E-venti di guerra

Era il 1854 quando il giovane inviato del Times di Londra William Howard giunse in Crimea per coprire senza reticenze la cronaca del conflitto. Nacque in quell'occasione la corrispondenza dal fronte. E, subito dopo, la censura

di Mariateresa Truncellito

Le cronache di guerra dal Medio Oriente hanno reso familiare il giornalista «embedded», arruolato: l’inviato inserito in uno degli eserciti coinvolti, alle stesse condizioni del personale militare (vitto e alloggio compresi), che segue e racconta l’evento bellico. Senza potersi muovere liberamente.

La figura è stata inventata da un regolamento del Dipartimento della Difesa americana allo scoppio della seconda guerra in Iraq (il 20 marzo 2003), precisando che «La copertura mediatica di ogni futura operazione dovrà formare la percezione pubblica della sicurezza nazionale». Traduzione: i giornalisti possono osservare i soldati in azione, ma non raccontare fino in fondo ciò che vedranno.

Grazie ai collegamenti satellitari il pubblico oggi può seguire in diretta le operazioni belliche della prima linea. Mentre i giornalisti nelle file degli eserciti americano e inglese forniscono in tempo reale notizie sulla guerra. Però questa è l’unica fonte, alla quale è concesso un unico punto di vista. Non solo: la tv ha imposto un giornalismo di guerra «a misura di piccolo schermo», capace cioè di entrare in salotto senza traumatizzare nessuno.

E pensare che il giornalismo di guerra moderno (perché di cronache ce ne erano già state tante, da Senofonte e Giulio Cesare in poi) è nato proprio quando qualcuno è riuscito a colpire dolorosamente l’immaginazione del pubblico. Stiamo parlando dell’irlandese William Howard Russell, inviato del Times nella guerra di Crimea, e partito nella primavera del 1854 da Malta col corpo di spedizione inglese. Il conflitto, cominciato nell’ottobre 1853 da Russia e Impero Ottomano, si era allargato a Gran Bretagna e Francia, contrarie all’espansione russa verso i Balcani, e al Regno di Sardegna. Le ostilità sarebbero finite solo nel marzo 1856 con il congresso di Parigi.

La prima cronaca di Russell, scritta il 25 ottobre ma pubblicata solo il 14 novembre 1854, fu il racconto della disastrosa battaglia di Balaclava: la disfatta dei 600, la brigata leggera dell’esercito di sua Maestà.

«Alle undici e dieci, la nostra brigata di cavalleria leggera avanzò trionfante nel sole del mattino, fiera in tutto il suo bellico fulgore. Da una distanza che non era nemmeno un miglio, l’intero schieramento nemico vomitò da trenta bocche di fuoco un inferno di fumo e di fiamme. Il punto di arrivo dei colpi fu segnato da vuoti improvvisi che si aprivano nelle nostre fila. ... I Cavalleggeri si lanciarono dentro le nuvole di fumo; ma prima che si perdessero alla nostra vista, la pianura era punteggiata dei loro corpi. Alle undici e trentacinque non un solo inglese restava davanti alla bocca dei sanguinari cannoni moscoviti. Solo i morti e i moribondi».

Fino ad allora erano stati gli stessi militari a inviare ai giornali lettere o diari estemporanei, raccontando il meglio di sé e del proprio esercito in un eroico e vittorioso luccichio di sciabole e sventolare di vessilli. Russell ha il coraggio di descrivere una bruciante sconfitta dell’esercito di Sua Maestà: racconta i corpi straziati dalle granate, i feriti che urlano, il caos, gli errori strategici dei generali, lo spreco di risorse e di uomini, la corruzione. Aspetti mai considerati prima, perché passibili dell’accusa di alto tradimento.

«Un proiettile arrivò proprio in mezzo allo stato maggiore - esplose addosso al cavallo del capitano Somerset, squarciandolo … colpì il cavallo del capitano Gordon e lo uccise all’istante, poi dilaniò la gamba del generale Strangway, che rimase così appesa a un brandello di carne .... Il povero vecchio generale non mosse mai un solo muscolo della faccia. Disse semplicemente, con voce pacata: “Qualcuno è così gentile da sollevarmi dal mio cavallo?”».

Anche se il direttore Delane non pubblica tutti i pezzi di Russell ma solo qualche estratto, i racconti delle penose condizioni dell’esercito inglese nell’inverno del 1854-55 fanno raddoppiare le tirature del Times, sconvolgono l’opinione pubblica, spingono Florence Nightingale ad allestire a Scutari un servizio d’infermeria e un ospedale, e contribuiscono alla sostituzione di un comandante in campo e alla caduta del governo di Lord Aberdeen.

