Piedi alati

Se le donne vanno pazze per le scarpe, grande merito va a Roger Vivier, il maestro della calzatura che più di ogni altro ha saputo celebrarne sensualità e allegria. Oggi la sua arte continua a vivere grazie alla creatività italiana

di Mariateresa Truncellito

C’era una volta un uomo che aveva preso alla lettera il comandamento «metti la donna su un piedistallo». Della sua vita privata si sa poco, ma Roger Vivier le donne, almeno come categoria dello spirito, deve averle amate molto. Al «Fabergé delle scarpe» – capace di impreziosire con pizzi e gioielli le sue creazioni, più orafo che «scarparo» – si deve infatti il lancio del tacco a spillo. Fu lui, negli anni Cinquanta, a disegnare per Marlene Dietrich uno stiletto infilzato in una sfera tempestata di cristalli. La magia che regge la dea? Una lega leggera di alluminio, la stessa dei motori degli aerei.

Vivier ha messo le ali anche ai piedi delle donne. Rivoluzionando, tra il 1930 e il 1960, il mondo della calzatura. «Le mie scarpe raramente toccano l’asfalto», diceva lui stesso. Leggiadre, decorate e allegre, «le Vivier» hanno lo charme di una scarpina del Settecento e il gusto per la forma proprio di una scultura, ma sono contemporanee nella progettualità, nei materiali e nelle tecniche.

I tacchi sono senza dubbio l’accessorio preferito dalle donne: per sedurre, per giocare, per guardare il mondo dall’alto in basso e per riceverne occhiate ammirate e stupite. «Non so chi abbia inventato i tacchi alti, ma tutti gli uomini gli devono molto» diceva Marilyn Monroe.

Anche le donne, naturalmente, devono molto a Roger Vivier e al suo segreto: «Scoprire le forme antiche e reinterpretarle alla luce del nostro tempo, con gli accorgimenti dettati da un passo più frenetico e da un uso meno formale di modelli preziosi, un tempo riservati solo alle rare occasioni di cerimonia». Ecco: è grazie a Vivier se oggi le donne possono andare in ufficio, al supermercato o a prendere i bambini a scuola sfoggiando ai piedi accessori gioiosi e divertenti, eleganti o spiritosi senza sentirsi fuori posto, esagerate o ridicole ma felici di calpestare la terra dove camminano. Non solo sfidando la forza di gravità: la sfrenata fantasia di Vivier si è espressa anche nella semplicità del tacco basso. Come nelle celeberrime ballerine di vernice nera, con la fibbia larga in metallo, disegnate per la collezione Mondrian di Yves Saint Laurent e indossate da Catherine Deneuve in Bella di giorno, del 1967: nei tre anni successivi all’uscita del film vendettero qualcosa come più di 360 mila paia.

Chi non capisce, chi accusa le donne di frivolezza e vanità, sappia che le creazioni di Vivier - calzature che basta il nome per sentirsi di buon umore, da Virgola a Cancan, da Pulcinella a Guignol – si trovano al Metropolitan di New York, al Museo delle Arti e della Moda di Parigi e al Victoria and Albert Museum di Londra. E che tra le sue fan ci sono Josephine Baker, Jeanne Moureau, Catherine Deneuve, Liz Taylor, Sophia Loren, Grace di Monaco, la principessa Margaret, Marella Agnelli, Elsa Martinelli, Brigitte Bardot. La Regina Elisabetta II che, nel 1953, alla cerimonia di incoronazione sfoggiò un paio di décolleté con tacco in capretto dorato, tempestate di granati. Oggi, a mezzo secolo di distanza, Gwyneth Paltrow si merita la palma d’oro dell’eleganza al Festival di Cannes grazie alle décolleté con platform e fibbia in cristalli Limelight e alla clutch bag rigida Navette. Di Roger Vivier, ovviamente.

Nato a Parigi nel 1908, Viver aveva studiato scultura all’Ecole des Beaux Arts, lavorando come apprendista nella fabbrica di scarpe di un parente. Scopre la sua abilità per caso, esortato dagli amici a disegnare una collezione stravagante. Apre un atelier in rue Royale nel 1937, collaborando con couturier di fama internazionale come Pinet e Bally in Francia, Rayne e Turner in Gran Bretagna, Miller e Herman Delman negli Stati Uniti. Una scarpa ortopedica disegnata per Delman e da lui scartata, poi realizzata da Elsa Schiaparelli (una delle prime a credere in Vivier), lancia negli anni Quaranta la moda della zeppa. Rimasto a New York durante la guerra, apre con Suzanne Remi, in Madison Avenue, un negozio frequentato da tutte le personalità che seguono la moda, compresa Carmel Snow, direttrice di Harper’s Bazaar.

