Pionieri: C'era una volta in America

Al Folk Art Museum di New York tre secoli di creatività popolare a stelle e strisce

di Mariateresa Truncellito

A pochi passi dal MoMA, tempio dell’arte contemporanea e cattedrale dell’americanità, c’è una piccola e deliziosa galleria che pure celebra la quintessenza degli Stati Uniti, ma da una prospettiva completamente rovesciata. Si tratta dell’American Folk Art Museum, la più importante raccolta di opere d’arte popolare tradizionale del Paese, affidata alla direzione di Maria Ann Conelli.

Fondato nel 1961, ospitato nel tempo in varie sedi provvisorie, dal 2001 il museo è tornato nella sua «casa» originale nella 53esima, trasformata dagli architetti Tod Williams e Billie Tsiens in un edificio ultramoderno che, da solo, merita la visita. La collezione comprende opere che vanno dalla fine del Seicento a oggi: dipinti, sculture, mobili, magnifici quilt (le tipiche trapunte imbottite con due strati di tessuto con lavorazioni patchwork), tessuti e lavori di cucito, ceramiche, grandiose banderuole segnavento, fotografie e molto altro. Tutti manufatti di artisti autodidatti, americani e stranieri.

L’edificio al 45 West della 53esima ha ottenuto numerosi premi: tra gli altri, il prestigioso Arup World Architecture Award, assegnato da una giuria internazionale di esperti al «Miglior nuovo edificio sul pianeta nel 2001».

Per il World Architecture Magazine, «Tod Williams e Billie Tsien hanno realizzato un progetto che cattura l’essenza della creatività». E i due artefici hanno spiegato: «Volevamo che l’edificio riflettesse il legame diretto tra il cuore e la mano di coloro che hanno realizzato le opere».

In effetti, la costruzione di otto piani richiama la forma astratta di una mano aperta piegata leggermente verso l’interno, rivestita da pannelli di tombasil (una lega di bronzo bianco utilizzata per le scritte sulle lapidi - da qui il nome - e mai usata prima in architettura).

La superfice scultorea sfaccettatata appare insieme di pietra e di metallo, ed è capace di catturare la luce all’alba e al tramonto con differenti effetti visivi. Le gallerie sono illuminate naturalmente, attraverso un lucernario, e il pubblico può gironzolare tra i piani usando tre diverse scale, compiendo a ogni visita un differente «viaggio» personale tra oggetti familiari e inconsueti.

L’atrio ospita molti «highlight». Innanzitutto Flag Gate, un cancelletto di legno che risale al 1876. L’autore è un ignoto artista della contea di Jefferson che scelse la Stars & Stripes, la bandiera americana increspata dal vento, come custode del suo focolare domestico. Anche se l’opera non è tra le più belle della collezione, ne costituisce un’icona: perché è stata il primo oggetto a farne parte, nel 1962, e soprattutto perché rappresenta uno dei simboli più noti e più orgogliosamente esposti degli Stati Uniti.

Poco più in là, c’è lo stupefacente Encyclopedic Palace of the World del 1950, il modellino (ma è un eufemismo) in scala di un edificio a sette piani in legno, plastica, vetro, metallo, celluloide (senza chiodi né colla!), concepito in tre anni di lavoro dal visionario Marino Auriti di Kennett Square, Pennsylvania, come progetto per un museo delle più grandi conquiste dell’umanità «dalla ruota al satellite».

Curioso è Bicycle Man, realizzato da Amedé T. Thibault tra il 1895 e il 1905, scultura in legno di un omino su un biciclo, recuperata all’esterno di un negozio di biciclette di St. Alban, Vermont.

Tra i pezzi più famosi, Girl in Red Dress with Cat and Dog, del 1830 circa, tenero ritratto a olio di una bambina della pittrice Ammi Philips, e l’enorme banderuola St. Tammany, forse la più grande mai realizzata (è alta oltre 2 metri e 70 cm), che nel 1890 sovrastava la sede di una confraternita, l’Ordine Rinnovato dei Pellerossa (Tammany, invece, era il leggendario capo indiano rappresentato mentre si prepara a scoccare una freccia).

