalista. Il desiderio di vivere nel mondo, e non nel chiuso di una specie di ghetto indiano, è un’ambizione che condivido».

In tema di contrasti: in India è stato composto il Kamasutra, un capolavoro della poesia erotica e ci sono sculture e dipinti molto espliciti. Ma la mentalità indiana contemporanea è molto puritana.
«Il Kamasutra risale a molti secoli fa, una eredità che non capiamo nemmeno del tutto. E le sculture erotiche nei templi sono puramente arte, qualcosa che per gli indiani non ha nulla a che fare con la vita normale. Credo che un gran peso nella mentalità odierna, vittoriana se vuole, dipenda da secoli di dominazione inglese. Se ne sono andati solo da 60 anni: per uscirne ci vorrà molto più tempo».

I suoi romanzi, con scene di sesso molto esplicite, sono una sfida?
«Tutto in India suggerisce l’erotismo: il clima, le spezie, l’abbigliamento, la nostra storia. Non capisco perché lo dobbiamo negare, visto che è una parte tanto importante della nostra vita e della nostra cultura. È vero però che i partiti conservatori spesso creano scandali ad hoc: è molto facile prendersela con l’arte, con scrittori, pittori o registi accusati di voler “occidentalizzare” il Paese guastandone i costumi e i valori».

Su Verve abbiamo una rubrica di recensioni scritta dall’autore stesso. Lo faccia anche lei: perché i suoi libri hanno tanto successo?
«È difficile! Credo che piacciono perché cerco di comunicare con i lettori con un linguaggio moderno e leggibile. Sono nota come giornalista, chi legge i miei libri sa quali sono i miei valori e che parlo in modo onesto, senza mai scendere a compromessi. Una fiducia che mi sono conquistata con molti anni di lavoro».

I suoi libri sono studiati nelle università indiane e di Londra: qual è l’oggetto della ricerca?
«Ci sono più di cento tesi di laurea sulle mie opere: sono considerate una nuova voce dell’India moderna e una letteratura post-femminista. Tutti i miei libri hanno come protagoniste donne di oggi, molto diverse rispetto alle eroine dei libri del passato: le vecchie scrittrici indiane raccontavano di donne represse e sofferenti. Invece io con i miei libri voglio far capire alle lettrici che non occorre soffrire: se ti comporti come una vittima sarai trattata come una vittima e invece devi assumere il controllo della tua vita. E poi, certo, ho parlando della sessualità in modo esplicito e onesto, senza dubbio ho rotto molti tabù».

Lei è la scrittrice in lingua inglese più popolare dell’India. Ma, per lo stesso motivo, non le saranno mancate le critiche. I suoi detrattori la definiscono «la regina del porno soft»: come le vive?
«All’inizio della mia carriera le critiche venivano soprattutto dai giornalisti, non dal pubblico: è paradossale, ma proprio i miei colleghi erano i meno pronti ad accettare i miei libri. Ma oggi proprio i critici più furiosi quando leggono qualcosa su di me mi mandano sms di congratulazioni. È buffo».

Come è passata dalla moda al giornalismo e poi alla scrittura di best seller?
«Avevo 17 anni quando mi è stato proposto di sfilare. Mio padre non era d’accordo. Ma io, che ero sempre stata indipendente nella testa, ho capito che era una buona occasione per diventare autonoma nel vero senso della parola. Accettare è stata la decisione migliore che abbia mai preso: ho guadagnato molta fiducia in me stessa, ho viaggiato molto, ho imparato a gestire le mie finanze e ho dimostrato alla mia famiglia che ero responsabile tanto da non averli mai messi in imbarazzo. Durante una campagna pubblicitaria ho incontrato una copy che era stata una mia insegnante all’università. Mi propose di sostituirla, perché andava in maternità: così ho cominciato a scrivere. Nella mia vita ho avuto dei grandi colpi di fortuna, ho incontrato persone che mi hanno dato l’opportunità di mettermi alla prova e dimostrare quanto valessi. La maggior parte delle donne, purtroppo, non ha queste chance».

