Il lato dolce della moda

Non guarda la tv, crede molto nei giovani e assume solo gente più brava di lui. Così Graziano Gianelli ha creato il fenomeno Kejo. E ora punta su Golia e Baci Perugina

di Mariateresa Truncellito

Baci Perugina e Golia a spasso per le strade delle città. Perché la dolcezza di due marchi di italianissimi bon bon è stata trasformata in elementi di stile piumini e parka. Divertenti e creativi, coloreranno l’inverno addosso a donne, uomini e bambini, con le loro tinte accese e lucide e una tessitura che è stata capace di trasformare la trama in carta stagnola.

Moda da mangiare: fa già tendenza l’idea lanciata da Kejo, l’ultima di un progetto creativo inedito per il mondo dell’abbigliamento. Kejo fa parte di un’azienda di Altopascio, Lucca, che con quattro brand – gli altri sono Geospirit, Peuterey, Dekker – in un decennio è passata da 5 a 110 milioni di fatturato annuo. Una crescita sorprendente, da amministrare con saggezza. «Ha ragione: spaventosa è la definizione giusta, e ancora faccio fatica a crederci», dice Graziano Gianelli, l’amministratore delegato di G&P Net spa e presidente di D&K Distribution spa, le due società che costituiscono il gruppo imprenditoriale toscano. «Ma è il successo di 170 persone, tutte quelle che lavorano in azienda. Il mio merito si limita all’averle scelte. D’altra parte, seguo un metodo infallibile: assumere solo chi è più bravo di me».

Già nelle prime battute dell’incontro con Verve, Gianelli (originario di Rho) si dimostra un dirigente sui generis. «La crescita esponenziale del fatturato ha comportato la necessità di aumentare il numero dei dipendenti, che agli esordi erano solo una ventina. Abbiamo preso con noi molti ragazzi freschi di scuola, convinti che avremmo dovuto soprattutto insegnare. E invece sono stato io a imparare da loro: i giovani portano freschezza, novità, elasticità mentale, dinamismo. Qualità che a una certa età cominciano a calare... E io sono proprio il vecchietto della situazione. Non per niente i colleghi mi chiamano “Nonno”».

Sarà. Ma, a parte il fatto che Graziano Gianelli ha solo 53 anni e per di più portati benissimo, l’impressione è che le idee non difettino nemmeno a lui. Insieme con un approccio serio, ma nello stesso ludico e coraggioso, alla progettazione dei nuovi prodotti. «Le proposte le discutiamo e le mettiamo a punto in un ufficio che per tutti è “la sala giochi”. La ricerca, attenta ai cambiamenti nel costume, ma anche alla cultura, assorbe il 70 per cento delle risorse. Del resto, nel nostro settore le idee hanno la durata di una mozzarella: dopo sette giorni è tutto vecchio, già visto, scaduto. Produciamo il massimo dell’effimero, perché oggi nessuno ha “bisogno” di vestiti. Reinventarsi di continuo, sia pure seguendo una filosofia di fondo, è obbligatorio. La nostra risorsa, lo ribadisco, sono i giovani: vivono i cambiamenti come una grande opportunità, senza paure dell’incerto. E ci costringono a rimetterci continuamente in discussione».

Si gioca, ma fino a un certo punto. L’idea di mettere Golia e Baci Perugina (con tanto di «pizzino» poetico cucito all’interno e stagnola riprodotta nelle dimensioni reali e nella densità delle stelline) sui piumini Kejo trae ispirazione dalla pop art: «Li abbiamo fatti pensando alla Factory di Andy Warhol che trasformava in arte le lattine di pomodoro del supermercato. A differenza delle linee Geospirit o Peutery, per le quali valgono concetti classici come total look, eleganza, stile, Kejo è una collezione nella quale il pensiero vola libero. Creatività allo stato puro».

Perché proprio caramelle e cioccolatini? «L’aggancio a due marchi così storicamente italiani non è casuale. Abbiamo messo a punto l’idea nel settembre 2007, durante il lancio della Nuova 500, quando il clima era intriso di nostalgia e revival. Certo: avremmo potuto scegliere marchi più famosi a livello internazionale, ma sarebbero stati meno adatti per trasformarsi in un capo da indossare, divertente sì, ma comunque gradevole, portabile. E poi, diciamo la verità: questi brand parlano da soli, hanno una grafica e un’immagine che non hanno richiesto grandi sforzi di elaborazione».

