L'onore dei pizzi

La storia del merletto in una mostra tra moda e costume

di Mariateresa Truncellito

Miuccia Prada aveva sempre detto di detestarlo. Bè, deve aver cambiato idea: la signora del minimalismo, infatti, per la sua ultima collezione ha usato metri e metri di pizzo. E non è stata la sola: sulle riviste di moda, il pizzo fa tendenza per abiti, borse, scarpe e ombrelli, ma anche nel design per la casa e nel packaging di profumi.

Corsi e ricorsi: nella storia del costume il pizzo non ha mai conosciuto mezze misure. O amato o detestato. Forse perché è un tessuto dalle tante anime: austero o frivolo, innocente o sexy, adatto per i dandy ma anche per i cardinali. Per scoprirne le declinazioni, fino al 29 marzo 2009 c’è una mostra al Museo Napoleonico di Roma: «In quelle trine morbide. Merletti dell’Ottocento dalla Collezione Arnaldo Caprai», selezione una delle più importanti raccolte tessili europee private.

Frutto di mezzo secolo di ricerche, la collezione Caprai di Foligno è costituita da circa 4500 merletti prodotti fra il XVI e il XIX secolo. Per la varietà delle tecniche e la presenza di manufatti dagli usi più diversi – bordure, colletti, fichu, cappe, mantiglie, ventagli, ombrellini, cuffie, fazzoletti – è unica nel suo genere.

Il Seicento fu il secolo d’oro del merletto. Poi c’è un progressivo ridimensionamento, che coincide col passaggio dalla sovrabbondanza decorativa dello stile barocco, alla semplicità del neoclassico e con l’affermarsi della ragione sulla fantasia e della praticità sull’artificio.

Dopo la rivoluzione francese, che rifiutò il merletto perché troppo aristocratico, Napoleone ne rilancia la manifattura con generose sovvenzioni statali e rendendo obbligatorio l’uso di accessori trinati nell’abbigliamento di corte. Vittorio Alfieri e Antonio Canova indossano collari e polsini di merletto, ma la moda finisce nel primo decennio dell’Ottocento, in modo così definitivo da essere ricordato dagli storici del costume come la «grande rinuncia maschile»: da qui in poi, alti prelati e cardinali saranno gli unici uomini a sfoggiare merletti. Viceversa, regine, imperatrici, principesse ornano i loro abiti e quelli dei figli con morbide trine, soprattutto quando la regina Vittoria e l’imperatrice Eugenia riportano il pizzo all’antico, lussuoso splendore.

In Austria, Sissi sfoggia merletti candidi durante la sua felice giovinezza, poi velette nere per dissimulare la depressione e i segni lasciati dallo scorrere del tempo. La regina Margherita ama alternare merletti storici di famiglia e merletti nuovi, candidi fino all’uccisione di re Umberto, poi luttuosamente neri. È lei a promuovere l’apertura di decine di scuole e laboratori di merletto e ricamo in tutta Italia, commissionando grandi quantitativi di manufatti e presenziando alle esposizioni.

Il pizzo rimane appannaggio delle donne: quelle che lo indossano e quelle che lo lavorano. Come suggerisce Umberto Broccoli, sovraintendente ai beni culturali del Comune di Roma, «Intrecciare i fili di un merletto spesso equivale a meditare, a fermare il pensiero, a creare i presupposti per riproporre la capacità delle donne di aspettare, concentrarsi, conservare momenti essenziali dell’esistente, passati tutti tra le dita di una mano».

da «Verve» (ed. Verve International), febbraio 2009