Ha anche fondato tre giornali: di che tipo?
«Stardust è una rivista di cinema che è ancora leader di mercato; con Society, dedicata all’alta società, mi sono occupata soprattutto di donne innovative e capaci, che io stessa ammiravo, come ballerine, registe, pittrici. Anche questa rivista c’è ancora. Non è andata altrettanto bene con Celebrity: è stata un mio investimento, ma dopo 4 anni ho capito di non essere un’imprenditrice. Non sono tagliata per pensare costi e ricavi, preferisco dedicare le mie energie alla creatività».

Nei suoi romanzi i protagonsiti maschili non fanno bella figura: sono opportunisti, meschini, violenti o assai deboli. Ha davvero una così bassa considerazione degli uomini?
«Nella società asiatica gli uomini sono molto viziati, in famiglia vengono ancora trattati come semidei. Mentre a volte mancano di qualsiasi altro attributo che non sia l’essere nati maschi. Credo sia ora che gli uomini prendano atto delle caratteristiche della donna del XXI secolo, una creatura davvero entusiasmante. Se continuano a comportarsi come se ancora stessero nel XV secolo – e molti uomini asiatici si comportano così – è logico che le donne perdano interesse».

Lei con i suoi due figli maschi che risultato ha raggiunto da questo punto di vista?
«In verità è una fatica continua: anche ai miei figli piacerebbe essere uomini tipici del XV secolo, e fanno molta resistenza. Ma le loro fidanzate – oltre alla loro mamma – continuano a trascinarli nel 2007...»

Qual è il valore più importante che ha insegnato ai suoi figli?
«L’orgoglio di essere indiani. Io sono una patriota un po’ all’antica, forse. Ma se sei orgoglioso di appartenere al tuo paese, automaticamente diventi un cittadino migliore, nel tuo quartiere, con i tuoi colleghi e collaboratori. E poi voglio che siano finanziariamente autonomi, soprattutto le ragazze: non vorrei mai che sposassero l’uomo sbagliato solo perché ha un’auto di lusso o una bella casa. Desidero che siamo convinte di poterle comprare da sé».

Che cos’è il lusso per lei?
«La capacità di dire di no. Non essere obbligata a qualche cosa che non voglio fare. Poter gestire il mio tempo e la mia vita. Avere la possibilità di scegliere per una donna è il lusso migliore del mondo».

Perché i suoi romanzi cominciano tutti con la lettera S? Come Shobhaa, come sesso, successo o come il simbolo dei dollari?
«Come sesso, certo, come successo e anche superstizione... tutte quelle che ha detto, tranne i dollari. Se il denaro è la tua maggiore priorità, cambia la qualità del tuo pensiero. Da anni gli agenti letterari degli Stati Uniti insistono perché io aggiunga un personaggio americano nei miei libri: secondo loro così sarebbe più facile vendere. Ma io ho sempre detto no: non mi interessa, prendere o lasciare, non voglio fare una cosa per compiacere il mercato. Sono troppo orgogliosa».

D’accordo: però ho letto una sua intervista dove, pur ribadendo l’importanza dell’indipendenza economica, ammetteva che non potrebbe mai permettersi il suo attuale stile di vita senza i miliardi di suo marito...
(ride) «Era uno scherzo! In verità lui non paga i miei conti, me li pago io! Ma il caso ha voluto che sia effettivamente un imprenditore di successo: e sarebbe un’ipocrisia dire che questo mi disturba. Ma è soprattutto uno dei pochi uomini che io abbia mai conosciuto davvero sicuro di se: tanto da capire il mio mondo e il mio bisogno di autonomia. È un sostegno molto forte e anche un critico onesto: se c’è qualcosa che non va, se mi si deve ridimensionare o se non è d’accordo con qualcosa che ho scritto, non esita a dirmelo e a farmi riflettere. Io poi sono una che si annoia facilmente: ebbene, dopo oltre 25 anni mio marito riesce ancora a soprendermi. E le assicuro che non è affatto facile!»

da «Verve» (ed. Verve International), settembre 2007

Shobhaa Dé

Shobhaa Dé
La scrittrice indiana fotografata durante l'intervista con Mariateresa Truncellito.

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