La valigia dei sogni

Preparare il bagaglio perfetto? Un gioco da ragazzi: Jorge Zerbock di Louis Vuitton rivela tutti i segreti dell’how to pack. Per viaggiare leggeri e all’altezza di qualsiasi situazione

di Mariateresa Truncellito

Ci sono quelli che «basta il portafoglio». E quelli che invece «di sicuro ho dimenticato qualcosa di importante». Che sia minimalista, all’insegna del viaggiare leggero, o stracolma, per zittire ogni insicurezza, una valigia rivela la personalità del proprietario più dell’oroscopo. Racconta la frequenza o l’eccezionalità degli spostamenti, l’eleganza o la noncuranza, la disinvoltura o le ansie... Ma a qualsiasi scuola di pensiero si appartenga, non c’è dubbio che il sogno di ogni viaggiatore - in particolare se si parte per un week-end o un breve viaggio di lavoro - sia poter detenere il segreto della valigia perfetta: quella che non pesa troppo, non ingombra, non impegna ma contiene tutto ciò che serve per affrontare - con classe - qualsiasi tipo di situazione, climatica o sociale. Possibilmente senza troppe grinze...

Perciò, in partenza per le vacanze, Verve ha pensato di farsi fare la valigia da un esperto. Il più esperto che c’è: Louis Vuitton, che nel campo vanta una tradizione che risale al 1837, quando il sedicenne fondatore dalla Maison cominciò a lavorare come apprendista da Monsieur Maréchal, fabbricante di bauli specializzato nell’imballaggio e nella piegatura degli stravaganti abiti del Secondo Impero.

Oggi, per fortuna, le crinoline non si usano più. Ma se la valigia è diventata una pratica «succursale» dell’armadio di casa, molto si deve all’ossessione per la comodità di Louis Vuitton, che già nel 1854 ricoprì un baule con tela cerata per renderlo impermeabile, poi progettò l’interno con contenitori e scomparti, quindi inventò il Guardaroba del 1875, un baule che si apriva verticalmente con un armadio per appendere i vestiti e una serie di cassetti, per evitare ai viaggiatori l’ingrato compito di disfare i bagagli giunti a destinazione. E sempre a Vuitton va il merito di aver ideato una gamma di valigeria totalmente nuova: le borse morbide. Tra le quali, la madre di tutte le borse da viaggio: la Keepall, del 1920, preferita dai viaggiatori più chic del mondo.

A proposito di classici, lo è anche il motivo che ispira l’ultima creatura di casa Vuitton, la moderna linea Damier. La scacchiera marrone e beige, con il logo «L. Vuitton, marque déposée» stampato a intervalli regolari, era stata introdotta da George Vuitton (figlio di Louis) nel 1888, per difendere i prodotti dagli innumerevoli – già allora – tentativi di imitazione. Insieme al Damier Ebène e al Damier Azur, oggi debutta un motivo nero e il grigio, sobrio e maschile, Damier Graphite. Rifinito in pelle nera con dettagli in palladio lucido, nella linea da viaggio coniuga design e praticità: accanto agli intramontabili, come la capiente sacca Keepall 55, il borsone Grimaud e il trolley da cabina Pégase, c’è la nuova Roadster, una borsa multiuso, dotata di una grande apertura con cerniera, che può trasformarsi da sacca per lo sport a pratica 24 ore.

Per sfruttare al meglio le potenzialità di questa linea, Verve ha scommesso sulla valigia ideale: completa e con capi indossabili anche appena arrivati. Campo di gioco, il flagship store LV di Milano di via Montenapoleone. Lo sfidante? Jorg Zerbock, direttore estero di Louis Vuitton: a lui il compito di riempire «al maschile» il trolley 48 ore Pégase, appunto, e, «al femminile» una valigia rigida classica, misura media Monogram. Secondo il Maestro, preparare una valigia perfetta è un gioco da ragazzi, e che il viaggio sia lungo o breve è indifferente, perché le esigenze - e quindi le regole dell’how to pack - non cambiano.

Si comincia scegliendo tutto ciò che si vorrebbe portare: scarpe, borse, abiti, libri, Cd, accessori per il tempo libero. Si fa quindi una facile selezione: basta eliminare i colori che non sono in accordo tra loro e lasciare solo abiti e accessori ben combinabili e intercambiabili. Questo semplice accorgimento permette di «triplicare» il guardaroba che trova spazio in valigia.

Sul fondo vanno messe le scarpe, la biancheria, i piccoli contenitori per make up, i farmaci, i libri, i Cd, creando un primo strato di oggetti pesanti e voluminosi. Poi tocca agli indumenti che non si stropicciano: golf e magliette, ben livellate. Quindi ai pantaloni, che vanno posati nella valigia lasciando all’esterno la gamba (lo stesso vale per le gonne, lasciando fuori la lunghezza). All’interno di questo strato si racchiudono i capi più delicati, come le camicie. Esauriti gli abiti, strato dopo strato, si ripiegano le parti lasciate all’esterno una sull’altra, come a comporre un origami, fino a una chiusura perfetta della valigia.

Seguendo questi accorgimenti, Jorg Zerbock ha vinto la scommessa: nel trolley «per lui» ha riposto tre camicie, una polo, una maglia, snickers, mocassini, un giubbotto, un paio di jeans, un paio di pantaloni, tre pezzi di piccola pelletteria, un cahier de voyage, una cintura, uno spolverino. Una combinazione da week-end che consente sei varianti di abbigliamento.

Nella valigia «per lei» sono entrate sei paia di scarpe (snickers, mocassini, un paio da passeggio, due paia di sandali, un paio di décolleté), una borsetta, piccola pelletteria porta tutto, un cahier de voyage, un abito da sera, un tailleur, due paia di pantaloni e un jeans, due magliette, due maglie, due camicie, uno spolverino, un parka, un foulard e una sciarpa. I colori combinabili creano ben 15 varianti di abbinamento, formali o per il tempo libero, più l’abito da sera. Con questo «equipaggiamento», non si rischia mai di essere fuori posto. E non c’è bisogno di portatini.

da «Verve» (ed. Verve International), luglio/agosto 2008