I sogni in punta di matita

A tu per tu con Sergio Toppi, maestro del fumetto all'italiana e fonte d'ispirazione di grandi illustratori di tutto il mondo

di Mariateresa Truncellito

«Quando ho cominciato? Di certo non era una notte buia e tempestosa... E non sono nemmeno nato con la matita in mano. Macché. Ho cominciato a pasticciare da piccolo, sì. Ma come tutti». Sergio Toppi, classe 1932, milanese, è uno dei maestri italiani del fumetto. O, secondo un’altra definizione che compare spesso nelle sue biografie, uno dei maggiori autori di «letteratura disegnata». Eppure, ogni volta che si accenna alla sua grandezza, lui si schermisce con un sorriso gentile: «Per carità, andiamoci piano!».

Sarà: ma nella sua produzione sterminata ed eclettica, ha coniugato la storia e la fantasia con un linguaggio illustrato rivoluzionario e coraggioso, assolutamente personale e riconoscibile. Noto anche all’estero, e in particolare molto amato in Francia grazie all’Histoire de France en bandes dessinèes della Larousse, annovera tra i «discepoli» vari autori stranieri che dichiarano di ispirarsi al suo stile, come Frank Miller, Tom Palmer, Howard Chaykin, Walter Simonson.

Verve ha avuto l’onore di una lunga chiacchierata con Sergio Toppi nella sua casa piena di libri, di fotografie, di ricordi. E, naturalmente, di immagini, sue e di cari amici e colleghi protagonisti di una stagione forse irripetibile per l’illustrazione italiana. La sua storia personale coincide infatti con quarant’anni di epopea del fumetto, dal Corriere dei Piccoli alle più moderne produzioni di Bonelli (quello di Tex e Dylan Dog), passando dal Messaggero dei Ragazzi, Linus, Corto Maltese.

Il maestro – e sia, anche se lui arriccia il naso – non è ancora stanco, anzi. La sua fantasia poliedrica e visionaria continua a sfociare in mostre, nuove pubblicazioni, raccolte, bellissimi portfolio per varie gallerie e riedizioni. Tra i lavori più recenti, Tomahawk, Racconti giapponesi, Il ritorno del Samurai e il volume Leggende, pubblicato dalle Edizioni Papel (legate a un’omonima galleria milanese che spesso ospita Sergio Toppi e le sue opere): una raccolta di 12 illustrazioni sugli indiani d’America e una ispirata a 12 storie irlandesi, tratte da Leggende senza tempo e Altre Leggende, portfolio a tiratura limitata dai quale sono tratte le immagini di questo servizio.

Toppi è anche l’autore dei testi: «Sono racconti liberi che scaturiscono da un pretesto visivo. Per esempio, La sfida racconta una gara di lancio della palla tra un ragazzino-mago e un giovane allevato dai caimani. Ecco, un caimano è un soggetto affascinante da disegnare. Sicuramente più di un telefono...». L’ironia cela un lungo viaggio nel mondo dell’illustrazione che non è stato privo anche di «Lavori che non mi entusiasmavano, ma che mi hanno dato una disciplina e permesso di affinare la tecnica e la capacità di osservare».

I primi disegni retribuiti risalgono agli anni Cinquanta, mentre il giovanissimo Sergio è ancora sui banchi del liceo: «Illustrazioni di leggende assire e dei cavalieri della Tavola rotonda per l’Enciclopedia dei Ragazzi Garzanti, e qualche disegno per la Mondadori». All’epoca Toppi, nato in una famiglia di musicisti, orfano di padre dall’età di 4 anni, sognava di diventare medico. Disegnare era solo un hobby. Alla sera, aveva frequentato per un paio d’anni la Scuola d’arte applicata del Castello Sforzesco, ma senza soddisfazione: «Mi annoiavo a morte: mi facevano copiare cubi, piramidi, certi poveri uccelli impagliati che probabilmente risalivano all’epoca di Leonardo...».

Dopo i primi esami all’università, capisce che la medicina è «troppo scientifica» per le sue inclinazioni, e sceglie la strada dell’illustrazione, praticamente da autodidatta. Sono gli anni del boom economico e delle réclame, e Toppi approda agli studi d’animazione Pagot dove, per un decennio contribuisce alla realizzazione di numerosi Caroselli, Calimero compreso. «Era un lavoro d’equipe. Io prediligevo le scenografie e lo studio dei tagli dei personaggi, un esercizio che mi sarebbbe servito molto nel futuro. Ma c’era grande fermento e crescita, e per i giovani c’erano molte possibilità, anche da un punto di vista economico. E io continuavo a coltivare il pallino dell’illustrazione». Negli stessi anni, lavora anche per Topolino, per la collana La Nuova Scala d’oro della Utet, per Quattroruote e La Domenica del Corriere. E poi nella redazione del settimanale satirico Candido.

Spirito inquieto e caleidoscopico, all’inizio degli anni Sessanta la nuova palestra di Toppi è il Corriere dei Piccoli, per il quale dà vita al Mago Zurlì, su testi di Carlo Triberti (personaggio che diventerà famoso grazie alla Tv e a Cino Tortorella): «Non era esattamente nelle mie corde: il mio disegno è sempre stato piuttosto duro, non il più adatto per la prima infanzia. Perciò non ci lavorai con grande trasporto. D’altronde, ritengo che il mio lavoro sia più quello di un artigiano che di un artista: un fumetto o un disegno animato è un lavoro su commissione, che perciò non consente impennate di libertà. Entro certi limiti si deve ottemperare alle richieste, e conciliare ciò che ci piace con ciò che si deve».