Gianelli minimizza. Ma il suo approccio personale al lavoro non può non aver pesato sul successo dell’azienda. Basti pensare che l’urgenza creativa nella «sala giochi» di Altopascio si traduce in riflessione, otium alla latina. «La creatività non funziona a comando. Non è che puoi farti venire un’idea geniale entro le quattro di questo pomeriggio. Il lavoro non può essere solo reazione davanti a una necessità: è fondamentale “dormirci su”, trovare spazio per il pensiero. Io lo trovo alla sera, quando mi attardo in ufficio e rifletto su tutto ciò che ho sentito durante la giornata – la mia porta è sempre aperta per chiunque voglia parlarmi - e utilizzarlo al meglio».

Prima di lavorare nell’abbigliamento, Graziano Gianelli è stato a capo di una piccola azienda di arredamento. Esperienze che considera sovrapponibili: «Fashion e design sono accomunati dai riferimenti con la storia, la cultura, l’arte. Ma anche dal bisogno di mettere emozione in ciò che produci e vendi. Da queste riflessioni è nata l’idea di una presentazione delle nostre linee, in ottobre, in una location particolare: un’esposizione di mobili di design a Marina di Carrara. Una sperimentazione nella quale credo molto: sono davvero convinto che la creatività possa parlare lo stesso linguaggio, che si traduca in oggetti d’arredamento o in capi d’abbigliamento. E, visto le grandi difficoltà che ha oggi la distribuzione tradizionale, mi sembra ora di trovare strade nuove, che passano anche attraverso le contaminazioni di mondi».

A proposito di difficoltà, Kejo ha in corso oltre 550 provvedimenti penali contro i falsari. Ma stavolta chi cercherà di copiare i modelli della nuova linea Kejo si troverà contro anche due colossi dell’almimentazione come Nestlé, che possiede i Baci Perugina, e Perfetti, per Golia. «Quello dei falsi è un problema gravissimo, una questione politica internazionale di dimensioni globali. Dovremmo parlarne per ore. Ma mi lasci sdrammatizzare con una battuta: quando non contavamo nulla, non ci copiava nessuno».

E sia. Parliamo del privato allora. «Mi ritengo un uomo fortunatissimo, perché ho incontrato tante persone che mi hanno cambiato la vita. Come il mio capo alla Unilever, che mi ha insegnato a contare fino a 33 prima di rispondere e a imparare dai miei errori: ancora oggi, quando faccio uno sbaglio sono contento. Perché significa che sono in grado di riconoscerlo e di non commetterlo più: il guaio sarà quando penserò di non sbagliare mai... O il padre del mio migliore amico che, quando ero ancora giovanissimo, si fidò di me tanto da mettermi in mano la sua azienda. Fondamentale è stato l’incontro con Mauro Paganelli e l’avvocato Lusini che, vent’anni fa, davanti a una pizza ha fatto nascere questa azienda. Due persone che, oltre a vedere in me delle potenzialità, mi hanno insegnato tutto sull’anima di un prodotto e sulla complessità organizzativa di una azienda, dove è importante cosiderare anche il dettaglio più banale, compreso chi si deve occupare degli asciugamani della toilette».

Il tempo libero? «Non amo la televisione, la guardo poco. In compenso leggo almeno un centinaio di libri all’anno: ho trovato straordinari La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano e L’eleganza del riccio di Muriel Barbery. Ma di recente ho letto anche un libro scritto dal fratello di una collega, perché sono onnivoro. Amo stare con gli amici, gli stessi cinque o sei da 40 anni, dal professionista all’operaio all’industriale, con i quali mi accapiglio giocando a scopa o arrancando dietro una pallina da tennis. Mi piace la barca a vela, ma sono in grado solo di fare il mozzo. Sono sempre stato molto sportivo, e cerco di continuare: salvo schiantarmi la schiena con una magnifica rovesciata al volo, come mi è successo qualche mese fa giocando a calcio. Il problema è che con la testa non riesco proprio a rassegnarmi al fatto che non ho più 18 anni...»

È vero al punto che Gianelli, padre di una ragazza di 22 anni che frequenta l’università e di un ragazzo di 16 che studia al liceo artistico, non smette di sognare. «Spero che i miei figli non entrino in azienda: sarebbe la strada più facile, più scontata. Spero soprattutto che abbiano la fortuna di saper scegliere un lavoro che amano davvero, e che li possa emozionare anche dopo tanti anni. Come è successo a me, che vengo da una famiglia di umili origini e ho perso mio padre quando avevo 8 anni. La cosa che più mi addolora, oggi, è vedere la mancanza di prospettive. Per i miei figli, e per tutti i giovani, sogno che gli italiani capiscano che è ora di rimboccarsi le maniche e mettersi a lavorare sul serio. Perché anche i ragazzi – e non solo quelli che sono vicini alla stanza dei bottoni - possano avere delle chance come le abbiamo avute noi». Gianelli il «Nonno», intanto, cerca di fare la sua parte.

da «Verve» (ed. Verve International), ottobre 2008