Nel 1947, tornato a Parigi incontra Christian Dior che, qualche anno dopo gli affida la parte stilistica dedicata alle calzature. Il sodalizio dura dieci anni: tacchi a spillo e calze di nylon esaltano l’immagine femminile creata dal New Look poiché rendono la donna più slanciata, proporzionandone la figura agli abiti, alla lunghezza delle gonne e all’immancabile cappello. Dopo la morte di Dior, nel 1957, Vivier comincia una lunga collaborazione con Ives Saint-Laurent. Negli anni seguenti, oltre che nella sua boutique in Avenue François 1er, Vivier lavora con Nina Ricci, Pierre Balmain, Guy Laroche, Cristobal Balenciaga, Emanuel Ungaro, Alix Gres, Andre Courreges. Negli anni Settanta si ritira in un castello in Dordogne, dove continua a lavorare fino alla morte (a 90 anni, il 2 ottobre 1998).

«Le mie scarpe sono sculture», amava dire Vivier. «Sono tipicamente francesi, un’alchimia parigina di stile». Devono tutto alla linea, semplice e lussuosa a un tempo, che il creatore concepiva aiutandosi con modelli di carta. La decorazione viene dopo, e può essere una piuma di martin pescatore, una passamaneria trapunta di perle, una pioggia di cristalli o di corallo, su pellami, tessuti, paillettes, plastica o vinile.

Ma sono i tacchi ad attirare irresistibilmente lo sguardo. Tre, in particolare, hanno lasciato un’impronta indelebile: il già citato Stiletto, ispirato da una forma Luigi XV che Vivier affina verso il basso «terminando la silhouette con un colpo di matita» spiega all’epoca, quando i detrattori preconizzano che questa «anomalia sociale farà la stessa fine del corsetto»; il tacco Choc, del 1959, inclinato verso la punta, e il tacco Virgola, capricciosamente rivolto verso il tallone, che nel 1963 segna la fine (momentanea) dei tacchi a spillo.

Rilavorati in acciaio, in legno o in cuoio, i capolavori di Vivier oggi vivono una seconda giovinezza grazie al tratto di Bruno Frisoni, il direttore creativo della maison che ha ricevuto le chiavi della griffe rilevata da Diego della Valle nel 2002. Alla fine degli anni Sessanta, Roger Vivier aveva manifestato il desiderio di creare uno studio per lavorare con giovani designer. Il sogno ha preso corpo con Frisoni, suo degno erede: Vivier amava le pietre preziose? Frisoni le distribuisce non solo sui tacchi, ma anche sulla linea visibile delle suole. Il maestro si ispirava al becco delle anatre per le sue punte? Il designer chiama un suo modello «La poule qui voulait être coq». Quanto alla linea di fuga così cara a Vivier, che scolpiva i tacchi perché seguissero l’ondeggiare flessuoso delle gambe, Frisoni recupera il tacco Virgola in versione stiletto e ispessisce il tacco Choc per renderlo più stabile. Mentre la famosa fibbia si ritrova in metallo, tartaruga, bijoux o rivestita di tessuto, anche su borsette e bijoux.

La rinascita è compiuta: nel 2007 i desideratissimi sandali-scultura di Vivier sono stati inseriti da Time nella lista dei 100 oggetti di culto del «Luxury Index». Tra le Vivier-addicted c’è Katie Holmes, la «signora Tom Cruise», che ama non solo le scarpe, ma anche le borsette e gli occhiali da sole della storica maison. Tanto da trasmettere la sua passione alla figlia, la piccola Suri, di recente fotografata in braccio alla mamma con una ballerina rosso fuoco acchiappata nella boutique di Madison Avenue. Pare che Frisoni abbia promesso alla piccola un paio di Roger Vivier confezionate apposta per i suoi piedini. Perché ogni donna merita un piedistallo, prima possibile.

da «Verve» (ed. Verve International), giugno 2008