Di sicuro, a Toppi piace la divulgazione: sono sue le illustrazioni per L’Enciclopedia dei giochi all’aperto, gli inserti didattici per le ricerche scolastiche e, amatissime, le figurine da ritagliare curate nei più piccoli dettagli grazie alle quali intere generazioni – povere di tv – hanno imparato tutto sul Far West, le divise militari, i cavalieri medioevali e le piazze d’Italia (oggi ricercatissime dai collezionisti di modernariato). Una passione che non si è mai spenta, visto che per hobby Toppi ancora oggi crea con le sue mani straordinari soldatini di Das, particolareggiati e abbigliati di tutto punto.

Dopo le illustrazioni per la Sacra Bibbia e Pietro Micca, su testi di Mino Milani, tocca al Corriere dei Ragazzi, con le storie a fumetti dei campioni dello sport e le tavole per le rubriche di Milani, come Dal nostro inviato nel tempo o I grandi del giallo. «I giornali per ragazzi di quegli anni erano straordinari», ricorda Toppi. «Oltre a raccogliere disegnatori di grande personalità come Dino Dino Battaglia, Paz, Ferdinando Tacconi, Mario Uggeri, facevano un’operazione davvero culturale, una parola che io uso molto raramente. L’intento era sviluppare la curiosità attraverso il gioco, il divertimento. Anche i racconti più avventurosi avevano sempre uno sfondo storico, e Mino Milani era bravissimo in questo». Anche i soldatini di Toppi sono molto «seri»: il Far West è più alla «Soldato blu» che alla John Wayne. «Non mi sono mai piaciute le visioni edulcorate, e anche se ho lavorato per molti giornali cattolici, sono sempre stato libero di fare quello che volevo».

Negli anni Settanta, Toppi realizza la collana Un uomo, un’avventura di Sergio Bonelli, collabora con Sgt. Kirk e Linus, ma anche con Il Giornalino dei Paolini (una collaborazione che continua ancora oggi) e Il Messaggero dei Ragazzi degli Antoniani di Padova.

È proprio allora che trova finalmente il «suo» stile: stravolge i canoni grafici del racconto per immagini e modifica la grammatica compositiva della tavola a fumetti, permettendo ai disegni di uscire dai contorni delle tavole e riempiendoli di particolari ricercati e di contrasti tra bianchi e neri. «Ricordo con molta gratitudine padre Giovanni Colasanti, il francescano che dirigeva il Messaggero dei Ragazzi e che mi lasciò mano libera, accettando colori fuori norma - fecero molto scalpore i miei visi viola - , disegni che sfondavano le vignette o figure gigantesche che occupavano l’intera tavola, come viste da un teleobiettivo. Forse è proprio quando la fantasia può correre senza briglie che si dà il meglio. A me è successo così: tanto che quando mi chiedono quando ho cominciato la mia carriera rispondo sempre nel 1975. Perché è da lì in poi che ho fatto le cose che mi piacciono». Nello stesso anno gli viene conferito a Lucca il premio «Yellow Kid» come miglior disegnatore italiano dell’anno: il primo di una lunga serie.

Le fonti privilegiate di ispirazione di Toppi sono l’Oriente dei Samurai, i popoli antichi dell’America latina come Aztechi e Maja, il cinema e la fotografia. «Ma anche la tv, soprattutto da quando esiste il telecomando», spiega. «Il fermo immagine permette al disegnatore un utile esercizio: il cavallo in corsa diventa una macchia con le zampe indistinte e può essere copiato così sulla carta, con un risultato estremamente espressivo». Che non ha più nemmeno bisogno di colori: «La mia tecnica preferita è il bianco e nero a china. E amo disegnare oggetti che consentono giochi di luci e ombre o tagli particolari, e capaci di prendere vita: le scavatrici, le gru sfasciacarrozze, le auto di una volta tutte spigoli e fanaloni».

Negli anni Ottanta Toppi lavora per La Lettura, Il Manifesto, Glamour, Corto Maltese, Comic Art e L’Eternauta; su quest’ultimo crea il personaggio seriale di Il Collezionista, un antieroe cinico e sornione e «naturalmente cattivo», l’unico da lui inventato in tutta la sua carriera: «Mi annoio in fretta. L’idea di una creatura da seguire per tutta la vita non fa per me, anche se mi avrebbe regalato maggiore notorietà».

Nessun rimpianto, però. Perché Toppi ha avuto la fortuna di lavorare nell’epoca d’oro del fumetto italiano, una stagione oggi finita. «Sono scomparse molte riviste sperimentali, forse per la concorrenza tv, computer, playstation, telefonini. Il pubblico si è disaffezionato, e le case editrici hanno perso interesse a cercare nuove strade. Si è anche creata una frattura tra fumetto popolare e d’elite: io non la condivido, perché rispecchia in modo errato quelli che sono semplicemente differenti modi di esprimere la creatività».

Oltre a rifuggire i luoghi comuni e la noia, SergioToppi non ha paura di stracciare i lavori che non lo convincono fino in fondo. «Capita. Tante volte. È spiacevole, magari dopo una giornata di lavoro. Ma è necessario esercitare un’autocritica molto severa. In questo, mi aiuta molto mia moglie: se di fronte a un mio disegno si limita a dire “ehm”, lo butto senza esitazione». Ed eccola la signora Aldina Monesi, compagna di lungo corso (sono sposati dal 1962) che si rivolge al marito con un dolcissimo sorriso ma chiamandolo, senza troppi complimenti, Toppi. Come la firma, senza ghirigori, sugli inconfondibili disegni.

da «Verve», settembre-ottobre 2009