Le corrispondenze integrali di Russell circolano in ambienti governativi, provocando la rabbia della Corona (il principe Albert arriva ad augurare la morte dello «scribacchino») e del corpo militare (alcuni ufficiali, lo sfidano addirittura a duello) che chiude ogni rapporto col giornalista, prima cacciato nelle retrovie, poi costretto a rimpatriare. E arriva, per la prima volta, la censura: nel febbraio 1856 viene emanato il «divieto di pubblicazione di ogni notizia utile al nemico».

Russell si rifà durante la guerra di Secessione americana (1861-1866): il presidente Lincoln lo riceve per chiedergli consigli di strategia militare, durante un conflitto che offre una grande opportunità alla stampa. Lungo i due fronti ci sono oltre 500 corrispondenti di giornali di tutto il mondo, e solo il New York Herald ne ha 63. Il telegrafo sostituisce definitivamente i cavalli per inviare gli articoli: i reportage devono quindi essere sintetici, con un linguaggio adeguato alla velocità. Lo stile letterario di Russell viene così superato.

I cronisti di guerra continuano a dare fastidio: Horatio Herbert Kitchener, comandante delle forze imperiali britanniche tra Ottocento e Novecento, chiama «strofinacci inzuppati» i reporter intorno al suo quartier generale. Ma i giornalisti sono abbastanza liberi di visitare le zone di guerra e di parlare con fonti militari. Con la prima guerra mondiale, invece, la censura militare diventa un apparato statale, con uffici che controllano l’informazione: i corrispondenti sono tenuti lontani dai fronti e solo pochi fotografi sono ammessi. La verità la conoscono solo i soldati e i civili direttamenti coinvolti.

Bisogna attendere la guerra del Vietnam – la prima vista in tv - perché gli inviati possano di nuovo avere accesso alle zone operative e contatti diretti con le fonti. Le tattiche di guerriglia, su cui si basa il conflitto, rendono difficile la censura da parte delle forze armate.

La musica cambia di nuovo con la Guerra del Golfo. La Cnn segue in diretta i bombardamenti su Baghdad ma è accusata di faziosità. Gli alleati concentrano gli inviati a Dhahran e li obbligano a sottoscrivere l’impegno a rispettare una serie di regole: per esempio, essere sempre accompagnati da una scorta militare nelle visite alle unità al fronte e i divieti di filmare o fotografare soldati feriti o morti, di pubblicare informazioni sul tipo di armi, equipaggiamento, spostamenti, consistenza numerica delle unità e di dare particolari sulle perdite subite dalle forze della coalizione (possono essere solo usate definizioni come «scarse», «moderate», «gravi»). Solo 200 giornalisti, per lo più americani, seguono le unità di combattimento; tutti gli altri usano i materiali - molto abbondanti, per evitare che ci sia la «necessità» di reperire ulteriori notizie - distribuiti durante le le conferenze stampa. Ai giornalisti viene fornita una tale quantità di notizie e materiale da far rtenere inutile un’ulteriore ricerca. Mimmo Candito, inviato speciale della Stampa a Daharan nel 90-91, scriverà: «Abbiamo raccontato un’altra guerra. A dieci anni di distanza, noi giornalisti dobbiamo ammettere almeno questo. Abbiamo mostrato una realtà, una guerra virtuale, a cui pure credevamo, ma che era solo un sapiente mix di fiction e di verità accuratamente sceneggiato dai comandi alleati».

Obiettivo di guerra

La guerra di Crimea ha tenuto a battesimo anche la figura del fotoreporter: nel 1855 Roger Fenton, pittore e fotografo di casa reale, fu inviato al fronte dal governo inglese come risposta alle cronache di Russell. Arriva con un assistente, 5 apparecchi, 36 casse, 200 lastre e il compito di fornire un’immagine della guerra più benevola verso l’esercito di Sua Maestà. Il realismo oggettivo della fotografia doveva smentire i racconti di Russell e quindi tranquillizzare i cittadini inglesi. Nel reportage di Fenton i soldati hanno le divise sempre impeccabili e gli scenari della guerra sono sempre puliti e rasserenanti. Anche nei titoli degli scatti, come «Giornata tranquilla alla batteria di mortai» o «Cantiniera che cura un ferito». Fenton lascia perdere i disagi quotidiani o le scene raccapriccianti, ma mostra ordinati accampamenti e situazioni successive ai combattimenti. Tuttavia, nonostante questi limiti, il lavoro di Fenton resta prezioso perché mai prima di allora la realtà era stata documentata senza la mediazione di scrittori, pittori e racconti dei soldati.

da «Verve», settembre-ottobre 2009