Questo «assaggio» di ciò che si trova nel resto delle gallerie, lungo le scale e i corridoi, è forse la migliore descrizione di cosa sia l’arte popolare americana. Difficile, in effetti, darne una definizione convincente. Perché le opere, pur ricche di indizi e suggestioni sull’artista, il periodo storico in cui furono realizzate, la funzione nell’uso quotidiano e le umane preoccupazioni che le circondarono, diventano difficili da comprendere rimosse dal loro contesto. Artefici e e significati dell’arte popolare sono molto vari: perché «l’esperienza di America» che racchiudono è assai vasta, perché non si tratta di una singola forma d’arte e perché non rappresenta una scuola. Motivi per i quali spesso è stata lasciata fuori dall’arte con la A maiuscola. Ma la creatività degli Stati Uniti non può essere compresa appieno senza prendere in considerazione anche le modalità espressive popolari.

Stacy C. Hollander e Brooke Davis Anderson hanno provato a dare una definizione di arte popolare selezionando per l’installazione permanente - «Folk Arte Revealed» - circa 150 opere che ne esemplificano il ruolo vitale: come veicolo di un patrimonio culturale e come sintesi di idee tradizionali condivise e di libere interpretazioni personali.

La collezione è divisa in quattro sezioni: Simbolismo, Utilità, Individualità, Comunità ciascuna espressione di elementi che infondono tutta l’arte popolare e ne descrivono aspetti essenziali.

Molti dei pezzi, in effetti, parlano attraverso un linguaggio simbolico, mentre l’utilità di un oggetto è un possibile impulso per la creatività. Ancora, l’arte popolare è un mezzo per rinforzare le convenzioni di una comunità, ma fornisce anche un’arena per l’espressione individuale.

L’inspirazione è spesso patriottica, legata a guerre e rivoluzioni: utilizzando su oggetti d’uso quotidiano e casalingo simboli di libertà, bandiere, il Great Seal - il sigillo con l’aquila - i comuni cittadini parteciparono attivamente alla costruzione dello Stato americano. Mentre l’anonimo operaio dell’Empire State Building che realizzò, con migliaia di pezzi di legno, il modellino del grattacielo che si ammira nel museo, ha lasciato un personale attestato del suo ruolo nell’ascesa architettonica dell’America.

I suoi fondatori dell’American Folk Art Museum - Adele Earnest, Cordelia Hamilton, Herbert W. Hemphill Jr., Joseph B. Martison, Marian Willard Johnson e Arthur M. Bollowa - ritenevano che l’arte popolare fosse un elemento vitale della storia culturale americana e che perciò meritasse un’istituzione a New York. L’idea, tutt’altro che pacifica, che potesse essere studiata e apprezzata come vera arte, e non solo come materiale storico o etnografico, era una conseguenza dell’affermazione del movimento culturale modernista.

Il museo fu aperto il 27 settembre 1963, in un’abitazione al 49 West della 53esima. Da subito cominciarono lasciti e donazioni, e sebbene l’attenzione fosse rivolta soprattutto a opere del nordest americano, nelle intenzioni dei fondatori c’era una vocazione internazionale. Negli anni Settanta ci furono importanti acquisizioni di quilt e manufatti tessili, uno dei punti di forza della collezione, e di dipinti e sculture di artisti autodidatti del XX secolo.

Negli anni Ottanta, in collaborazione con la New York University, il museo diede il via al primo corso universitario sull’arte popolare degli Stati Uniti. Di recente, sono state acquisite opere di gruppi etnici che hanno avuto un impatto importante sull’America delle origini, come gli olandesi a New York, le popolazioni ispaniche nel Sudest, gli schiavi poi liberi afroamericani. La collezione dell’American Folk Art Museum comprende oggi oltre cinquemila opere. Ma il viaggio, insieme a quello dell’umanità che «fa» l’America, continua.

da «Verve», n. 35/36, maggio/giugno 2009